Dall’Eritrea e da altrove

di Mussie Zerai, a cura di Antonella Soldo

 

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Da un barcone in mezzo al mare o dal fondo di una prigione sotto terra, in Sinai, dall’interno di un camion guidato da trafficanti in Sudan, o dalle coste della Libia: in tutti questi anni, sono migliaia i migranti che hanno telefonato a padre Mussie Zerai, per chiedergli aiuto quando ogni altra possibilità era negata. Il suo numero rappresenta tutt’ora l’ultima speranza di salvezza per moltissime persone che dall’Africa subsahariana tentano di raggiungere l’Europa e che rimangono ostaggio di terroristi o rischiano la vita in mare. Don Zerai, con l’agenzia Habeshia, di cui è presidente, fa tutto quello che può: avvisa la Guardia costiera se un’imbarcazione si trova in difficoltà; supporta le famiglie nei ricongiungimenti; sollecita le autorità e le istituzioni sui casi umanitari più gravi. Insomma, è uno degli uomini che conosce più a fondo il fenomeno delle migrazioni, le situazioni dei paesi di provenienza dei profughi, le variazioni delle rotte e gli ostacoli lungo tutti i percorsi.

Padre Zerai, dopo gli accordi del nostro governo con la Libia – accordi il cui contenuto ad oggi non è noto neppure al parlamento – gli sbarchi dei migranti sono diminuiti. Sembrerebbe che il ministro Minniti abbia finalmente trovato la soluzione che il nostro paese e l’Europa cercavano da tempo… Eppure le cose non stanno proprio così. Che cosa sta accadendo ora in Libia?
Gli accordi che l’Italia ha fatto con la Libia, o meglio con le varie “Libie” (con le tribù del sud, con il generale Kalifa Haftar, e con il governo di Tripoli di Fayez Serraj) sono l’ultimo atto di una strategia – avviata già con il processo di Khartoum – per la creazione di barriere di trattenimento del flusso di migranti e profughi. Da quello che sappiamo, oggi in questo territorio ci sono almeno cinquanta centri di detenzione: si parla di oltre un milione di persone bloccate nel paese. Alcuni sono arrivati lì per cercare lavoro, quando ancora la situazione del paese non era precipitata. Altri erano di passaggio, nel tentativo di raggiungere l’Europa, in fuga da guerre o carestie. Di fatto l’Italia non ha stipulato accordi con un governo che controlla il territorio, ma con milizie e capi tribù: gli stessi che hanno usato il traffico di esseri umani come business principale. Che cosa dobbiamo aspettarci? Non ci si è preoccupati della dignità delle persone in fuga e del loro bisogno di protezione. In questo blocco sono finiti uomini, donne e bambini che ci raccontano di abusi e violenze e di schiavitù: venduti per essere usati nell’edilizia o in altri settori. Il 77% dei minori non accompagnati, se arriva in Europa, vi giunge portandosi dietro traumi psicologici e segni visibili sul corpo delle violenze a cui sono sopravvissuti: cicatrici, fratture e percosse che spesso li rendono disabili. Non abbiamo fatto nulla per impedire che ciò accadesse a dei minori.

 

Da dove arrivano le richieste di aiuto?
Ricevo segnalazioni da diversi luoghi: direttamente, oppure dai parenti che mi contattano per darmi notizia di qualche congiunto intrappolato. Ciò avviene con ogni mezzo, anche tramite Facebook, Whatsapp, Viber. Spesso chi sta in questi centri riesce ad avere un cellulare: sono le milizie stesse che glieli forniscono così che possano chiamare i familiari per chiedere di inviare loro denaro per pagare un riscatto. Alcuni riescono a pagare fino a mille dollari per uscire, ma non è detto che i trafficanti li lascino andare; o se accade, magari subito dopo vengono fatti prigionieri da un’altra banda. Fino al 2012 il centro dell’attività di sequestro e detenzione di esseri umani era il Sinai: teatro di tragedie indicibili, dove le persone segregate venivano torturate con ferri roventi oppure gli veniva versata addosso plastica bollente allo scopo di far sentire al telefono le grida ai loro congiunti e convincerli a pagare. Lì è nato anche un traffico di organi che ha coinvolto medici di ospedali egiziani e di tutto il Medio oriente. Questo territorio fuori controllo stava diventando una minaccia anche per la sicurezza dell’Egitto, così Al Sisi ha occupato il Sinai mettendo l’area sotto il suo controllo e ha distrutto i covi dei trafficanti. Che non hanno interrotto per questo la loro attività, ma si sono spostati più a sud dell’Egitto, al confine con Libia e Sudan.

