Anna nel Cinema Zenit

di Andrea Bruno. Incontro con Nicola Ruganti

illustrazione di Andrea Bruno

Cinema Zenit 3 (Canicola 2016) un fumetto di avventura

Cinema Zenit è una storia uscita in tre volumi, il primo nel 2014 e il secondo nel 2015 sempre pubblicati per i tipi di Canicola. È un fumetto che ha avuto una lunga elaborazione; non solo perché ci ho messo tre anni a farlo, ma perché ce ne sono voluti altri due per pensarlo, prima di iniziare a disegnare. C’è stata una lunga gestazione alle spalle: ho provato a visualizzare molte cose, ho preso appunti, fatto ricerche, raccolto materiali; poi però al momento di cominciare davvero, si parte da zero. Tutte queste ricerche e questo lavoro è come se diventassero una sorta di substrato che ogni tanto affiora. Cinema Zenit è nato così. Ciascuno dei tre volumi è nato così. Questo per me è importante perché c’è anche una dimensione avventurosa, nel fare questi fumetti, oltre alla dimensione avventurosa che c’è nella storia. Uno degli obiettivi che avevo in mente, su cui mi sono chiarito col tempo, era regolare i conti con un certo tipo di fumetto, che mi ha formato come lettore: il fumetto che leggevo da ragazzo, che all’epoca veniva chiamato fumetto d’autore (e che spesso era fumetto di avventura di qualità). Ed è, in ultima analisi, il motivo per cui faccio fumetti. Questo Cinema Zenit è anche un omaggio a questi autori, Pratt, Toppi e tutti gli altri, e forse anche un risolvere la questione; penso che adesso io sia pronto per fare cose diverse.

 

Cinema Zenit è la storia di Anna, che arriva da straniera in una città oscura e una città di macerie. Quasi all’inizio della storia, alla terza tavola, una figura si getta da un’altissima architettura di pali incrociati come se stesse partecipando a un rito tribale. Paesaggi arcaici in uno spaesamento contemporaneo.

Ho riflettuto molto e poi sono partito da zero. Questo è un esempio calzante; all’inizio della storia per me era molto forte l’idea della ragazza straniera, che va in un luogo che non conosce, un luogo estremo e completamente diverso da quello da cui proviene. Volevo far provare questa sensazione, volevo che i personaggi facessero pesare a lei il fatto di essere straniera. Mi piaceva l’idea, che lei avesse, in quanto straniera, delle figure di mediazione che le permettono di addentrarsi in una realtà completamente assurda e bizzarra. Mi ha ispirato l’idea di una festa, che assume varie valenze: non è una festa religiosa, ma ha dei tratti di fanatismo; si mescola con la politica ed è un rito che ha una presa molto forte sulla popolazione locale. Volevo che leggendo si sentisse questo straniamento: la sensazione che si prova quando in un paese straniero si assiste a feste incomprensibili ma convintamente partecipate dagli abitanti.

Altro aspetto del lavoro del fumettista è quello, non dico dell’improvvisazione, ma dello sfruttare il caso, del cogliere quello che ti offre l’opera mentre la costruisci. Le due tavole che raffigurano il rito tribale in città sono le prime due tavole che ho disegnato di tutto Cinema Zenit anche se non sono l’inizio della storia. Quando ho disegnato avevo in mente la situazione che ho descritto, ma i pali sono venuti fuori dal disegno, non li avevo previsti quando ho iniziato a disegnare! Mentre andavo avanti mi sono inventato questo tipo di pratica, di rito, del lanciarsi dai pali. Quando ho fatto la tavola successiva, che non ho realizzato immediatamente dopo, era già chiaro il senso che i pali avevano assunto.

Nelle opere di Andrea Bruno storia e immagini hanno un loro valore in sé, sono autonome, ma si incontrano e si fondono in un’unica opera.

