Contro l’università. È arrivata la tributaria

di Piergiorgio Giacchè

illustrazione di Mara Cerri

 

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Dev’essere stata una gran soddisfazione per la guardia di finanza arrestare dei docenti di diritto tributario che in fondo sono i “professori” di loro competenza. Ma non sono nuove e anzi sono sempre più frequenti le denunce e le vendette – e non più le proteste – degli “studenti”. Sarà per via della proliferazione dei nuovi movimenti studenteschi che magari non fanno legge ma, peggio, fanno moda: dai liceali compagni di Renzi agli scolari grillini, dai fratellini d’Italia agli apprendisti leghisti di Salvini sono fin troppe le nuove ri-generazioni della politica italiana che ce l’hanno su con i professori, e non perdono occasione per scandalizzarsi ogni volta che scoprono uno scandalo. E sempre più spesso fa scandalo ogni comportamento che da ordinario appare all’improvviso straordinario, in virtù di una “rivelazione” di fatti che prima era una “rilevazione” di dati, di un uso corrente che di colpo sembra un abuso indecente, di una situazione di fatto che si scopre non di diritto… e così via mutando lo sguardo o rigirando frittate.

Viene in mente la rivoluzione culturale cinese, dove però i professori erano messi alla gogna con tanto di orecchie d’asino, accusati di antico sapere prima ancora che di passato potere. Da noi invece la rivolta che tanto eccita la stampa e la propaganda è per così dire morale per non dire umorale: oggi tocca ai professori, ma ieri ai magistrati e domani probabilmente ai medici di essere colti con le mani nel sacco, cioè dove sono sempre state. Basta con l’impunità delle classi medio alte – si dice ed è giusto che si dica – ma questo non elimina il sospetto che cominci a far comodo e dia gusto ai tanti rottamatori che non diventano mai carrozzieri: che il magistrato che sbaglia paghi i suoi errori, che il medico che non guarisce sia sotto inchiesta, che il professore che sminestra i posti invece di ben amministrare i concorsi sia denunciato… si può dire e fare, ma non è questo il punto. Questa comincia a essere una “linea”, anzi il segmento che mancava per completare l’area e l’azione della demagogia elettorale, a prescindere dalle distinzioni o dalle deviazioni fra destra e sinistra. Entrambe le parti si contendono infatti i voti di quell’Italia di Mezzo che sta fra gli Emarginati e i Privilegiati: il nuovo doppio estremismo che, a corrente alternata, dà occasioni e argomenti alla pubblicità dei partiti.

Se poi ci si divide, almeno nelle intenzioni o nei sentimenti, circa il trattamento da riservare agli immigrati o ai disgraziati (aiutarli qui o a casa loro, accogliere o alloggiare, integrare o appena salvarli dalle acque…), quando si intercettano gli scandali o scandaletti dei ceti più abbienti le parti politiche si contendono magari lo scoop ma si uniscono in un solo coro: giustizialisti o garantisti sono ormai due maschere di convenienza perfino per i grillini duri e puri. Anche per loro, che credono e predicano che la borsa vale più della vita (e sulle prebende e i vitalizi e le pensioni d’oro e le macchine blu hanno basato più di una politica, una fede), l’illegalità è un pericolo generico fisso su cui non si può non incappare; e infine anche loro sanno che da noi la corruzione è un male endemico come l’evasione fiscale, e va combattuta con tempi e modalità simili a quelle di un tumore.

Ma se, vista e presa con la maiuscola, la Corruzione è inevitabile in politica e perfino indispensabile in economia – con tutto il riguardo che si deve alle mafie e alle banche e chissà a quali altri misteri globali – la prepotenza minuscola e l’arbitrio troppo libero e il prestigio già scaduto dei piccoli nobili e notabili decaduti, quello sì che diventa un bersaglio ottimale che poi a nessuno fa male. Su quello conviene sparare come sulla croce rossa, giacché è l’avversione e non la rivoluzione quello che serve a una politica tutta elettorale. Ed è il peccato veniale quello che irrita di più l’uomo della strada e la casalinga di Voghera, che poi sono – socialmente – gli immediati inseguitori e gli invidiosi successori e infine i malevoli vicini di casa di chi si permette comportamenti arroganti o ingiuste vessazioni credendosi ancora “qualcuno”.