Quello dell’immigrazione è un fenomeno complesso. Troppo spesso però si tende a ridurre all’osso le considerazioni, senza distinguere le diverse e mutevoli cause dei flussi. Ad esempio, a vedere i dati degli sbarchi c’è una cosa che balza agli occhi: gli arrivi dall’Eritrea. Nel 2015 sono stati 39mila (nel 2016 il dato ha subito una flessione: circa 20mila. Ma moltissimi sono minori). Nel naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, ben 362 delle 368 vittime erano eritree. Ufficialmente non si tratta di un paese in guerra, cosa spinge dunque un numero così massiccio di persone a partire?
In realtà l’Eritrea si ritiene ancora in guerra contro l’Etiopia. Una guerra cominciata nel 1998 su una contesa territoriale. Dopo il cessate il fuoco del 2000 (Accordo di Algeri), infatti, si è affidato a una commissione indipendente delle Nazioni Unite il compito di definire i confini tra le due nazioni. Al termine della sua indagine nel 2002, la commissione stabilisce la nuova assegnazione: l’Eritrea accetta, l’Etiopia no, e non ritira il suo esercito dai territori occupati. I paesi garanti dell’accordo, come l’Algeria e l’Italia, non sono intervenuti. Così, il conflitto non è mai terminato e sussiste tutt’ora una situazione di non guerra e di non pace, con i due eserciti che si guardano al confine, e ogni tanto ci sono spari e tafferugli. Le popolazioni che vivono in quell’area sono in un perenne stato di terrore, senza poter avere uno scambio: magari sono parenti tra loro, per lungo tempo hanno avuto la stessa chiesa, le stesse piazze, gli stessi mercati, eppure sono separati da trincee da diciassette anni. Questa condizione ha fatto in modo che in Eritrea Isaias Afewerki sospendesse ogni processo di democratizzazione: la costituzione non è mai entrata in vigore, non vi è libertà di stampa, né libertà di movimento. E soprattutto – per far fronte all’esercito di un paese molto più grande, come appunto l’Etiopia – vige un servizio militare permanente: per le donne fino a 40 anni, per gli uomini fino a 50 (ma vi sono uomini che a 70 anni portano ancora il fucile). Ufficialmente l’età di inizio è quella di 18 anni, ma spesso li prendono che sono ancora minori, a 16-17 anni. L’esercito controlla ogni settore: dall’agricoltura all’industria. Anche insegnanti e medici svolgono la loro professione sotto il servizio militare e con la paga del servizio militare. Resi schiavi dallo stato. Questo è il motivo principale che causa la fuga di migliaia di minori dall’Eritrea. Si tratta anche di bambini di 9-10 anni: perché oggi nessun giovane pensa di poter avere un futuro in questo paese. Chi può andare è solo chi ha soldi per poter fuggire, rischiando la vita: c’è, infatti, l’ordine di sparare a vista su chi tenta di lasciare il paese. Anche se un’inchiesta delle Nazioni Unite ha accertato che alcuni apparati del regime erano coinvolti in questo traffico, e si facevano pagare per accompagnare fuori dall’Eritrea le persone. La pretesa del regime di controllare tutto e tutti ha creato un impoverimento senza precedenti. L’utopia di Afewerki rende tutti uguali, sì, ma nella povertà. Tutti tranne le élite vicine al potere. Allo stato attuale non c’è nessuna prospettiva: piccoli spiragli si chiudono subito dopo essersi aperti. Prima del 2003 non c’era questo esodo, perché la gente ha tenuto duro: sono rimasti sperando di creare futuro, sono rimasti per riprendersi la vita sospesa dal governo. Poi sono cominciati gli arresti di tutti i ministri, i giornalisti, i leader religiosi. E la negazione di ogni diritto e libertà. Così la gente ha cominciato a partire. Abbiamo sperato tante volte nel cambiamento, anche con l’ingresso delle aziende straniere che si occupano, ad esempio, delle miniere di oro, oppure dopo l’arrivo degli aiuti provenienti dall’Unione europea (circa 300 milioni, come stabilito dal processo di Khartoum). Ma il problema dell’Eritrea non è un problema economico: il paese ha bisogno di uno stato di diritto e di libertà.

