Cechov tra i deportati. Un reportage che sembra di oggi

di Sara Honegger

la colonia penale di Sachalin

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In un breve ritratto autobiografico risalente al 1899, Anton Cechov sorvolò con impressionante disinvoltura sulla sua opera letteraria. Aveva già pubblicato racconti e vinto il premio Puskin. Eppure, a parte il suo lavoro come medico, citò per esteso solo il viaggio sull’isola di Sachalin, compiuto nel 1890, segno che i mesi trascorsi in quella remota colonia penale zarista avevano avuto, nella sua storia di scrittore e di intellettuale russo, un significato speciale. Dal viaggio nacque un libro che vide la luce nel 1895: non un racconto, non un romanzo, non un trattato. Piuttosto, un reportage che consente al lettore di situarsi alle spalle dello scrittore seguendone passo passo lo spirito di ricerca, l’attenzione al dettaglio, il rifiuto del pathos come strumento del pensiero, l’utilizzo scrupoloso dei dati raccolti. Riproposto ora da Adelphi nella curatela di Valentina Parisi, cui si deve anche un’interessante postfazione, L’isola di Sachalin (Adelphi 2017) è insomma un testo ribelle alle etichette, la cui attualità, qualora il nome di Cechov non fosse ritenuto sufficiente, va ricercata a distanza di centotrent’anni almeno in tre ragioni.

La prima riguarda il motivo del viaggio, la decisione di rompere la tranquilla vita borghese andando a vedere di persona che cosa accadeva in quella colonia penale dove erano state deportate migliaia di persone senza che nella società civile si aprisse un dibattito serio sulla funzione dei lavori forzati (la katorga, madre dei più noti gulag) e, soprattutto, dell’ergastolo in esilio. Sappiamo, dalle lettere, che molti tentarono di dissuadere Cechov dall’intraprendere un viaggio lungo, difficile, in parte anche osteggiato dalle autorità. Sappiamo anche che di katorga e di ergastolo nella Russia dell’epoca si parlava. Erano stati pubblicati dei libri – fra cui, nel 1861, la Memoria della casa dei morti di Dostoevskij – che Cechov aveva letto. Nonostante ciò parte, e così ne spiega la ragione in una lettera riportata nella postfazione: “Sachalin è il luogo delle più intollerabili sofferenze che possa sopportare l’uomo, libero o prigioniero che sia… Dai libri che ho letto e sto leggendo è chiaro che abbiamo fatto marcire in prigione milioni di uomini, li abbiamo fatti marcire invano, senza criterio, barbaramente; abbiamo obbligato la gente a percorrere migliaia di verste al freddo, in catene, l’abbiamo contagiata con la sifilide, l’abbiamo corrotta, abbiamo moltiplicato i delinquenti… No, vi assicuro, Sachalin è utile, e l’unica cosa interessante e di cui rammaricarsi è che ci vada io, e non un altro, più competente e più capace di destare l’interesse della società”. È questo quindi il vero obiettivo: risvegliare le coscienze chiamando gli intellettuali (i letterati, come li chiama in una delle accurate note a corredo del testo, p. 376) alla loro responsabilità: smetterla con le approssimazioni e le idealizzazioni letterarie (anche di forzati e fuggiaschi) preferendo l’immersione nei fatti.

Già, i fatti. Ma come raccoglierli? Come interpretarli? In tempi di giornalismo scadente e superficiale, la lezione di Cechov è netta e quanto mai attuale: studiare, documentarsi, vedere con i propri occhi. Non è possibile conoscere senza mettere il naso in ogni isba, in ogni carcere, in ogni valle. A cercar oggi immagini di Sachalin, a parte qualche spiaggia desolata, si trovano in rete alcune delle fotografie riportate in calce al volume, scattate in occasione del viaggio di Cechov dal responsabile dell’ufficio telegrafico della città di Due: case di legno, miniere, uomini legati alla carriola, il lavoro in campi poco fertili, gelati per gran parte dell’anno. Basta osservare la posizione dell’isola – situata al di sopra del Giappone, a ridosso della Siberia – per avere un’idea del clima che Cechov incontrò durante il suo viaggio. Clima che riverbera nella relazione fra gli uomini e le donne lì esiliati in seguito a condanne più o meno gravi, senza che alcuno studio accurato sulle potenzialità del territorio indirizzasse positivamente una delle idee collegate alla revisione del sistema penale che attraversò il mondo occidentale proprio nell’Ottocento: la funzione rieducativa del lavoro, soprattutto all’aria aperta (in Italia ne è stata esempio la colonia penale agricola di Pianosa). Ma era davvero rieducativa la colonia penale di Sachalin? Per saperlo, Cechov decide di fare un vero e proprio censimento e per condurlo a termine prepara accurate schede di rilevazione. Armato di quelle e della sua capacità di osservazione e di ascolto si mette in viaggio, riportando con scrupolo quasi ossessivo tutto ciò che incontra. A corredo di ogni descrizione aggiunge numeri, dati: dalla temperatura al numero di residenti, dagli ordinamenti che regolano la vita dei deportati alla quantità di pane cui hanno diritto, dalle pene corporali alla vita spirituale, dalle relazioni fra uomini e donne a quelle fra sorveglianti e sorvegliati. Non c’è aspetto della vita della colonia che non entri nel cerchio del suo interesse. Se i primi quattordici capitoli hanno un andamento temporale-geografico, passando in rassegna i luoghi da lui visitati, gli ultimi nove raggruppano i dati secondo temi precisi: il conflitto fra punizione e colonizzazione, la composizione della popolazione per genere e statuto giuridico, la situazione difficilissima delle donne e il ruolo dei bambini, il lavoro, l’educazione, la religione, il sistema punitivo, la mortalità. Ci troviamo quindi di fronte a un vero e proprio lavoro di inchiesta, che chiama quel lettore armato di pazienza che Nabokov auspicava sempre, soprattutto quando si trattava di letteratura russa. Il giudizio di Cechov ne emerge quanto mai netto; ma resterà deluso chi lo cerchi in un capitolo a parte: a parlare, come per altro accade nei suoi racconti, sono sempre i fatti, scelti e letti alla luce di quell’essenziale che forse solo uno scrittore del suo calibro era in grado di cogliere. Basti per tutto l’attenzione che Cechov riserva alle donne, “vittime dell’amore e del dispotismo domestico”. Donne ancora libere che finiscono in miseria o in prostituzione seguendo volontariamente mariti, figli o padri nell’esilio forzato, e donne deportate, viste né più né meno che come bestie: “Non è bello che dalla Russia ce le mandino qui in autunno e non in primavera, mi disse un funzionario. D’inverno la donna non ha niente da fare, per il colono non è un sostegno, ma soltanto una bocca in più. Per questo in autunno i contadini più avveduti le prendono malvolentieri. È esattamente ciò che nello stesso periodo dell’anno si sente dire dei cavalli da tiro, nella previsione che in inverno il foraggio costerà di più. La dignità umana, nonché la femminilità e il pudore della deportate, non vengono mai presi in considerazione, come se si desse per scontato che tutto ciò fosse stato soffocato dal disonore o fosse andato perduto nel calvario da una prigione all’altra”.

