Il turista nudo

di Marco D’Eramo, a cura di Fabiano Mari

illustrazione di Blutch

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L’industria di questo secolo
Si è cominciato a parlare di “industria turistica” seguendo la traccia di “industria culturale”, formula sintetica che Adorno e Horkheimer coniano per definire il prodotto culturale come oggetto standardizzato, destinato al consumo di massa. Industria culturale ha avuto da subito un’accezione tendenzialmente negativa: la cultura è storicamente una cosa elitaria e artigianale. Industria culturale era quasi un ossimoro, che però riguardava l’oggetto e non la produzione. Nel mio libro (Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo, Feltrinelli 2017)  dico che il turismo è un’industria nel senso in cui Marx e Engels parlavano di industria a Manchester, cioè nella materialità dei modi di produzione. In astratto il turismo fornisce servizi, ma è al punto-cerniera di tutte le industrie materiali più importanti: se non ci fosse il turismo sarebbe quasi scomparsa l’industria aeronautica, quindi dall’industria turistica dipende la produzione di aerei (elettrotecnica, elettronica, metallurgia avanzata); la rete delle infrastrutture spesso è stata costruirita in funzione del turismo: autostrade, porti, aeroporti; l’industria navale con le navi da crociera; l’industria automobilistica, che in buona parte deve la sua esistenza al turismo (se la gente non dovesse spostarsi in macchina per andare in vacanza probabilmente userebbe l’auto molto meno); basti pensare a tutte le residenze secondarie, tutte le case sorte sulle nostre coste e su quelle spagnole e turche, le case costruite in montagna. Tutto quest’insieme ha una materialità immane, tanto è vero che si calcola che il turismo contribuisca per l’8% circa all’inquinamento mondiale, ed è un dato in aumento. Per questo si fanno sul turismo gli stessi discorsi ipocriti che si facevano in passato sull’industria chimica: come cianciavamo dell’industria eco-compatibile, così ora auspichiamo il turismo eco-compatibile, il turismo sostenibile.

Parlare del turismo come industria ha anche un altro senso, più pesante: toglie l’illusione che possa esistere un turismo privo di effetti negativi, così come non può esistere un’industria totalmente priva di effetti negativi. In alcuni casi i danni sono proprio gli stessi: ad esempio per il turismo invernale dello sci, il caso più interessante di turismo che uccide se stesso: scaldando le aree in cui si pratica, elimina la neve. Quand’ero piccolo andavo a sciare a mille metri d’altezza, adesso prima dei duemila non si scia. In Austria ci sono paesaggi che fanno tenerezza: a valle, alle pendici delle montagne, ci sono ancora le partenze delle vecchie seggiovie che ora non servono più a nulla, sono lì arrugginite, solo un ricordo. Quando Engels descrive Manchester fa vedere che l’industria tessile ha costruito la grandezza di Manchester, ma allo stesso tempo descrive i fiumi avvelenati, i miasmi, il fetore, le malattie. Cioè, l’industria nello stesso tempo arricchisce la città e la uccide. Il turismo fa la stessa cosa: senza turismo, metà dei borghi medievali italiani sarebbero ruderi. Qual è il giovane di vent’anni che pensa di rimanere a Serravalle, chi vuole vivere a Pitigliano? Le domande che si fanno oggi sul turismo sono fatue: nel 1950 ci si poteva forse chiedere se fare la Fiat a Torino o no? Ti chiedevi certamente se la Fiat facesse male o no agli operai, ma anche se lo sapevi l’operaio lo facevi lo stesso. Il turismo è l’industria di questo secolo, è l’attività di questo secolo. Ho scritto un saggio sulla rivoluzione dei container: senza i container non ci sarebbe stata la globalizzazione, il costo del trasporto marittimo sarebbe stato troppo alto e non sarebbe stato compensato da nessuna economia sui salari. New York nel 1956 aveva mezzo milione di lavori industriali perché si produceva vicino ai porti. La rivoluzione dei container è la standardizzazione delle dimensioni e dei meccanismi di aggancio in modo da consentire sempre il trasporto a prescindere dal luogo e dal mezzo. Questo ha fatto sì che i porti abbiano bisogno di enormi parcheggi. Questo spazio non c’era nelle città, perciò i porti sono stati trasferiti fuori città (a Shanghai è stata fatta addirittura un’isola artificiale per metterci il porto). L’effetto collaterale dei container sono grandi città di mare senza porti e grandi porti senza città di mare. Si è posto un problema di riciclaggio delle aree portuali in tutte le città di mare e l’unica soluzione che si è sempre trovata è stata quella di farne dei centri di attrazione turistica. Questa operazione è il segno di una nuova industria che supplisce alla deindustrializzazione. Non si può sfuggire.