L’Eritrea è stata una colonia italiana, anche se questa parte di storia recente del nostro paese rappresenta un grande rimosso. Lei crede che vi sia una qualche correlazione tra il passato coloniale del paese, tra l’instabilità in cui questo è stato lasciato dagli italiani, e la sua storia contemporanea?
Il passato coloniale ha ovviamente la sua influenza: in sessant’anni di permanenza degli italiani non è stato tutto rose e fiori. Ci sono stati anche dolore, sofferenze e abusi: il regime fascista ha tentato di applicare le leggi razziali del 1938 anche in Eritrea. Gli eritrei erano segregati a casa loro: esistevano quartieri vietati, ingressi separati negli autobus. Mia nonna mi raccontava che gli italiani le dicevano che avrebbero fatto scarpe con la nostra pelle e sapone con le nostre ossa. Gli eritrei erano usati per fare guerre ovunque: in Libia, in Etiopia, in Somalia, in Russia. Usati e gettati. Il governo Crispi dichiarò l’Eritrea provincia d’Italia oltremare, ma a queste parole non seguirono i fatti. I famosi “ascari” che hanno servito bandiera italiana (nell’archivio del ministero della Difesa sono conservati i nomi di oltre 5mila decorati al valore militare o civile) sono stati dimenticati, e i loro figli abbandonati. Oggi i loro discendenti avrebbero dovuto essere cittadini italiani. Il mio bisnonno era uno di questi. Addirittura ai figli delle coppie miste era negato il riconoscimento paterno e quindi la cittadinanza italiana. Ma lo stesso problema del confine con l’Etiopia nasce sotto il colonialismo. Insomma, l’Italia ha una responsabilità storica reale e concreta.

Lei è arrivato in Italia nel 1992, all’età di 14 anni, per sfuggire all’oppressione della sua Eritrea – in quel momento storico sotto l’occupazione etiope. Oggi è considerato un nemico del regime di Afewerki e non può tornare in patria. A condividere con lei questa condizione ci sono molti esuli politici che provano in Europa a organizzare una sorta di resistenza. Ci sono prospettive per un fronte di liberazione nazionale?
I gruppi di opposizione sono tanti ma divisi. E in questo lavora il regime: il vero lavoro dei sostenitori del regime è quello di infiltrarsi nella resistenza e disgregare. Per questo non si riesce a fare fronte unico per arrivare a un cambiamento democratico. Al momento non sembrano esserci possibilità.

In questi anni in cui ha soccorso e aiutato migliaia di persone ha avuto una prossimità con la sofferenza indicibile, con l’ottusa ingiustizia. In tutto questo nel dolore è ancora possibile rintracciare qualcosa che resiste di bellezza e di speranza?
Non sono disperati quelli che arrivano, ma carichi di speranza. Conosco molte storie di persone che con tanto coraggio hanno cercato libertà, dignità, futuro. Ma c’è una storia che mi ha particolarmente impressionato. Quella di una ragazza eritrea minorenne, Selam, che cercava di raggiungere padre e sorella che vivono in Svezia. Fuggita dal paese viaggia in un camion insieme ad altri venticinque giovani quando incappano in una sparatoria tra trafficanti che si contendevano la preziosa “merce” che erano loro. Il camion si rovescia. In cinque muoiono sul colpo, alcuni vengono feriti gravemente, tra questi c’è lei che rimane paralizzata. Quando ricevo la segnalazione mi dicono di trovarsi nel sud della Libia. L’ospedale più vicino non aveva strumenti per curarla: vengo a sapere che in quella zona si trova il Consiglio nazionale per i rifugiati della Danimarca, quindi chiedo aiuto a loro per traferirla in un ospedale più grande, ma anche loro non riescono a fare granché. Salem da sola riesce a convincere qualcuno a portarla in auto a Tripoli. Da lì le cose sarebbero state più semplici: mi rivolgo direttamente all’allora ministro degli Esteri, Federica Mogherini, per chiedere di dare un visto umanitario a questa ragazza. Il ministro risponde che si sarebbe interessata, sollecita i funzionari dell’ambasciata, che effettivamente vanno a trovare questa ragazza in ospedale, ma passano i mesi e il visto non arriva. La situazione libica intanto precipita, l’ambasciata viene chiusa. Facciamo ancora un tentativo per provare a trasferirla in Tunisia: magari da lì sarebbe stato ancora possibile ottenere un visto, ma anche stavolta senza successo. Selam da sola non demorde: non so come abbia fatto, ma riesce a farsi imbarcare, portata su un materasso, su un barcone alla volta dell’Italia. Quando l’imbarcazione è in mezzo al Mediterraneo e in pericolo mi arriva una telefonata: “siamo in cinquecento, con noi c’è anche una ragazza paralizzata”. Era davvero Selam? Non potevo crederci. Arrivata a Lampedusa, da lì viene trasferita a Palermo in ospedale: ma dopo 8 mesi dall’incidente è piena di piaghe e la sua situazione è ormai irrecuperabile. Grazie a un parlamentare italiano otteniamo il ricongiungimento familiare e ora vive in Svezia. È un mezzo successo: è in vita, anche se purtroppo è paralizzata. Io ho ammirato il suo coraggio, la sua resistenza: aveva solo 16 anni. E ha dovuto affrontare tutto questo solo a causa della mancanza di un percorso legale che la portasse in Europa dalla sua famiglia, come era suo diritto.

