I tedeschi risvegliati

di Piero Salabè

illustrazione di Mari Kanstad Johnsen

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“Prima di integrare gli stranieri, dovrebbero integrare noi” dice un abitante di Willsdurff, una cittadina nella periferia di Dresda, 14mila abitanti e dieci rifugiati, dove il partito dell’estrema destra Afd ha raggiunto quasi il 40 per cento. La chiave per leggere il risultato che più di tutto ha fatto scalpore alle elezioni tedesche, l’avanzata della destra nazionalista in Germania, si trova nello sviluppo a due velocità del paese più influente d’Europa: quasi trent’anni dopo la riunificazione, le Germanie sono ancora due, e il ressentiment degli ultimi arrivati, un misto di invidia e rancore, non tanto dissimile a quello che fu alla base dell’antisemitismo negli anni Venti, spiega l’enorme successo – nella Sassonia per un soffio non è diventato primo partito – di questo raggruppamento xenofobo, strillone e confuso, popolato da personaggi degni di un circo.

Un circo che fa un po’ paura, non diversamente da quello italiano, sebbene Beppe Grillo appaia più carismatico della candidata alla guida Alice Weidel, lesbica dichiarata in un partito omofobo, che con la compagna di origine cingalese è stata accusata di assumere in nero una donna delle pulizie siriana in attesa di asilo politico. Sono ormai anni che un po’ in tutti i paesi civilizzati osserviamo l’ascesa di questi hooligan della politica, o meglio dell’antipolitica, la cui demonizzazione non fa che aumentarne i consensi. Berlusconi docet, e questa brutta storia sembra non finire. Perché la Germania dovrebbe differenziarsi? La gente che oggi si indigna sulle pagine dei giornali liberal, pensa che ci sia una responsabilità storica per essere stata la Germania il paese dell’olocausto, dove l’illuminismo ha conosciuto la dialettica più atroce – ma questi concetti sono “astratti”, “mentali”. La peste, scrive Camus, tornerà in altre forme, e se il nazismo c’è stato, esso può ripresentarsi, anche in Germania. Certo sorprende che un paese con uno degli indici più bassi di disoccupazione in Europa, che celebra un trionfo economico dopo l’altro, covi nel proprio interno un’opposizione così strenua e reazionaria rispetto alla politica del governo. È tutto da ascrivere alla crisi dei rifugiati? In buona parte, sì, ma la chiave va cercata nella xenofobia virulenta di quasi tutti i paesi ex-comunisti, per quella che potrebbe chiamarsi la “sindrome dell‘africano”, riprendendo le parole della poesia di Pasolini, in cui si scende la scala dell’umanità dal bracciante al mendicante, dal napoletano al calabrese, dal calabrese all’africano. Nella gerarchia sociale, dopo di me, ci dovrà pur essere qualcuno, no? È il risentimento di chi credeva che la conquista della libertà non dovesse coincidere con solidarietà e umanità, e che adesso riversa sul disgraziato di turno la propria paura o la propria frustrazione di ritrovarsi all’ultimo posto. Un fenomeno triste – ma è davvero preoccupante? Angela Merkel sembra nel pieno controllo della situazione, lei che è l’incarnazione della Realpolitik, sapeva benissimo a cosa andava incontro con la sua politica dei rifugiati. È stato un gesto politico ancor prima che umanitario: la Merkel, d’accordo con la grande industria, voleva e vuole dare una svolta cosmopolita alla Germania, non solo per ragioni demografiche, ma per trasformarla in una nuova America, un grande magnete per tutte per le forze e le intelligenze del mondo, non ultimi gli italiani laureati che vi immigrano in massa. C’è dunque anche un sogno di potenza dietro tanta umanità, un “particulare” lungimirante e, in fondo, anche illuminato. Nonostante tutti i rischi che una politica di apertura comporta, meglio la civiltà borghese che la xenofobia di stato, come quella che provano i nostri vicini austriaci mandando i carri armati al Brennero. Adesso la Germania troverà un nuovo governo della Merkel, con molta probabilità una coalizione con verdi e liberali, e si spera in una continuazione virtuosa. D’altronde, non tutti i mali vengono per nuocere. Il successo dell’Afd costringe finalmente i tedeschi a uscire dal ruolo di Bella addormentata: c’è da lottare, la peste c’è e ci sarà, anche dove era stata già debellata. Pensare che non sia necessario lottare, che un certo livello di umanità sia stato raggiunto una volta per tutte, significa lasciare il campo agli altri, agli inquietanti pagliacci di turno.

 

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