Baobab experience: un esempio di intervento volontario

di Roberto Viviani, a cura di C.  Purificati e N. Villa

disegno di Boulet

L’accoglienza a Roma è diventata in questi mesi e anni il termometro più evidente di un fallimento civile e sociale che riguarda un intero paese e tutto il continente europeo. Esclusi i movimenti cattolici che si sono mobilitati intorno alle parrocchie, Baobab resta oggi la più interessante esperienza laica nata dal basso in questi anni. Da via Cupa, dove sorgeva il primo centro, a via Gerardo Chiaromonte (un parcheggio per bus abbandonato ribattezzato piazzale Maslax) da una parte all’altra della stazione Tiburtina, l’associazione ha subito venti sgomberi in due anni, ma ora accoglie e sopravvive in un terreno delle Ferrovie dello stato all’ombra di un enorme capannone ribattezzato nel 2004 quando venne sgomberato “Hotel Africa”, il primo caso in cui la città di Roma scoprì l’esistenza di centinaia di profughi. Abbiamo incontrato Roberto Viviani, uno dei primi volontari a frequentare il presidio di Baobab, che ci ha raccontato il lavoro dell’associazione (Gli asini).

 

Nel presidio del Baobab al momento dormono circa centoventi persone, un piccolo numero nelle poche tende, la maggior parte a terra senza niente per paura di altri sgomberi da parte della polizia. Il numero dei volontari è difficile da stimare perché c’è chi viene solo saltuariamente, potendo solo il weekend, chi riesce a garantire più giorni. Ognuno fa secondo le sue possibilità, ed è già tanto.

I bisogni primari garantiti sono: tre pasti al giorno, colazione pranzo e cena; una distribuzione di vestiti settimanale, salvo eccezioni, attraverso un magazzino diffuso nelle nostre macchine, pronto per qualsiasi evenienza. Il supporto legale garantito è disponibile quattro volte a settimana, grazie a diverse associazioni, come i Radicali e A buon diritto, oltre agli avvocati volontari del Baobab. Per l’assistenza medica abbiamo avuto l’appoggio, fin dal primo giorno, di Medu, Medici per i diritti umani. 

 

L’accoglienza e i confini

In questi anni è cambiato molto lo status giuridico di chi è arrivato al Baobab, perché nel 2015, quando abbiamo iniziato, era tutto più facile: c’era il centro di via Cupa e, soprattutto, perché il 99% dei migranti era composto da eritrei in transito. Il supporto legale, all’epoca, c’era una volta a settimana e andava praticamente deserto, perché le persone rimanevano per cinque o sei giorni al massimo, non erano identificati e quindi il problema era arrivare alla frontiera, dove si trovava qualche controllo al Brennero ma niente di troppo pericoloso. Dall’autunno 2015 la situazione è cambiata in modo radicale: tutti coloro che arrivano nel nostro paese e nella nostra città sono identificati, e quindi molti sono respinti alla frontiera e tornano indietro. In più ci sono i cosiddetti “dublinati”, cioè persone arrivate in altri paesi e che sono state rimandate indietro nel primo paese di sbarco, e sono quelle con la situazione psicologica più fragile.

Le prospettive sono diverse: i cosiddetti transitati non sono mai esistiti a livello giuridico, però esistevano di fatto nel 2015. Adesso si può quasi dire che non esistono più, nel senso che è molto difficile passare la frontiera. Tuttavia rimane la volontà degli individui di mettersi in viaggio. Il supporto legale consiglia di non tentare l’attraversamento della frontiera perché è molto probabile, anche se si riuscisse, di essere rispediti indietro. Non a caso questo posto l’abbiamo rinominato piazzale Maslax. Maslax Moxamed era un ragazzo somalo di vent’anni, passato da via Cupa, che aveva raggiunto la sorella in Belgio dopo cinque anni che non si vedevano (lei era partita dalla Somalia nel 2011). Dopo tre mesi l’hanno rimandato in Italia, perché aveva lasciato le impronte qui, assegnandolo al Cas (Centro di accoglienza straordinaria) di Pomezia. Dopo un mese si è suicidato. È successo il 23 marzo 2017. Anche per casi come questo abbiamo richiesto a Medu se ci potesse dare una mano per il supporto psicologico.