Per la sua attività di soccorso e aiuto nel 2015 lei è stato candidato al premio Nobel per la pace. Per la stessa identica attività ad agosto di quest’anno è stato indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina dalla Procura di Trapani. Non è uno straordinario paradosso? Quale capovolgimento è in atto se qualcosa ritenuto fino a poco tempo fa degno dei più altri riconoscimenti sia oggi considerato addirittura un crimine?
Per la magistratuta è un atto dovuto, avendo ricevuto una segnalazione. Tuttavia, la speculazione mediatica e politica fatta sulla vicenda delle ong e che mi ha visto coinvolto era volta a criminalizzare la solidarietà e a screditare chi fa vedere quello che si sta consumando nel Mediterraneo. Si vuole eliminare dagli occhi dell’opinione pubblica europea questa tragedia. E ciò accade anche perché l’arrivo di queste persone è un atto di accusa verso l’Europa e l’occidente in generale. Il mio paese dilaniato da bombe vendute da voi, che avete venduto sapendo che le avrebbero usate contro di noi. L’unico settore che non ha conosciuto crisi è quello delle armi: nessun paese africano ne è produttore eppure gli arsenali sono pieni di armi prodotte in Europa. Le ong e i personaggi come me sono un problema. Bisogna, se non ridurli al silenzio, almeno danneggiare la loro credibilità. Nel mio caso il discredito fa il gioco dei sostenitori del regime eritreo: ovvero di quei personaggi legati al regime – ma anche alla destra italiana – che attaccano il mio nome accusandomi di essere un trafficante. Stiamo vivendo una regressione e un capovolgimento di valori: quello che sarebbe stato inaccettabile – essere razzista e intollerante – oggi è sdoganato. L’insulto è diventato “buonista”, ovvero essere buono. Così accade che a delle elezioni, come quelle tedesche, prenda il 12% un partito che inneggia al razzismo e all’antisemitismo.

Sulla questione migranti in Italia il clima non è mai stato così teso. Con l’estate scorsa possiamo dire che si è toccato il punto più basso mai raggiunto. La percezione di minaccia è altissima: il 47% degli italiani ha paura dei migranti. La narrazione xenofoba sembra avere la meglio. Persino gli appelli di papa Francesco ad accogliere i migranti non sortiscono alcun effetto dirompente nella comunità dei fedeli, dei parroci, degli alti prelati. Tutto ciò non rappresenta una sconfitta anche per la Chiesa cattolica e per i suoi principi evangelici?
La Chiesa è parte della società e i fedeli sono condizionati dalle stesse notizie che alimentano la rabbia e la paura. È questo quello che paralizza: da una parte c’è il papa che invita ai valori evangelici, dall’altra c’è la gente che è bombardata dalla televisione, dagli allarmi sui reati… Quando anche le comunità delle parrocchie e delle diocesi hanno paura dell’opinone pubblica o delle statistiche e si fanno guidare dagli umori della gente è pericoloso. Deve essere la parrocchia a guidare ed educare l’opinione pubblica. In questo momento la cosa giusta è dare un segnale di apertura e non di chiusura. Quando amministrazioni locali vietano di dar da mangiare in parrocchia, questo per la Chiesa cattolica deve essere percepito come limitazione della libertà religiosa. Spesso si crede che la libertà di culto – il celebrare messa – sia tutto. Ma non è solo quello: la libertà religiosa è molto più ampia, da credente devo vivere la mia fede anche concretamente, con atti di solidarietà. La fede senza l’azione è vana (come è scritto nella lettera dell’apostolo Giacomo), esse vanno insieme, non basta la liturgia, serve l’atto di amore verso l’altro. Ad esempio, il comandamento evangelico mi dice che devo dar da mangiare, ma se c’è un’ordinanza del sindaco o del prefetto che mi impedisce di dar da mangiare in parrocchia a degli stranieri, questa è anche una limitazione della mia libertà religiosa. Se mi si chiede di controllare i documenti a una persona prima di offrirle un pasto e mi si impone di non poter sfamare uno che non abbia i documenti, questo è contro la mia libertà religiosa. Qualsiasi legge che mi impone di negare che quella sia una persona è contro la mia libertà religiosa, che dovrebbe essere garantita dalla costituzione. Se mi si impedisce di vivere la mia fede, dunque, devo fare una battaglia per la piena libertà religiosa.

 

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