Un disprezzo elitario
Una delle caratteristiche più autentiche della modernità è la sensazione di vivere una vita che non è autentica. Abbiamo sempre la sensazione di non essere veri. C’è sempre da qualche parte in noi l’idea di perseguire una situazione di autenticità. È un meccanismo infernale. Appena ti metti a inseguirla, l’autenticità diventa inautentica. È un’economia della nostalgia: si rimpiange sempre il tempo in cui c’era quello e non c’era quell’altro, in un processo senza fine. Il turismo è un oggetto così interessante da guardare perché è l’unica attività che pratichiamo tutti, indistintamente, e che tutti disprezziamo negli altri. Questo perché il turista vuole sempre andare in un posto dove non ci sono turisti. È una situazione alla Groucho Marx, che non avrebbe mai accettato di aderire a un club in cui lo invitavano, perché allora voleva dire che era pessimo. In un certo senso il mio è un libro populista: a forza di studiare tutto il male che si dice dei turisti, viene fuori un rigurgito in difesa di questi poveracci. Attaccare i turisti è il modo nuovo per parlare male della plebe, per dire che la plebe è plebea. Ci viene detto che se fosse stato per quei giovani ricchi, colti, urbani e raffinati che abitano a Londra non ci sarebbe stata la brexit, sono stati i buzzurri e i cafoni a volerla. È stata la plebe, che si permette di essere turista, mentre era meglio il tempo in cui eravamo solo “noi a viaggiare”. Ma la differenza tra un turista e un viaggiatore è che il viaggiatore è un turista che non sa di esserlo, che si rifiuta di esserlo. In questa nostalgia si nasconde un pensiero reazionario fortissimo. C’è un motivo per cui nei film di Hollywood l’unico caso in cui i vinti non sono rappresentati come mostri è la guerra civile americana: perché mostrare i sudisti come buoni e gentili nasconde una nostalgia della schiavitù. Allo stesso modo, Jean-Maurice e Gaétane Thurot fanno notare che nel giro di pochi anni gli svaghi delle masse hanno ricevuto più critiche che in tremila anni gli svaghi delle élite. Le critiche al turismo vengono presentate senza chiedersi quale sarebbe l’alternativa: restare a casa? Fare la calza o le parole crociate? Oppure semplicemente abolire il tempo libero? La metafora dispregiativa del “gregge” turista la usa per la prima volta nel 1870 Gobineau, il teorico della superiorità della razza bianca: utilizza la metafora del gregge in un’epoca in cui i turisti erano quattro gatti, quindi l’idea di mandria di turisti non dipende dal numero reale dei turisti, ma questo disprezzo è insito nel meccanismo dell’inseguimento di classe: quando solo i nobili rampolli viaggiavano, il loro si chiamava il grand tour; quando poi i grandi borghesi si permisero di imitare i nobili furono subito chiamati turisti (in cui è connotata la parodia del “tour”): già Stendhal li disprezzava nel 1820; quando poi verso il 1845 con Thomas Cook nacquero i primi viaggi organizzati, con le ferrovie e i battelli a vapore – quando il mare divenne, come dice uno scrittore, poco più pericoloso di un laghetto – allora si misero a viaggiare anche i borghesi comuni, medici e avvocati, prendendosi gli insulti dei grandi borghesi; verso la fine dell’Ottocento gli Stati iniziano a dare vacanze e pensioni agli impiegati pubblici: viaggiano pure quelli e i primi tre gruppi gli danno addosso; infine, negli anni Trenta col governo del Fronte popolare i francesi conquistano le ferie pagate e le pensioni per tutti gli operai: è la volta della plebe. La nostalgia, la ricerca di un luogo che non trovi mai, è nostalgia di un passato immaginario e per pochi. Il fatto è che c’è una differenza tra la posizione che ognuno di noi occupa nella geografia sociale e quella in cui si crede di stare. Questa differenza spiega gli errori che compiamo socialmente, perché pensiamo di partire da un punto diverso da quello in cui siamo. Perciò può capitare di sentire un piccolo impiegato o un postino che parla del popolo con disprezzo, perché pensa di non farne parte. Le conseguenze di questa discrepanza si amplificano mano mano che si scende nella scala sociale, perché questa percezione sbagliata è tanto più errata quanto più in fondo si sta.

