Cinema. Raccontare il Salento

di Piergiorgio Giacché

una scena del film La vita in comune, di Edoardo Winspeare

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C’è qualcosa nello sguardo del regista salentino Edoardo Winspeare che forse non si invidia ma che francamente si ammira. Una serenità solida e intanto un’ironia leggera con cui si aggira nel suo Territorio e si specchia nel suo Popolo: due parole corrotte, la prima dal turismo e la seconda dal populismo, ma ancora magicamente “salve” grazie agli occhi e ai film di Edoardo, da sempre girati “a chilometro zero”.

Se però lo spazio ovvero il set è sempre lo stesso, molto tempo è passato e il sentimento è cambiato anche per Winspeare: lo si è visto nascere, e poi lo si è visto crescere e adesso ha perfino preso il volo. Che si vuol dire? Che ai tempi di Pizzicata era appena un innamorato del Salento ma poi si è trasformato in amante adulto e attento e aperto fino ad arrivare In grazia di dio. Adesso, con Vita in comune, il film presentato alla Mostra di Venezia nella sezione “Orizzonti”, ha incominciato a volar via portandosi dietro discendenze ma soprattutto trascendenze salentine. Così, dall’innamoramento all’amore è salito ancora, fino a un rapporto capovolto: adesso, secondo me, è lui l’Amato ovvero l’eletto figlio di una terra che è stata invasa dalla moda, soffocata dal successo, traviata dal turismo. Oggi che in terra d’Otranto la taranta pizzica pizzica centomila persone per volta nei concertoni di mezza estate, oggi che le spiagge e le calette e perfino gli scogli sono al tutto esaurito, che le città salentine si gonfiano di soldi e di case e nelle campagne non ci sono più paesi “sperduti”… oggi davvero le storie e le scelte di Edoardo fanno insolita meraviglia e incantata critica, nel mare e nella terra di una Puglia ormai tutta da bere e mangiare e ballare…

Winspeare non ha paura delle mutazioni o mutilazioni del nuovo che avanza anche troppo, ma vi galleggia sopra e le perdona anche quando le denuncia. Certo è costretto a ritirarsi, per girare i suoi film nelle rare riserve del paesaggio e nel “disperato” deserto di un villaggio senza turisti: cioè in uno Spazio che forse non c’è più e in un Tempo che invece continua a essere sospeso. Ma stavolta non ci sono tentazioni verso il passato del Mito o polemiche contro il presente della Storia. Non ci sono radici di folklore che tengano né frutti dell’albero del benessere che attraggano. Stavolta Winspeare tuffa uno sguardo divertito e un film divertente in un futuro ancora pensabile e forse possibile e comunque amabile… Ed è proprio questa sua amabilità a mandare il suo ultimo film “fuori dai generi”. E in effetti, La vita in comune non si sa come guardarla o classificarla, a metà fra la tragedia ridicolosa e la commedia virtuosa. C’è sempre in Winspeare una ostinazione e imposizione di “amorosi sensi”, che forse imbarazza più di uno spettatore, ma che stavolta arriva al suo culmine ovvero prende il volo: stavolta la vicenda procede per successive instancabili conversioni di brutti e cattivi e ignavi che scoprono il gusto e perfino seguono il destino della bontà. Eppure il “buonismo” – altra parolaccia inquinante – non c’entra per niente e non tocca nessuno. La Politica per così dire resta sullo sfondo, anzi diventa il panoramico fondale di cartapesta su cui ci si proietta e ci si agita malamente; mentre invece è la Cultura che benché malridotta può dare ancora soluzioni politiche o salvezze personali. Niente di elevato o di erudito: un po’ di poesia fatta a mano e un residuo di devozione fatta in casa bastano a salvare capre e cavoli, cioè sia gli attori che gli spettatori del film.Ma poi, malgrado Winspeare non si sia mosso dai suoi luoghi e non si sia liberato dai corpi dei suoi “attori di strada” (incontrati cioè lungo la strada del suo cinema), siamo davvero ancora in Salento? Chi lo crede o lo dice vorrebbe condannare il film e il suo regista nella prigione di un contesto, mentre ormai dalle profonde Puglie “sale lento” un testo che solo Winspeare sa raccogliere e raccontare. Niente Storia e niente Mito s’è detto, ma una “favola vera”, e non quella bella che ieri ci illuse… Oggi, i cretini che vedevano la madonna si devono accontentare della foto e della telefonata del papa, oggi non è più un santo che vola ma l’anima di un cane ucciso in una fallita rapina… Insomma Winspeare ci vuol dire a tutti i costi – e disperatamente – che c’è pur sempre del buono in ogni Danimarca, e che il poco di buono che c’è fa pur sempre parte della realtà – come talvolta i fratelli Coen e talaltra perfino il Lynch di Una storia vera hanno avuto il coraggio di raccontare. Sì, la favola può essere realistica, almeno per quanto è reale ed esistente papa Francesco, che non somiglia alla Curia e non rappresenta il clero ma proprio per questo può diventare personaggio e perfino attore del film: meglio del papa inventato da Nanni Moretti, quello invocato e imitato da Winspeare diventa appunto il deus in machina che garantisce il lieto mezzo di una favola invece di una storia a lieto fine. Sì, la favola può essere realistica, almeno per quanto sono reali e insistenti i falsi cattivi da bar e gli eterni indolenti di piazza, che oramai non contano nulla ma che possono ancora sognare qualcosa. Almeno finché ci sarà un modo o un luogo per La vita in comune, perfino quando il Comune è il municipio di una località Disperata.

A proposito, “Disperata – spiega il sindaco poeta del film – viene etimologicamente dalla somma di Dio e di Speranza”. Anche il nome del paese inventato viene dunque beffato e sconfitto dalla voglia di amare e dalla capacità di vedere la “grazia” dappertutto e comunque. Questo film – a “guardar bene”, come sa fare Winspeare – si sarebbe potuto intitolare come il precedente,

“In grazia di dio – seconda parte”.

Vuoi vedere che Winspeare sta inventando un serial? Se così fosse, che il signore e magari anche il pubblico gliene rendano merito!

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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