Il robot come incubo

di Rinaldo Gianola

illustrazione di Moebius

 

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Dopo aver vissuto negli ultimi dieci anni la crisi economica più profonda del dopoguerra, il mondo sembra avviato a una lenta e discontinua fase di crescita. Ma non possiamo nemmeno tirare il fiato che già un’altra minaccia si affaccia all’orizzonte e promette di distruggere milioni di posti di lavoro, in nome di un inarrestabile progresso tecnologico. Il robot, ecco qual è il nuovo incubo. Il robot entra nelle fabbriche, negli uffici, nella catena della logistica, impacchetta i beni che compriamo online, risponde automaticamente al centralino, ma c’è anche chi immagina e sperimenta di usarlo per i lavori di cura, per sostituire infermieri e badanti. Il robot si sostituisce all’operaio, relega il lavoratore a un ruolo secondario nei processi produttivi. Il robot conviene: non si stanca, non si ammala, non protesta, non sciopera. Se c’è bisogno produce di più, altrimenti rallenta, si ferma. E non chiede la cassa integrazione o l’indennità di disoccupazione, non vuole dividendi o tredicesime. Niente, lavora e basta.

L’automazione dei processi, la nuova rivoluzione tecnologica applicata all’industria, l’avanzata digitale in tutti i settori dell’economia sono le pagine ancora misteriose di una stagione tutta da scoprire nelle sue potenzialità di sviluppo e negli effetti – per molti osservatori: drammatici – che avrà sul lavoro e la società. L’applicazione su larga scala dei robot potrebbe distruggere 15 milioni di posti di lavoro in Gran Bretagna e 8 milioni negli Stati Uniti nei prossimi anni.

In Italia, secondo uno studio di The european house- Ambrosetti, l’automazione potrebbe spingere fuori dal mercato del lavoro circa il 15% dei lavoratori tra i 30 e i 59 anni, cioè 3 milioni di occupati, nei prossimi quindici anni. L’industria manifatturiera, il commercio e l’agricoltura sono i settori dove è più semplice e praticabile l’introduzione dell’automazione, ma la macchina potrà sostituire anche gli impiegati tradizionali, i commercialisti, i bancari. In questo processo di cambiamento saranno più al sicuro quelle figure professionali dotate di alte competenze personali, con elevati gradi d’istruzione e di formazione. Gli altri sono destinati alla disoccupazione e all’emarginazione.

Il robot, dunque, sarà un nuovo veicolo per aumentare e allargare le diseguaglianze, già oggi molto ampie, tra chi detiene il sapere e chi è costretto a rincorrere questa quarta rivoluzione industriale che il governo italiano sta favorendo con gli investimenti di “Industria 4.0”. Se domani le macchine fossero capaci di produrre tutto quello di cui abbiamo bisogno per vivere – si legge in un rapporto della Fondazione Feltrinelli sulla jobless society – allora il bagaglio di competenze che ne attivano le funzioni sarà il vero capitale su cui le istituzioni dovranno investire per redistribuire i vantaggi che queste apportano e ridurre le diseguaglianze.

Semplifcando: il robot pone gli stessi problemi che si sono manifestati in ogni periodo storico quando il mondo del lavoro, dell’impresa e la politica si sono trovati ad affrontare rivoluzioni tecnologiche applicate ai processi produttivi. Oltre sessant’anni fa Norbert Weiner, pioniere dell’informatica, sosteneva che la nuova tecnologia avrebbe distrutto tanti posti di lavoro da rendere la Grande depressione simile a un banale picnic. John Fitzgerald Kennedy, all’epoca della Nuova frontiera, di fronte alle preoccupazioni per i primi effetti indotti dalla rivoluzione tecnologica, si consolava con l’ottimismo americano: “Se gli uomini hanno la capacità di inventare nuove macchine che creano disoccupati, avranno anche la capacità di riportare questi uomini al lavoro”. Negli anni Novanta ebbe un grande successo il libro La fine del lavoro di Jeremy Rifkin il quale sosteneva che “robot e computer sostituiranno intere categorie di occupati” e per difendersi proponeva “la riduzione dell’orario di lavoro e il ricorso massiccio all’economia sociale”.

Il lavoro è cambiato, è stato stravolto dalle novità organizzative, ma per ora non è scomparso nemmeno quando si sono moltiplicate le innovazioni tecnologiche, nemmeno con internet e con l’economia digitale su base planetaria. Anzi sul mercato del lavoro mondiale sono apparsi centinaia di milioni di operai e impiegati cinesi, indiani, vietnamiti che si sono messi in concorrenza con l’Occidente industrializzato conquistando produzioni, mercati e reddito, ma non i diritti che ormai sono solo un accessorio anche nelle nostre democrazie.

Anche se Asimov invitava a “non aver paura del robot”, oggi la macchina che si sostituisce all’uomo appare una minaccia concreta al nostro lavoro, al nostro reddito, alle nostre condizioni di vita. C’è chi immagina e prevede disastri epocali e valuta soluzioni radicali. Forse saremo pagati per restare a casa, passeremo la giornata ai giardini perché il nostro lavoro lo svolgerà una macchina. Bill Gates, fondatore e proprietario di Microsoft, ha proposto di tassare i robot per creare un fondo di solidarietà a favore dei disoccupati. Il parlamento europeo, in una sessione dedicata alle innovazioni tecnologiche, ha ipotizzato l’introduzione della responsabilità civile dei robot, dovrebbero essere responsabili, e dunque pagare, per i posti di lavoro distrutti.

Sono ipotesi fantasiose, buttate lì, forse nessun governo le adotterà, ma sono anche la dimostrazione di un allarme per una situazione sconosciuta che potrebbe scappare di mano, incontrollata. Le soluzioni per garantire il progresso tecnologico e la tutela sociale del lavoro andrebbero ricercate nella politica, purtroppo oggi assai deludente e deficitaria a tutti i livelli. D’altra parte la tecnologia è forte e invasiva, ma non è indipendente: risponde in origine a una regia, a una mano umana, a un’idea di produzione e di sviluppo. Il passaggio decisivo e democratico sarebbe la condivisione delle competenze, la socializzazione della conoscenza, per evitare altri drammatici terremoti sociali e altre pericolose diseguaglianze. Perché a ben vedere, anche oggi, dopo la globalizzazione, le tecnologie più avanzate, i robot invadenti, il problema resta sempre quello che descriveva John Maynard Keynes nel 1936: “I difetti più evidenti della società economica nella quale viviamo sono l’incapacità a provvedere la piena occupazione e la distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e dei redditi”.

 

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