Contro i conservatori
I patrimoni dell’umanità dellUnesco godono di un’aura di santità. Ma io diffido sempre di tutto ciò che è troppo unanime, divento sospettoso. Chi vuole distruggere il Partenone? Nessuno, chiaramente. Per questo diffido di tutto il pathos che circonda la conservazione. La parola conservare ha parecchi significati. Va rilevato che quest’ansia conservatrice è esplosa negli anni Settanta, quando nascono reaganismo e thatcherismo. Anche la parola heritage, o patrimonio, ha un significato economico ben preciso: eredità e patrimonio sono soldi innanzitutto. E poi, una cosa è salvare un monumento – non ho nulla in contrario – altra cosa è parlare di conservazione di una città. È totalmente diverso, perché una città non è le pietre che contiene, la città è un tessuto di relazioni sociali, umane, è vita, attività, dinamica. Quando preservi la città finisci col preservarne le pietre. Per vivere la città deve cambiare, trasformarsi. Quello proposto dall’Unesco, lo spirito conservativo, non è un buon rapporto con il passato. Se in tremila anni abbiamo accumulato tutti questi monumenti, tra altri tremila anni per conservare tutto dovremmo emigrare sulla luna, dichiarare la terra patrimonio dell’umanità e venirci pagando il biglietto. Un altro criterio sbagliato è il fondamentalismo cronologico, non sempre ha più senso salvare ciò che è più antico. A Roma questo è evidente: è mai possibile che si debbano scardinare delle cose molto belle per tirare su dei muretti per le capre? Che importa se quel muretto era il peristilio di una casa di età domizianea, che cosa vedo io ora? La cattedrale di Lisbona ha un chiostro medievale bellissimo: quando hanno scoperto che sotto c’era un edificio romano, hanno scavato tirando fuori delle mura romane. Ora il centro del chiostro è ricoperto da un soffitto di plastica! Un altro esempio è la città vecchia di Rodi, che è conservata perfettamente ma è vuota, non esiste più, non è una città ma un teatrino. La cosa paradossale è che queste città conservate dall’Unesco si riempiono di ricordari – come si chiamavano a Roma i negozi di souvenir – tutti con lo stesso ciarpame: le catenine e i braccialetti africani, i batik, i sandali pseudo-greci. Per preservare l’unicità di queste città, le rendono tutte uguali l’una all’altra. È interessante il paragone tra una riserva naturale e una riserva urbana, artistica: nella prima la fauna animale aumenta, nella seconda la fauna umana diminuisce, perché la città si svuota. Negli anni Sessanta a Roma, dentro le mura aureliane e sotto il Gianicolo – dai due lati del Tevere – abitavano trecentomila persone, adesso ce ne sono ottantamila. Parigi dentro l’anello del boulevard périphérique aveva tre milioni di abitanti, ora ne ha meno di due. Tutte le città si svuotano, per una ragione economica: non potendo più costruire nulla, la rendita fondiaria aumenta, gli affitti salgono. Soprattutto, sempre più proprietari adibiscono le loro case a scopo turistico. Io abito in centro, in un palazzo con due scale e quaranta appartamenti. Quindici anni fa gli inquilini erano tutti autoctoni, piccola borghesia brontolona, e non c’era una sola casa vacanza. Adesso ce ne sono quattordici. Così la città si svuota. Ma a che serve lamentarsi? I veneziani dicono di ricevere 33 milioni di turisti l’anno, ed è falso. Quelle sono le presenze in tutta l’area metropolitana di Venezia, compresi i lidi. Ma le presenze non sono gli arrivi. Gli arrivi sono 8 milioni l’anno, di cui solo 4 nella città d’arte. A Las Vegas ne arrivano 44 milioni, a Lijiang – un altro “patrimonio dell’umanità” completamente costruito ex novo – ne arrivano 23 milioni. A parte questo, è vero che Venezia aveva 150mila abitanti e ora ne ha solo 50mila, ma se non ci fosse il turismo ne avrebbe tremila! Che cosa fai a Venezia? Dopo un po’ ci si rompe le scatole. Io ho il sospetto che uno se la prenda con il turismo perché non osa prendersela con il capitalismo. Imputa al turismo tutto ciò che è proprio della società capitalistica in generale: mercificazione, alienazione, massificazione, consumismo eccetera. Tutto questo non se l’è inventato il turismo. Nel benpensantismo di destra il parlare male dell’altro da sé è il parlare male del migrante, nel benpensantismo di sinistra è il parlare male del turista.