 

Oltre a questi casi più comuni ci sono anche persone che, pur essendo ospitate all’interno di centri di accoglienza sparsi per il paese, arrivano qui perché in questi centri sono praticamente abbandonate, parcheggiate: non hanno mediatori linguistici, tantomeno supporto legale. Magari sono eritrei, che hanno diritto a partecipare al programma di relocation dei richiedenti asilo dell’Unione europea, e non sanno niente di questa possibilità. Infine c’è chi ancora non è riuscito a fare richiesta di asilo, perché i tempi della questura sono biblici, e non essendo assegnato a un centro vive per strada. Stiamo aggiornando un rapporto dove si denunciano tutte queste situazioni e si calcola di un mese e mezzo per accedere alla procedura di richiesta di asilo, all’ufficio immigrazione di via Patini. Con abusi su abusi, di cui uno clamoroso a settembre dell’anno scorso, quando hanno sospeso per un mese la ricezione delle richieste di asilo, in maniera del tutto arbitraria, senza comunicazione ufficiale.

 

Le istituzioni

Abbiamo visto passare tre giunte, Marino, Tronca e la Raggi. Con Marino c’è stato pochissimo tempo per l’interlocuzione anche perché noi all’inizio eravamo un gruppo di persone che non si conosceva prima, quindi ci abbiamo messo un po’ ad amalgamarci, a capire. Ci siamo costituiti in associazione solo da aprile 2016, ma come collettivo venivamo dalle situazioni più disparate, non c’era già un gruppo che si è trasferito e si è preso in carico questa cosa. Con Tronca è andata peggio perché Tronca ha deciso la chiusura del centro. Ci convocarono in Campidoglio comunicandoci che il campo doveva chiudere perché pendeva una sentenza del Tar per riconsegnare quell’immobile al proprietario. In cambio ci avrebbero dato qualcosa: chi stava dentro doveva essere ricollocato. Il commissario Tronca alla fine ha ricollocato chi stava dentro, ci ha fatto mettere l’infopoint ma si è disinteressato della soluzione a lungo termine. Con la giunta Raggi sembrava fosse cambiata la musica: il giorno dopo l’insediamento e della nomina ufficiale della Baldassarre ad assessore alle politiche sociali, era un venerdì, il sabato mattina ci arriva la sua convocazione. L’assessore Baldassarre ci è sembrata preparata, positiva, allora era sorta da poco la tendopoli in via Cupa che non era assolutamente una situazione degna. Ma già dopo venti giorni la faccia era trasfigurata, una maschera di preoccupazione, con i faldoni in mano. S’erano scontrati con la burocrazia. La Baldassarre doveva essere una figura tecnica – non ha fatto militanza con i Cinque stelle – eppure si è piegata rapidamente ai diktat politici perché a un certo punto la linea è cambiata proprio da parte sua. Ci sono stati altri incontri fino a quando è stato ovvio che non valevano a nulla. Il tavolo l’ha fatto saltare lei dicendoci che non c’erano soluzioni.

È come se avessero completamente dato incarico di risolvere la situazione dei migranti a Roma, o almeno dei transitanti e di quelli che stanno fuori dal circuito di accoglienza istituzionale, alla questura e alla prefettura. Non hanno mai proposto una soluzione politica. Da lì sono iniziati gli sgomberi, tradendo anche quello che era stato detto la prima volta: da quello di via Cupa, che è stato il più grosso, fino a oggi, siamo arrivati a venti.

La cosa paradossale è che, siccome la questura non funziona e va a rilento, quando vengono a fare uno sgombero fanno anche le identificazioni. Vengono con i bus e con i blindati, caricano i migranti e li portano all’ufficio della questura e poi buttano via tutti i beni dei migranti, tranne l’ultima volta perché siamo riusciti a opporci con l’inventario dei beni privati, proprietà dell’associazione, donazioni dei cittadini. La situazione è paradossale perché i migranti che non riescono ad accedere alla procedura, quando vengono caricati sui bus durante lo sgombero, hanno accesso diretto: ad esempio gli danno l’appuntamento per fare la richiesta d’asilo, che magari aspettavano da un mese e mezzo passando la notte in fila. Davanti all’ufficio immigrazione della questura di via Patini c’è sempre la fila di notte, dei migranti che aspettano che apra.

