Com’è cambiato il lavoro operaio

di Gad Lerner

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 45 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Se dovessi indicare un nuovo cuore pulsante del sistema capitalistico – in un revival di ideologia operaista, essendo assai dubbio che il capitalismo abbia un cuore – che prenda in Italia il posto occupato per almeno mezzo secolo dallo stabilimento Fiat Mirafiori di Torino, non avrei dubbi: quel titolo spetta al magazzino Amazon di Castel San Giovanni, posto strategicamente sugli snodi autostradali fra la provincia di Piacenza e quella di Pavia. Non importa che a pieno regime Mirafiori fosse giunta a impiegare quasi settantamila operai – fu la fabbrica più grande d’Europa – mentre sotto Natale l’Amazon padana raggiunga al massimo quota tremila, tra facchini e imbustatori (ma senza contare i camionisti che si affollano ai suoi bordi). Importa constatare come la logistica abbia sopravanzato la produzione nella accumulazione della ricchezza. Conta di più immagazzinare, smistare e distribuire velocemente le merci, che non fabbricarle. E in attesa del giorno in cui risulterà più conveniente anche lì dentro il robot al posto dell’umano, i dipendenti continueranno a usurarsi nel giro di pochi anni, perché la loro schiena non è di acciaio.

Mentre il fondatore Jeff Bezos ha già scalato la classifica degli uomini più ricchi del mondo. La sostituzione nell’immaginario di Mirafiori con Castel San Giovanni non è ancora compiuta. Siamo abituati a cercare la classe operaia, o meglio ciò che ne resta, dentro ai reparti della grande fabbrica piuttosto che ai suoi margini, intorno a essa. Siamo abituati, soprattutto, a ricercarne un’omogeneità interna che pure laddove permangono grandi concentrazioni numeriche di dipendenti risulta superata. Provare per credere ai Cantieri navali di Monfalcone, fiore all’occhiello dell’industria pubblica italiana: per mantenersi profittevole la costruzione di enormi navi da crociera implica la frantumazione delle maestranze in cinquecento appalti e subappalti. Nei momenti di punta il cantiere può oltrepassare i settemila dipendenti, suddivisi per una ventina di nazionalità e una galassia di ditte più o meno specializzate, ciascuna con le sue specificità contrattuali. Gli operai che dipendono direttamente da Fincantieri sono quelli che tagliano e piegano l’acciaio, saldatori e carpentieri di mestiere, ma non raggiungono il migliaio di unità. Fra loro sopravvive l’abitudine di iscriversi al sindacato, anche se cresce il malcontento perché la folla degli stranieri – non importa se fanno i lavori più faticosi e nocivi nella fase successiva di allestimento degli scafi – viene percepita come traino al ribasso del livello delle retribuzioni. Sono duemila, da soli, quelli venuti dal Bangladesh, spesso insieme alle loro famiglie. Entrano ed escono, talora con buste paga “modificate” al punto di guadagnare la metà degli italiani. Magari l’operaio specializzato che nei decenni della crescita aveva avuto modo di mettere soldi da parte gli affitta l’appartamento; ma intanto mugugna e sposta il suo voto dalla sinistra ai leghisti. Non a caso Monfalcone ha preceduto Sesto San Giovanni e Genova nel ribaltone storico che per la prima volta ha messo in minoranza la sinistra nelle amministrazioni comunali. I bordi della fabbrica, i suoi elementi solo in apparenza marginali, l’hanno dunque penetrata grazie alla selva di normative favorita dalla moltiplicazione legale dei rapporti contrattuali. È normale, ormai, che lavoratori i quali svolgono esattamente la stessa mansione abbiano inquadramenti diversi, in una vasta gamma che va dal tempo indeterminato al finto lavoro autonomo, passando per tutte le sfumature del “tempo determinato”, cioè del precariato. Cambiano così anche molto sensibilmente i livelli retributivi, ma non solo: il diritto alle ferie o all’indennità di malattia, così come i limiti posti al lavoro notturno e agli straordinari, sono diversificati sistematicamente. In linguaggio marxista la si definirebbe frantumazione dell’unità di classe; ma siccome è dubbio che ci sia mai stata, questa fantomatica unità di classe, forse è meglio riflettere sulle ragioni culturali che hanno comportato una perdita di senso di comunità: non ultima, la vergogna di figurare poveri, o comunque più poveri degli altri. So bene che è un processo di lunga durata quello che ha trascinato alla retrocessione del lavoro e alla diffusione di una figura sociale che nell’Italia degli anni SessantaSettanta del secolo scorso pareva in rapido superamento: il lavoratore che nonostante avesse un impiego rimaneva lo stesso povero. Ma se confronto l’esperienza compiuta ormai trent’anni fa, cioè la mia inchiesta sulla condizione operaia alla Fiat dopo la sconfitta storica del 1980, con il mio più recente giro dell’Italia proletaria contemporanea, compiuto grazie a Rai3, è un panorama completamente diverso quello che ho trovato. Come nei canti anarchici