La solitudine urbana
Prima della produzione capitalistica nessuno ha mai parlato della solitudine urbana. La solitudine metropolitana – quella dei film di Antonioni – nasce da un lato per una caratteristica intrinseca alla produzione industriale, dall’altro per una volontà politica di isolamento. Abbiamo sempre fatto i finti ingenui, per esempio abbiamo pensato che una serie di cose avrebbero messo fine alle guerre. Per prime le ferrovie: i popoli si sarebbero conosciuti tra di loro, i treni li avrebbero messi in contatto e così sarebbero cessati i conflitti. Naturalmente le ferrovie sono servite a far circolare le tradotte per trasportare militari e cannoni. Poi l’istruzione di massa, perché persone alfabetizzate avrebbero capito che l’odio e la xenofobia sono sentimenti assurdi, ma è stata la Germania altamente scolarizzata a scatenare due guerre mondiali. L’ultima variante è che il turismo avrebbe permesso ai popoli di conoscersi tra loro. Si vede il risultato. Uno dei problemi del turismo che lo rende interessante è la sua funzione mista: se il turismo fosse un’attività puramente cognitiva sarebbe una cosa, se fosse soltanto svago e relax sarebbe un’altra. Il turista, soprattutto il turista urbano, ha questa fregatura che vuole fare una cosa e l’altra, vuole rilassarsi e vuole conoscere. Immette un aspetto cognitivo nello svago e un aspetto ludico nell’apprendimento. In fondo perché le convention si fanno a Parigi o a Las Vegas? Perché lì si scopa meglio! Quando vai in una città turistica, quello che puoi fare – soprattutto se non parli la lingua, cosa che spesso succede – è di interessarti all’umanità morta (come il “lavoro morto” in economia) perché non puoi interessarti di quella viva, tranne per il turismo sessuale che pone altri problemi. Questo per quanto riguarda il “turistante”. Il “turistato”, l’ospitante, si trova in due situazioni possibili: se la sua esistenza dipende direttamente dal turismo allora, quando ha a che fare con un turista, il suo atteggiamento sarà puramente economico, cupido, con il simbolo dell’euro sulle pupille. Per di più è costretto a una recita. Erwin Goffman dice che la nostra vita sociale è un’ininterrotta recita teatrale: cambiamo parte a seconda delle situazioni che viviamo e delle persone con cui interagiamo. Quando sto con mio figlio recito la parte del padre, quando sto con un superiore quella di un subordinato. Quando sono in Italia non mi sento italiano, mi ci sento quando sono in Francia. Quando sono in America mi sento europeo, quando sono in India mi sento occidentale, quando sono in Africa mi sento bianco. La Cina è l’unico posto del mondo dove mi sento un nero dell’Alabama perché i loro pregiudizi razziali nei confronti dei bianchi sono gli stessi dei bianchi verso i neri. Sartre racconta che un cameriere non solo serve ai tavoli, ma recita la parte del cameriere. Allora nel caso di un locale turistico a Roma, reciterà non solo la parte del cameriere, ma sarà un cameriere romano, a Parigi sarà un cameriere di bistrot parigino. Ognuno diventa la caricatura di se stesso. Poi c’è invece chi crede che la sua esistenza non dipenda dal turismo, come un professore di liceo o un cassiere di banca (in realtà anche loro dipendono dal turismo, soltanto in maniera più mediata; per esempio la banca chiuderebbe la filiale se gli operatori turistici non vi aprissero un conto). Per costoro uso la metafora di chi si ritrova troppi ospiti in casa. Di notte si alza per andare in bagno e allora scavalca i corpi addormentati in soggiorno: nella città turistica hai questa sensazione, di muoverti scavalcando ospiti. Il risultato è che il turistante e il turistato offrono entrambi il peggio di sé, ognuno vede l’altro nella situazione peggiore possibile. Ma questa è una relazione costante nella società capitalistica. Il turismo è un’attività praticata da tutta la società, una di quelle che vengono usate per separare la società invece che per unirla. Di nuovo, tutta l’acrimonia della critica al turismo nasce dall’impotenza, dall’impaccio a criticare il capitalismo. Forse sono un bastian contrario. O forse sarò un sentimentale: quando vedo qualcuno che si fa un selfie mi viene il magone. È struggente questa necessità di dimostrare a se stessi la propria esistenza. Dietro quella foto c’è una tale incertezza di esistere, una tale ansia di rasicurarsi della propria realtà! E poi, quando vedo una persona con il magro stipendio di professore, di operaio, di postino, che risparmia per tutto l’anno per portare i figli a fare otto ore di coda per andare a vedere la Gioconda a Parigi, io lo trovo commovente: nell’unico tempo libero che ha si imbarca in questa spesa, in questa impresa, perché ha fiducia nel fatto che questo cambi qualcosa, che lo arricchisca. Questa fiducia soggiacente è qualcosa di fantastico. La cosa cui assomiglia di più è la letteratura del self-improvement, i libri che spiegano come accrescere la propria intelligenza, come diventare ricchi. In molti testi il turista è stato paragonato al giornalista e all’antropologo: è interessante, perché sono professioni in cui il viaggio è fatto per aumentare il proprio capitale sociale e culturale (esattamente quel che fa il turista).