È vero. Questo il motivo per cui non riuscirei a lavorare in un modo “normale”, nel modo classico in cui si fanno i fumetti: prima si scrive la storia, e poi si disegna. Per me queste due cose devono accadere contemporaneamente. I pali di cui parlavamo prima, ad esempio, non sarebbero potuti nascere prima del disegno, e viceversa. Infatti si determinano situazioni in cui una cosa che ho scritto modifica una sequenza, e mi porta a cambiare delle cose che ho già disegnato.
Per me è importante che ci sia sempre una tensione, un conflitto tra una parte narrativa, il testo, e quello che si vede, l’azione mostrata dai disegni. Ho lavorato, deliberatamente, in questo modo con un’intenzione forte. Perseguire questa modalità significa forzare il linguaggio del fumetto, esplorare possibilità che a volte non si usano. E vuol dire anche cercare di andare in una direzione antididascalica, in cui non hai mai il disegno che illustra la storia, o viceversa, il testo che commenta. I fumetti hanno un nemico giurato che è il didascalico. Ho provato ad andare in una direzione opposta, cercando due ingranaggi, quello del testo e quello delle immagini: spero mettendoli nelle condizioni di fare scintille.

 

Cos’è il didascalico?

Nel fumetto è soprattutto una tendenza degli ultimi anni; c’è un approccio un po’ contenutistico al fumetto. Al centro viene messa una storia, un tema, una biografia, oppure un tema legato alla cronaca o a temi nobili socialmente, e tutta la parte visiva viene svalutata e diventa didascalia del contenuto. La cosa che più mi stupisce è la genericità dello stile, anzi la mancanza di stile: fumetti generici dal punto di vista del disegno, dell’inquadratura, del linguaggio. Sembrano fumetti che non sono il risultato di una scelta, sembra che non ci sia un pensiero a monte.

Il didascalico è pervasivo: quando si dice che viviamo nella società delle immagini, sottovalutiamo il potere di riduzione della libertà di interpretare, il potere di chiusura che c’è nei testi che troviamo intorno o sotto le immagini. Spesso i testi ci dicono come dobbiamo leggerle. È difficile trovare immagini che non siano accompagnate o inchiodate da un testo, da un logo, da un titolo, da una didascalia.

 

Da Brodo di niente (Canicola 2007) a Cinema Zenit 3, o meglio fino al finale di Cinema Zenit 3, Andrea Bruno immerge il lettore nel nero, in modo viscerale e intimo. Nel finale di Cinema Zenit 3 compaiono pagine in cui spadroneggia il bianco, un risveglio nel bianco. Considerando le opere di Andrea Bruno questo segno è da considerare con attenzione; il pensiero è stato “niente sarà più come prima?”

Provo un piacere quasi fisico nel disegnare con la china, è la mia materia prima di disegnatore. Cinema Zenit è stato una discesa nel nero. Lo vedo come un segno di coerenza, un andare in fondo alle caratteristiche del mio disegno. Ho scelto che il nero, il nero pieno, avesse anche una specie di funzione narrativa in qualche punto. Mi sono inventato il latte nero, per aggiungerne ancora: ma è anche un riferimento all’inchiostro di china, la materia di cui sono fatti questi disegni. La scelta delle tavole bianche invece si lega a come ho pensato e concepito questo terzo volume: ho avuto chiaro – prima di sapere con precisione cosa avrei fatto accadere – che l’epilogo di questo fumetto doveva essere così. Per la prima volta dopo ottantuno pagine, nelle ultime tre, non siamo più nello stesso luogo dove siamo sempre stati, siamo fuori, veramente fuori, siamo nel luogo di provenienza di Anna, che nel corso della storia ci è stato detto che è un’isola; ho voluto disegnare anche il mare: una linea. Volevo che si sentisse la differenza; così come all’inizio Anna arriva in un luogo dove è straniera, alla fine siamo fuori. C’è anche un’ambiguità narrativa che adesso non dico per non svelare troppo, ma l’ho vista cosi, dovevo farla così.

 

I personaggi svolgono una funzione narrativa definita, ma la loro interazione è continuamente messa sotto scacco dall’onirico e dalla visione; si determinano continui slittamenti e l’epilogo, come nelle storie ben fatte, è ignoto. Zenit 3 ricorda i fumetti di Pratt, Toppi, Muñoz nel montaggio delle tavole e nel controllo della drammaturgia di un fumetto di avventura.