Bene, è appunto su questo piano, anzi su questo pianerottolo, che si può parlare dello scandalo dei “professori”: non perché abbia un gran senso ma per estrarne qualche piccolo insegnamento. E il primo riguarda il paradossale “vantaggio” dello scandalo per chi ne è colpito, ovvero gratificato. Se infatti si scende dall’universale all’università, si scopre che la sua immagine sbiadita ha tutto da guadagnare e si può perfino rivitalizzare: si riparla o si narra dei Baroni e del loro Feudalesimo, delle loro gerarchie e dinastie, dello strapotere che hanno sui sudditi studenti e sui servi ricercatori… E i soliti corsi ridiventano magistrali e gli eterni ricorsi fanno notizia e infine i rari concorsi sembrano tornare credibili quanto più sono preda dell’arbitrio di pochi potenti addirittura edificati in “cupola”… Come da Mafia e quasi da Chiesa, insomma in auge per non dire in gloria.

Non sappiamo e non vogliamo sapere se la cupola o la nuvola del professor Fantozzi e degli altri tributaristi sia in realtà così elevata e onnipossente, ma chi conosce l’università, anche solo di passaggio o di assaggio, è abituato al suo paesaggio di castelli e all’arbitraggio dei vassalli che mimano antichi poteri e ahimé anche antichi saperi. E ciascuno è consapevole, per esempio, che, da che ateneo è ateneo, non c’è mai stato nessun candidato a concorso universitario che non sia stato fermato o sconsigliato o ritardato subendo le strategie e le albagie della alta commissione di grazia e giustizia. Piegarsi è stata da sempre un’iniziazione ma anche un inizio, era in qualche modo accordarsi o appena accodarsi, ma infine accontentarsi. Quanto al barone di turno, tutti e perfino lui hanno sempre saputo che era nudo, ma proprio per questo funzionava la favola dell’imperatore e non scattava una denuncia per oltraggio al pudore. Chissà se alludeva a questo quel luminare e docente e pensionato e intercettato quando suggeriva al candidato scartato di “non fare l’inglese”, magari nel senso della vittoriana pruderie

Ma non scherziamo: nessuna nostalgia e nessuna assoluzione per questo modo di gestire la cattedra e la carriera, ma francamente nessuna meraviglia se non si è sostituito l’ingiusto Metodo con il sacrosanto Merito, perché è proprio questa la bufala e quindi il secondo vero insegnamento che si può trarre dalla vicenda che sta prendendo il nome altisonante e mediatico di “Universitopoli”. Nell’Università da sempre e per sua natura e autonomia, la riproduzione dei docenti è avvenuta per partenogenesi o al massimo per adozione (come nell’epoca degli imperatori di Roma), e proprio questa discendenza e/o dipendenza (che ieri si sarebbe detta appartenenza a una Scuola) poteva garantire una qualche continuità di sapere prima ancora della trasmissione di potere. Poteva perfino selezionare, certo in modo autoritario, un qualche merito che ieri si chiamava bravura…

Non ci si può adesso inventare all’impronta una assemblea votante via streaming, né una olimpiade dei cervelli come vorrebbero le nuove rigenerazioni democratiche: ci cono certo curricula che corrono di più, ma quale effettiva sapienza può fare la differenza sul piano tanto acclamato del Merito?

Forse ieri – malgrado tutto il potere e tutti i baroni – una via c’era ed era quella della Ricerca. Ma oggi che la Didattica e l’esamificio si sono estesi in tutti i dipartimenti, che a loro volta si sono mangiati le antiche facoltà, con quali esami di retorica o con quali quote di “produzione-laureati” si può sperare di scovare e valorizzare i migliori e magari sconfiggere i maggiori?

Forse allora sarà vero che “i migliori se ne vanno” (all’estero) ma è anche vero che i maggiori o maggiorenti o maggioranze non stanno facendo nulla per migliorare l’università. E tanto meno la realtà delle cose e delle teste…

Ma allora la colpa ancora una volta la si deve dare a quei baroni che non li hanno bocciati quando erano ancora a scuola, i renzini, i grillini, i salvini, i fratellini d’Italia.

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