Il turismo finirà
Oggi il 90% del turismo è praticato da pensionati o da persone con ferie pagate. Col venire meno del sistema salariale basato sul posto fisso queste due cose vengono meno: non vuol dire che le persone smettono di viaggiare, viene meno questa forma specifica di viaggio collegata al tempo libero. Il turismo è molto legato a una ripartizione del tempo simile allo zoning urbanistico: lo zoning è la ripartizione della città in zone monofunzionali. Nella zona dove si dorme si dorme, in quella dove si lavora si lavora, in quella dove ci si diverte ci si diverte, in modo esclusivo. Negli Stati Uniti, ad esempio, dove trovi un bar non troverai mai la villetta unifamiliare. Questa ripartizione dello spazio sottintende una ripartizione del tempo, da cui il turismo dipende: c’è un tempo di lavoro e un tempo libero. Tutto questo è cambiato: un nuovo modo di stare al mondo senza zoning lo dobbiamo ancora inventare. Si può fare un paragone: quando è comparso il tram alcune compagnie di trasporto, soprattutto negli Stati Uniti, avevano il problema che la domenica in tram non ci andava nessuno, e per questo erano in perdita. Allora installarono dei luna park al terminal delle linee tranviarie e incitarono gli abitanti a viaggiare in tram per visitare la città. Noi non prendiamo più il tram per visitare la città perché ci siamo abituati all’idea che la città è questa qui: un po’ la conosciamo e un po’ no. Ci siamo abituati a una conoscenza del mondo a macchia di leopardo, diversa dal modello precedente. In passato si aveva una conoscenza di tipo rurale, tant’è vero che la scienza si divide in “campi”, perché ognuno conosce il proprio campo benissimo e mano mano che si allontana conosce sempre meno fino a che arriva in un territorio sconosciuto. È una forma concentrica di conoscenza. Invece noi con le moderne comunicazioni siamo immersi in una situazione a macchia di leopardo. Ci sono interi quartieri di Roma di cui io non so assolutamente niente, allo stesso tempo ci sono certi quartieri di Chicago, di Parigi, di Londra che conosco molto meglio di Roma. La mia conoscenza del mondo è a chiazze, ed è così per tutti. Da un lato siamo turisti anche nella nostra città, quando andiamo a mangiare in un ristorante nuovo, lo facciamo come se fossimo in una città straniera. Dall’altro lato, viviamo un’esistenza nomade: può capitare di passare il fine settimana a Praga (voli low cost) o nella casa di campagna di amici: non è nemmeno più turismo. A Copenaghen la definizione di turista è stata sostituita da “residenti temporanei”. In qualche modo noi siamo sempre e ovunque residenti temporanei. Il turismo è legato alla ferrea rigidità strutturale del tempo scandito annualmente o stagionalmente in tempo libero e tempo di lavoro, con il viaggio legato al tempo libero: ma ora questa scansione si perde perché si perde la fissità del rapporto salariale. D’altro canto la nostra stessa vita si è nomadizzata e noi siamo sempre un po’ turisti e un po’ residenti. Il filosofo canadese Ian Hacking ha coniato il termine “malattie transitorie”, cioè sindromi apparse in determinati contesti e poi scomparse (l’esempio più eclatante è naturalente l’isteria). Hacking ha scritto I viaggiatori folli partendo dal caso ottocentesco di un operaio di Bordeaux che non poteva impedirsi di fuggire all’improvviso e compiere lunghi viaggi di cui non conservava nessun ricordo se non in stato di ipnosi. In questo senso il viaggio del turista è una “malattia transitoria”, è una modalità transitoria dello spostamento. Naturalmente, noi continueremo a spostarci, saremo sempre più nomadi. Già oggi nelle grandi città, a Roma per non parlare di Seul o San Paolo, metropoli di più di venti milioni di abitanti, capita di andare in posti completamente sconosciuti dove non ci si sente turisti. È uno stato intermedio quello in cui ci troveremo tutti.