e socialisti della seconda metà dell’Ottocento, priva di una sua identità e tanto meno di quella che si definiva coscienza di classe, si affaccia prepotente sulla scena una nuova “schiera dei pezzenti”. Per due milioni di metalmeccanici (peraltro precarizzati nella loro composizione sociale), nerbo della manifattura italiana, contiamo un milione di sottoproletari (soprattutto donne) impiegati nelle imprese di pulizie multiservizi, strutturate non di rado sotto forma di false cooperative per assecondare la necessità di elargire stipendi più vicini ai cinquecento che ai mille euro, nella folle corsa degli appalti al massimo ribasso tipici del settore. La logistica, per quanto strategica e collegata all’innovazione dell’economia digitale, contempla analoghe modalità di rapporto servile: non a caso vi prevale la manodopera immigrata, più disposta al lavoro notturno e alla fatica fisica; e qui di fatto i sindacati confederali hanno ceduto il passo a Usb e Cobas. Ma meccanismi analoghi proliferano ormai, dal guardianaggio alla ristorazione, dal lavoro di cura al giornalismo, senza che a tale retrocessione forzata venga riconosciuta l’appartenenza a una comune condizione operaia, come pure una volta si usava, valorizzando se non altro la nobiltà del lavoro manuale e della fatica fisica. Nel divorzio consumato ormai da anni fra l’operaio e la politica, che nonostante l’estendersi dei fenomeni di proletarizzazione ha all’incirca dimezzato l’elettorato di sinistra, è il dato esistenziale della solitudine quello che sembra prevalere. Cito in proposito una storia esemplare che ho voluto vicino nell’estate 2017. A Torino, il 27 giugno, nella sede Inps di corso Giulio Cesare, si è data fuoco per protesta una donna di 46 anni, Concetta Candido, licenziata dalla birreria in cui da dieci anni era addetta alle pulizie. A differenza delle sue colleghe, licenziate insieme a lei, per l’assenza non segnalata di un certificato era rimasta quattro mesi priva della Naspi, cioè dell’indennità di disoccupazione, dopo che i titolari dell’impresa (artefici di una fantasiosa cooperativa esternalizzata) si erano dichiarati non in grado di saldare la liquidazione dovuta. Ebbene, la solitudine di Concetta, abbandonata a se stessa per tanti mesi, non ha dato luogo ad alcun moto di resipiscenza neppure dopo quel gesto disperato. Né a Settimo Torinese, dove la sua famiglia operaia è radicata, né davanti alla sede dell’Inps che non aveva saputo darle l’assistenza dovuta, si è svolta una manifestazione di protesta, un momento di riflessione collettiva. La Festa del Lavoro convocata da un partito di sinistra nel parco vicino a casa di Concetta nei giorni immediatamente successivi si è ben guardata dal trattare quel fatto. C’è una dimensione di consapevolezza collettiva, comunitaria, da recuperare. Non ho dubbi che succederà in forme inedite, che prescindono dalla politica di sinistra che a suo tempo visse come modernizzazione necessaria il divorzio dal suo mondo di origine. Ma la formazione di una nuova consapevolezza intorno al valore economico e culturale del lavoro umano non potrà prescindere da quella dimensione internazionale che pure fu all’origine del movimento operaio. Un recente viaggio al confine settentrionale del Messico, dove gli operai e le operaie del sistema di assemblaggio delle maquilladoras, a cui fanno ricorso le principali multinazionali del pianeta, guadagnano un decimo dei loro colleghi statunitensi, e dunque cercheranno sempre di oltrepassare quella frontiera, mi ha aiutato a capirlo: quella stessa frontiera sta cominciando a separarci in pericolosi compartimenti stagni di incomunicabilità fin dentro alle nostre città. Condizione malsana che non può durare a lungo. Gli operai, tutt’altro che estinti, rispunteranno minacciosi, e non sarà per nulla divertente.

 

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Comments (2)

  • Sul lavoro – Meriggio in blues

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    […] Se dovessi indicare un nuovo cuore pulsante del sistema capitalistico – in un revival di ideologia operaista, essendo assai dubbio che il capitalismo abbia un cuore – che prenda in Italia il posto occupato per almeno mezzo secolo dallo stabilimento Fiat Mirafiori di Torino, non avrei dubbi: quel titolo spetta al magazzino Amazon di Castel San Giovanni, posto strategicamente sugli snodi autostradali fra la provincia di Piacenza e quella di Pavia. […]

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  • Ovidio

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    Parlare, del capitalismo oggi e a Torino, pare retorica ma meglio ogni tanto quello cattivo, ricordo i miei anni a Torino, la cattiveria dei dirigenti e dei Capi,i sindacati gialli i loro capi, le loro minacce se qualcuno parlasse della verita’ di quei tempi le minacce di licenziamento le botte ai sindacalisti quei tempi ero operaio anni 60 Salve Grazie

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