Per le richieste d’asilo la procedura è lunga: prendi appuntamento per fare la domanda di asilo, fai la domanda, fai il c3 (il modulo che contiene i dati anagrafici e la storia personale del richiedente), ti fissano la commissione, magari di lì a un mese e mezzo e a quel punto ti dovrebbero dare o uno Sprar o un Cas (due diversi percorsi di accoglienza), e il più delle volte te lo danno. I ragazzi ci vanno e noi li incoraggiamo ad andarci.

Le persone rimangono qui al Baobab circa un mese, un mese e mezzo. Noi diamo avvertimenti riguardo a Ventimiglia: avvertiamo che la frontiera è bloccata, facciamo vedere dei filmati degli sgomberi sul lungomare, della gente che muore magari cercando di passare sui binari e resta folgorata. Però a un certo punto quando non ce la fanno più partono. Siamo in contatto con Cédric Herrou, il contadino che dà accoglienza lì, e se ci sono casi di particolare fragilità lo avvertiamo. Questa cosa è nata in maniera del tutto spontanea già quando stavamo in via Cupa: avvertivamo i volontari di Milano e di Bolzano, la sera quando partivano: “C’è una donna incinta che arriva domani mattina, c’è un ragazzo col diabete, preparate l’insulina, eccetera…”.

 

Collaborazioni

Fortunatamente qui ci sono pochi minori, e se arrivano restano per pochissime notti, perché c’è Save the children che gestisce la parte diurna, con Civico zero, poi la parte notturna è gestita da Intersos con un centro vicino piazza Fiume, che si chiama A28, che dà accoglienza ai minori non accompagnati. A volte capita che anche loro siano pieni quindi bisogna aspettare un po’. Di solito l’estate è il periodo più affollato perché ci sono più sbarchi; d’inverno fino alla primavera 2016 quasi non c’erano tende, le abbiamo rimesse ad aprile, invece nel 2017 c’è sempre stata tanta gente.

Con l’associazione siamo intervenuti anche al presidio, a ponte Mammolo, nel 2015. Eravamo meno visibili, era davvero una baraccopoli dove oltre ai transitanti c’erano anche alcune badanti dell’est che non avevano soldi per l’affitto. Ora che siamo di nuovo vicini alla stazione Tiburtina si è attivata la solidarietà dei residenti ed è tornata un po’ l’attenzione su queste persone. Adesso qui vengono dai ragazzi del liceo che vogliono fare qualcosa alla vecchietta che magari ha visto un servizio in tv e viene a portarci gli spazzolini. Non abbiamo mai fatto campagne di fundraising, abbiamo sempre chiesto donazioni materiali, anche se ora abbiamo un conto corrente, siamo una onlus, possiamo chiedere il 5 per mille. Siamo in contatto con tante realtà europee, siamo stati invitati al Parlamento europeo, ma anche a meeting organizzati da Msf con la società civile sparsa un po’ in tutta Europa che fa più o meno questo tipo di attività di supporto. Per esempio adesso un’associazione tedesca che ha grosse disponibilità ci ha contattato e ora sta per arrivare un carico grandissimo di donazioni, con 61 tende. Msf ci ha rimandato 2.200 bottiglie d’acqua, perché qui stiamo senza accesso idrico diretto. In questo sicuramente l’esposizione mediatica ha aiutato.

Le grandi organizzazioni come Unhcr e Msf per noi fanno principalmente advocacy perché non hanno operatività a Roma. Carlotta Sami, la portavoce di Unhcr è venuta qui spessissimo. Fanno anche i comunicati contro gli sgomberi.