Ho cercato di bilanciare questi elementi, perché volevo che ci fosse una dimensione un po’ falsa, un po’ teatrale, in senso negativo. Vicende e personaggi possono essere soggetti a diverse interpretazioni e con il procedere dell’intreccio mutano sensibilmente: un andamento drammaturgico un po’ truffaldino. C’è un’apparenza drammatica, ma poi si rivela una realtà molto più meschina; soprattutto per quanto riguarda quella che è la dimensione politica. Ho cercato di tenerla insieme in una visione teatrale, in accezione, ripeto, peggiorativa. Ho cercato di bilanciare queste cose e alla fine un ramo della storia che è quello più onirico e visionario, ha qualcosa di illusorio che si trasforma in una trappola per Anna. Ho tenuto insieme vari toni e nel testo ho cercato di alternare registri linguistici diversi.

 

Come hai lavorato al personaggio di Anna?

Una delle poche cose che avevo come punto fermo fin dall’inizio era il fatto che la protagonista fosse una ragazza. Quando ho finito Cinema Zenit 1, ho provato a re-immaginarmelo con un protagonista maschile: da un punto di vista narrativo non sarebbe cambiato niente. Ma in realtà credo che cambi tutto: doveva essere una ragazza. Se ci fosse stato un protagonista maschile, sarebbe stato un altro fumetto. Non so nemmeno spiegarti perché. È così che l’ho vista, così l’ho pensata e così è stato.

 

Perché uno dei personaggi ha il volto di Tadeusz Kantor?

Tadeusz Kantor è stato un grande regista del teatro polacco ed internazionale, attivo negli anni Settanta e Ottanta, che ha avuto anche una grande influenza nel teatro contemporaneo. Volevo che il personaggio dello Zio avesse una faccia “precisa” e mi è venuto in mente Kantor, ma non mi piace quando nei fumetti c’è un personaggio che ha la faccia di un attore, che deve essere sempre riconoscibile, perché diventa un’operazione fastidiosa, posticcia. Io cercavo una faccia che esprimesse personalità. In realtà c’è tutta una dimensione teatrale di questo personaggio, un capo comico, un maneggione. È come una versione fortemente degradata della figura di Kantor, che era invece un grande del teatro, non un personaggio minore, che un po’ conosco, anche se non sono un esperto, e che mi piace. Il suo volto, il suo abbigliamento, il suo modo di stare in scena. Dirigeva ma stava in scena.

 

Andrea Bruno è facitore di mondi, nei sui fumetti compare un mondo inventato; questo è un elemento che in altri casi non è presente, infatti non sono molti i disegnatori che costruiscono scenari frutto della fantasia. È una scelta, un’attitudine che da una parte dà grande libertà, dall’altra impegna l’autore a disegnare coerentemente per molte tavole in una sorta di corpo a corpo con la composizione dell’opera.

C’è una spiegazione: è il piacere dell’invenzione. A me interessa questa cosa, il piacere di provare ad inventarsi delle cose. È chiaro che poi nessuno inventa dal nulla, prendi qualcosa da qualche parte, inconsciamente, ma è una cosa che si sta perdendo nel fumetto. Non c’è più il gusto o il tentativo di inventare delle cose o dei mondi, delle feste, i nomi delle droghe, il disegno di una bandiera. Per me è una parte piacevole, è rispondere a un desiderio. Adesso invece si lavora molto su cose già fatte da altri, si montano, si citano, anche deliberatamente. Si rinuncia alla possibilità di provare a inventarsi delle cose, anzi volutamente si prende da cose che già ci sono, già fatte da altri, che sia una biografia già raccontata da tre film e due saggi, o cose citate in blocco, senza un minimo tentativo di nascondere la citazione, ma rendendola manifesta.

 

Durante la nona edizione del festival Arca Puccini, a ottobre 2016 a Pistoia, Andrea Bruno ha realizzato un’opera murale all’interno di un centro giovani, una casa aperta per adolescenti. Nell’ultimo anno si è parlato di street art in Italia in particolare in riferimento al tentativo di musealizzazione da parte di Roversi Monaco delle opere dell’artista Blu a Bologna. Il progetto prevedeva di prendere dei pezzi di murales e di portarli dentro al museo. Blu, aiutato dai militanti di due centri sociali, Crash e XM24 (quest’ultimo messo sotto sfratto dal Comune di Bologna a febbraio 2017) ha cancellato le sue opere. Intorno al tema “è giusto cancellare le opere d’arte?”  si è acceso un dibattito nazionale.