L’ultima, ma non per importanza, delle ragioni che rendono L’isola di Sachalin così attuale riguarda proprio l’oggetto di interesse di Cechov, ovvero la detenzione e l’esilio. In tempi di immigrazione forzata, di campi profughi posti ben al di sotto della soglia dei diritti umani, la scelta dello scrittore russo ci richiama a ciò che accade oggi, adesso, là dove, grazie al denaro europeo, chiediamo ad altri (Turchia, Ciad, Niger, Libia, Marocco…) di fare ciò che non sempre, e forse ancora per poco, abbiamo il coraggio di fare in prima persona.

Le colonie penali sono state una realtà strutturale dell’espansione coloniale. Ma sotto questo nome si trovano esperienze molto diverse fra loro, che hanno in comune solo la scelta di luoghi remoti, preferibilmente insulari, lontani dagli sguardi di chi potrebbe aver qualcosa da obiettare: “Su un’isola separata dal continente da flutti tempestosi”, scrive Cechov, “non sembrava poi così difficile fondare una grande prigione marittima in base al progetto: tutt’intorno acqua e in mezzo sventura”. Così troviamo un’isola grande come un continente, l’Australia, dove gli inglesi utilizzarono i carcerati per colonizzare il nuovo territorio; veri e propri inferni a cielo aperto, come la famosa Isola del Diavolo, nella Guyana Francese (chi non ricorda Papillon?). E tuttavia sbaglieremmo a credere che ciò che è accaduto nell’Ottocento appartenga alla storia. Immersi come siamo nel reflusso di un colonialismo che ha cambiato forme e metodi, Sachalin ci conduce a Nauru, Manus, Malilla, Calais, Idomeni, per citare solo i più famosi dei tanti campi profughi sparsi lungo i confini della fortezza occidentale. Luoghi di concentramento dove la speranza, elemento funzionale e necessario non solo alla rieducazione e alla riabilitazione ma anche alla vita, viene meno. Uomini, donne e bambini si trovano in una dimensione temporale dove la rivisitazione del passato si fa sempre più idilliaca e nostalgica, nel brutale presente garantiscono sopravvivenza solo l’inganno e la ferocia. E brucia, finché la fiammella rimane viva, un solo desiderio: andarsene, scappare. Per tornare a casa o, come scrive Cechov con impressionante competenza d’animo umano, per avere “un giorno soltanto, ma che sia tutto mio”.

Forse è un azzardo; ma non si può fare a meno di pensare che la verità su questi luoghi alla fine ce l’abbiano raccontata solo alcuni giganti della letteratura. Per restare alle colonie penali, oltre Dostoevskij e Cechov va ricordato Kafka che, con la sua alienante immaginazione la pose fra il passato e il futuro che di lì a poco avrebbe sconvolto l’Europa: la totale trasformazione dell’essere umano in oggetto, non solo da deportare e sfruttare, ma anche da uccidere senza sporcarsi le mani, grazie all’ausilio di un sistema meccanico così perfetto e affascinante da far dimenticare il dolore. Scrive Cechov: “Quando Mikrjukov (un sorvegliante) si ritirò nella parte dell’isba in cui dormivano la moglie e i bambini, uscii. Era una notte stellata, silenziosissima. Si udivano soltanto i colpi battuti dalla sentinella e un torrente che mormorava nelle vicinanze. Rimasi lì a lungo, ora fissando le isbe ora il cielo; ogni cosa mi pareva un miracolo, essere a più di diecimila verste da casa, in un posto fantomatico di nome Palevo, situato a un’estremità del mondo dove la gente non si ricorda più i giorni della settimana – e in fondo perché dovrebbe? Se oggi è mercoledì o giovedì, qui non cambia un bel niente”. Era il 1890. Sembra oggi.

 

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