Tanti politici, artisti, personaggi illustri ci hanno dato il loro supporto verbale ma spesso ripetiamo che ci siamo stancati delle pacche sulle spalle, dei comunicati e delle dichiarazioni di stima e di fiducia. Bisogna sporcarsi le mani, sia perché ce n’è bisogno, sia perché altrimenti diventa attivismo da scrivania, che non fa capire a pieno il fenomeno e il più delle volte serve solo a mettere il cappello su una causa. Molto spesso per un’iniziativa, per un flash mob di sostegno, ci sono più firmatari che persone presenti. Non è successo solo a noi: ad esempio al Pantheon, quando è stato denunciato un avvocato per aver criticato in piazza i decreti Minniti-Orlando, non eravamo in tanti. Sporcarsi le mani, non solo perché il momento storico lo richiede, ma perché qui capisci mille cose che non potresti sapere se ti fossi limitato a informarti, per quanto nel dettaglio.

 

Provocazioni

Non siamo mai stati attaccati fisicamente da Casapound. Sono venuti una volta in via Cupa quando c’era la tendopoli perché c’era il comitato cittadino e c’era un consigliere municipale vicino alla Lega. Abbiamo spiegato la situazione ai migranti, dicendo che sarebbero venuti a provocare, a fare la passerella, come se loro fossero animali allo zoo. Allora, visto che quel giorno ci era arrivata una donazione corposa di banane, i ragazzi decisero di imitare il verso della scimmia quando quelli passavano. A parte questo, si è messo un po’ in mezzo un consigliere comunale del quinto municipio – ora siamo sotto il quinto municipio, a presidenza Cinque stelle, mentre prima eravamo nel secondo, dove c’era il Pd, ma poco cambiava. Siamo molto in contatto con il presidio umanitario della Croce rossa in via del Frantoio, che è un centro d’accoglienza sui generis, perché non né uno Sprar né un Cas; è stato assegnato dal Comune alla Croce rossa, in uno stabile che era di proprietà della cooperativa di Buzzi ed era stato posto sotto sequestro giudiziario per Mafia Capitale. Lo stabile è stato riaperto come presidio umanitario che dà accoglienza ai migranti in transito, e ora non solo a loro, e rimane lì con continui rinnovi. Si trova al Tiburtino III, a Santa Maria del Soccorso, dove ora c’è un po’ di tensione: è un quartiere popolare con mille disservizi e c’è chi soffia sul fuoco della guerra tra poveri. In realtà la cittadinanza è molto solidale, lì c’è uno Sprar, c’è il presidio della Croce rossa, ma c’è anche chi sfrutta le tensioni sociali così. Casapound lì ha fatto una manifestazione il 30 giugno, noi eravamo alla contro-manifestazione dove eravamo molti di più.

 

Disobbedire

Quello che vogliamo provare a fare è una mobilitazione europea in cui tra le altre forme di protesta ci sia anche quella di andare ai confini e attraversarli insieme a residenti e migranti, creando un po’ di disagio alla frontiera e facendo un atto di disobbedienza. La disobbedienza civile adesso è inevitabile, anche se siamo abbastanza istituzionalizzati perché abbiamo sempre cercato di garantire l’incolumità e il rispetto dei diritti fondamentali dei migranti. Purtroppo, nonostante il nostro piccolo impegno qui, in due anni abbiamo visto una deriva in senso contrario, culminata a livello locale con gli sgomberi, a livello nazionale con i decreti Minniti-Orlando, a livello internazionale con la chiusura delle frontiere e ora con le navi e Generazione identitaria che vuole bloccare le operazioni di salvataggio. Se la legge si riformula in maniera ancora più aggressiva e va a punire le marginalità e i migranti allora la disobbedienza civile diventa necessaria e spontanea. Questo è stato molto naturale per noi, essendo un’armata Brancaleone di attivisti, chi con coscienza politica molto matura, chi meno. C’è stata una maturazione di tutto il collettivo passo dopo passo. Siamo un’associazione da aprile ma le nostre dinamiche sono quelle di un collettivo che si è costituito spontaneamente. Io sono arrivato qui, la prima volta, a portare una busta di detersivi e spazzolini perché mentre facevo colazione avevo visto al telegiornale i poliziotti che manganellavano gli eritrei, qui dietro casa. Mi sono detto: andiamo a vedere che succede. Al nostro interno si è creato un gruppo più politico, che si occupa anche della partecipazione ad altri eventi, perché sarebbe impossibile parlare di tutto in un’assemblea sola, dalla linea politica alla distribuzione dei vestiti. L’obiettivo resta comunque che tutti siano informati su tutto.