Io vivo in Bolognina ed ho assistito in diretta alla cancellazione all’XM24, dove c’era uno dei pezzi più grandi e belli di Blu, che reinventava una scena da Signore degli anelli. Condivido totalmente il gesto di Blu; e penso che questa questione della street art riveli molte cose: c’è l’aspetto di cui hai parlato tu, questo tentativo arrogante di musealizzare delle cose che nascono per altri motivi e per tutt’altro contesto, e c’è anche l’ideologia e il discorso del “degrado”; questi artisti si trovano tra questi due fuochi. Racconto una vicenda legata al ponte di Stalingrado a Bologna: alcune persone, o un’associazione, non ricordo bene, qualche settimana fa hanno deciso di ripulire le spallette del ponte di Stalingrado dalle scritte considerate “degrado” e poi hanno chiamato degli artisti, un po’ a caso e senza progettualità, a dipingerci sopra. Sono venute fuori delle cose brutte; al di là del discorso estetico però, si è verificata questa cosa paradossale, per cui dipingere i muri in una cornice legalitaria è considerato virtuoso e presentato come “riqualificazione”. La stessa identica cosa, magari con esiti migliori dal punto di vista artistico, se realizzata fuori da un contesto legalitario viene considerata immancabilmente degrado ed imbrattamento. Per me questa operazione, che disapprovo decisamente, mostra le contraddizioni di questo discorso.

 

Nel dicembre del 2015, quando stavano chiudendo i confini dell’Ungheria, siriani, afgani, iracheni, passando dalla Turchia, dalla Macedonia e dalla Grecia, hanno cercato di raggiungere l’Europa entrando al varco di confine con la Serbia, tra Roszke e Horgos, dove però Budapest ha deciso di sbarrare la strada con un muro. Andrea Bruno è partito con Federico Mazzoleni e altri verso est: il tentativo è stato quello di raccontare cosa stava succedendo con un progetto intitolato Do you remember Balkan Route? Reportage multimediale sulle rotte balcaniche dei profughi nel dicembre 2015. In tutto due macchine con  illustratori, videomaker e giornalisti. I racconti di chi indaga i territori di confine rischiano di indulgere in una eccessiva estetizzazione e, anche, di rimanere impigliati in un’eccessiva ideologizzazione didascalica. Il risultato del progetto è stata la realizzazione di un sito-reportage doyourememberbalkanroute.org, la parte realizzata da Andrea Bruno è certamente animata dal tema dello straniero, tema focale in Cinema Zenit.

Do you remember Balkan Route? Nasce da un viaggio fatto da questo gruppo che vedeva insieme fumettisti (che fanno anche graphic-news.com), giornalisti, e videomaker che lavorano su documentari. Siamo andati a fare questo lavoro sulla Balkan Route, sui confini. Abbiamo visto molte cose, in pochi giorni, e poi ciascuno con il suo stile e il suo punto di vista ha preso un pezzo di quella esperienza e l’ha sviluppato. Per me è stata un’esperienza personalmente bellissima ed è stato un esperimento. Perché ho fatto cose che non avevo mai fatto, nuove per me; non ho mai fatto né fumetto di reportage, né un viaggio di quel tipo: documentarmi per poi raccontare con il fumetto, non ho mai fatto un fumetto per il web, non ho mai fatto un fumetto in cui tutti i disegni sono in realtà fotografie ridisegnate. Nel mio lavoro ci sono molti riferimenti fotografici, ma non ho mai rifatto delle foto con il disegno. Invece in questo lavoro ho usato fotografie che ho scattato io stesso sul posto, con un macchina analogica. Ho fatto delle foto, le ho sviluppate e ridisegnate. Tante cose fatte per la prima volta. Il risultato a me piace, comunque lascio giudicare ad altri, ed è un progetto che va visto insieme a tutto il resto perché è un risultato articolato che comprende video, fumetti web, testi. Non è un reportage sull’attualità, ma un approfondimento sui confini.

 

 

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