Universi paralleli
Turista e migrante sembrano due figure simmetricamente opposte, perché nel primo caso chi ospita lavora per il turista, mentre nel secondo il migrante lavora per chi lo ospita. In realtà la contrapposizione non è così netta perché molto spesso il migrante arriva in un paese grazie a un visto turistico e poi rimane oltre i termini. Rifuggo dalla spettacolarizzazione della tragedia: i problemi vanno affrontati anche quando non sono teatrali, come nel caso degli arrivi con un visto turistico. In secondo luogo la gran parte dei turisti sono immigrati che tornano nel paese d’origine. Negli anni Sessanta l’Autostrada del sole era intasata da auto di emigrati italiani che tornavano a casa per le vacanze dalla Germania, con il portabagagli pieno di regali per il parentato. Un’idea a cui tengo molto è che le rivoluzioni tecnologiche e delle comunicazioni vanno in due sensi: da un lato avvicinano e dall’altro allontanano. Avvicinano geograficamente e allontanano socialmente. È molto più facile parlare su internet con qualcuno che ha le tue opinioni, il tuo background culturale, la tua educazione, ma vive all’altro capo del mondo, che parlare fisicamente con una persona che vive nell’edificio accanto al tuo e che ha un altro status sociale. Il mio vicino di casa non lo conosco più, se non fa la mia professione. Pensa al tram, che è il primo trasporto pubblico dell’occidente, una rivoluzione che ha permesso che le città potessero ingrandirsi a dismisura. Ma nello stesso tempo ha fatto sì che, per la prima volta, il personale di servizio potesse non vivere nelle case dei ricchi. Il tram, strumento che connetteva la città, la segregava socialmente. Allo stesso modo internet segrega socialmente mentre avvicina geograficamente. Nel caso dell’immigrato una conseguenza inattesa delle nuove tecnologie è che complicano l’integrazione. Ora una persona può vivere tutta una vita in un posto rimanendo sempre in un universo parallelo, perché continua a vedere la tv del proprio paese, a tifare per la squadra natia, a vedere i film e sentire i canti del paese d’origine. Il suo corpo è qui, ma tutte le sue relazioni sono lì: ho conosciuto immigrati marocchini che la sera a Roma cenano con la propria famiglia in collegamento skype da Agadir. Nello scorrimento parallelo delle vite, l’immigrato può ora assomigliare al turista perché rimane sempre un perfetto estraneo. Le rivoluzioni nella comunicazione aumentano le dimensioni del nostro spazio di contatto, ma oggi accade che due persone possono essere vicinissime nella dimensione spaziale e lontanissime in quella sonora. Interagiamo in diverse dimensioni di cui gli aspetti fisici sono solo una parte. Il turismo così come l’abbiamo conosciuto e lo conosciamo è una forma di nostalgia perché è un richiamo alla fisicità dello spazio: basterebbe comprare un dvd, mentre chi viaggia vuole andare proprio al Colosseo, quello fisico, di pietra, quello “vero”. Eppure le nostre relazioni oggi sono multidimensionali: qual è oggi l’equivalente multidimensionale di una piazza? Qual è quel posto in cui ci si incontra in molte dimensioni nello stesso luogo? Ci troviamo a pensare un mondo nuovo con categorie vecchie e inadeguate.

 

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Comments (1)

  • guardare il mondo - ATBV

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    […] fatto fatica a sceglierne poche. Ma credo che possiate leggere queste, per esempio (e poi passare all’intero articolo, se vi andrà, e poi anche leggere il libro, se come me vi paiono argomenti di estrema […]

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