 

Il paradosso umanitario

La situazione a Roma non è cambiata. La sindaca Raggi ha scritto alla prefetta che Roma non è più in grado di accogliere e che bisogna fare una moratoria sugli arrivi, ma ha fatto solo una figuraccia perché stando alla convenzione con l’Anci la città dovrebbe ospitare duemila persone in più.

Nessuno di noi riceve un compenso per quello che facciamo. Un’associazione inglese, Help Refugees, ci ha dato dei fondi con cui siamo riusciti a pagare alcuni mediatori culturali. Per il resto i volontari non hanno nessun tipo di introito, anzi.

Ci siamo chiesti più volte se non fossimo una pedina in un gioco in cui mettiamo delle toppe alle mancanze istituzionali. Il principio che ci ha sempre guidato è stato il fatto di stare vicino a persone che non avrebbero avuto nessun tipo di aiuto e di tutela se non ci fossimo stati noi. Detto ciò bisogna evitare di fare assistenzialismo e di affrontare la situazione in maniera buonista, dicendoci quanto siamo bravi: c’è una battaglia da portare avanti. Una cosa in cui ci impegniamo da due anni a questa parte è far capire alle persone il perché di questa situazione, quali sono le mancanze istituzionali e come questo si inserisce nel fenomeno della migrazione, allargandosi fino allo sfruttamento dell’Africa.

Noi esistiamo da quasi tre anni e dall’inizio sentiamo parlare di emergenza. Un’emergenza è una calamità naturale, questo è un fenomeno strutturale. Io ho visto tanta incapacità da parte delle istituzioni, c’è chi sostiene che sia un’incapacità voluta, una scelta politica. Quello che sosteniamo è che se si riuscisse a creare un sistema di accoglienza ben fatto, che garantisca veramente non l’integrazione ma la convivenza, ci sarebbe un guadagno per tutti. Anche dal punto di vista della sicurezza: non vogliamo negare che ci siano fenomeni di terrorismo in Europa e nel mondo; l’accoglienza fa sì che le persone non si radicalizzino, perché una persona frustrata, senza aspettative, che si vede bistrattata in tutti i modi è una preda più facile dei fondamentalismi così come della criminalità organizzata. Questo riguarda tutta la popolazione, senza distinzione tra residenti e immigrati.

Non vogliamo affrontare la situazione in maniera buonista, ma non vogliamo neanche essere settari o autoreferenziali. L’immigrazione riguarda tutta la società e non può diventare una cosa elitaria, bisogna fare in modo che tutti se ne interessino e che lo facciano con spirito critico, spostando l’orizzonte un po’più in là del gesto di donare un dentifricio a un bambino.

 

In futuro

Abbiamo chiesto a Ferrovie dello Stato se ci danno questo spazio perché c’è sempre la spada di Damocle dello sgombero, che ci sarebbe lo stesso perché a prescindere dalle autorizzazioni se vogliono sgomberare per ordine pubblico o antiterrorismo possono sempre farlo. Se però riuscissimo a portare qui delle tende, a fare uno spazio per i minori, la biblioteca, l’internet point, lo spazio per i legali ben fatto, sarebbe meglio.

Abbiamo valutato la possibilità di prendere in gestione un centro, ma per ora siamo più orientati verso il no. Ora siamo una onlus, potremmo avere un ufficio di fundraising e iniziare a stipendiare delle persone per fare accoglienza. La scelta sta tra lo strutturarsi ed essere più efficienti e dall’altra parte mantenere un po’ più di spontaneità, avere meno legami di tipo organizzativo e più libertà, coinvolgendo magari più persone. Per esempio adesso abbiamo un problema: la nostra è una rete europea, ma il nostro sito non è ancora stato tradotto perché ci vorrebbe una persona che ci perdesse un bel po’ di tempo, e che giustamente andrebbe pagata.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

 

 

Trackback from your site.

Leave a comment