Sgomberi estivi. Bologna

di Luca Lambertini

Cinderella di Herr Nilsson

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

“Perché costruire nuove Disneyland quando disponi di una caterva di vere città viventi che aspettano (anzi chiedono disperatamente) di diventare parchi a tema, con il semplice mummificarsi e quindi svuotarsi?” Partire da questa domanda retorica che Marco D’Eramo pone nel suo ultimo importante libro (Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo (Feltrinelli) può essere utile per cercare di contestualizzare, almeno parzialmente, l’escalation di violenta repressione che nel giro di un paio d’anni ha ormai fatto piazza pulita di ogni esperienza di autogestione rimasta a Bologna. Dall’autunno 2015 (anche se importanti episodi si erano avuti già precedentemente) lo spettacolo delle decine di camionette blindate con al seguito ampi schieramenti di agenti in tenuta anti sommossa, che si presentano all’alba fuori dagli edifici occupati, militarizzando aree cittadine più o meno ampie, sbattendo in strada gli occupanti e le loro povere masserizie è andato in scena con una frequenza impressionante. Dal 9 ottobre 2015, quando venne sgomberato lo storico centro sociale Atlantide da un edificio comunale (per il quale hanno avuto per anni una regolare concessione) fino alla drammatica giornata di martedì 8 agosto 2017 in cui sono stati chiusi dai reparti della celere Crash e Labas, due tra i più grandi e longevi centri sociali cittadini, si contano almeno una quindicina di sgomberi. Vista la ciclicità e regolarità della cosa una laconica battuta che gira tra i militanti e simpatizzanti che si ritrovano ad assistere impotenti alla scena è “ci vediamo al prossimo sgombero!”.Si tratta di sgomberi la cui violenza colpisce realtà molto variegate: caseggiati popolari, piccoli circoli Arci, collettivi universitari, occupazioni abitative. Si tratta di spazi che, con modalità molto diverse e variamente efficaci, stavano tentando di sperimentare forme nuove di auto organizzazione per rispondere a esigenze sociali ed economiche (l’emergenza abitativa a Bologna è una questione di enorme gravità a cui le istituzioni faticano a rispondere in modo efficace) oppure a esigenze di socialità svincolate da logiche commerciali che, in una città con 40mila studenti fuori sede è anche una esigenza forte. Ovviamente nessuno di questi luoghi rappresentava in alcun modo una minaccia in termini di ordine pubblico, anzi molte di queste realtà cercavano e spesso riuscivano a instaurare un dialogo con il territorio in cui si trovavano, a integrarsi, a volte perfino a rispondere a dei bisogni di quel territorio stesso. In particolare Labas, l’ultimo sgomberato, da questo punto di vista aveva fatto un grande lavoro.

Il centro sociale era nato nel 2012 in seguito all’occupazione della ex caserma Masini una delle tante aree ex militari della città e in una posizione cruciale nel centro storico di Bologna, svenduta – dopo una serie di aste andate deserte – alla Cassa Depositi e Prestiti. La Cassa Depositi e Prestiti, da istituto finanziario pubblico destinato a utilizzare il risparmio postale dei cittadini per il prestito agli Enti locali nel finanziamento di opere di pubblica utilità, nel 2003 viene trasformata dal governo Berlusconi in una spa con partecipazione anche privata (prevalentemente fondazioni bancarie) . I suoi ruoli vengono così ampliati fino alla possibilità di investire anche a favore di imprese private e perseguendo il fine della redditività dei suoi azionisti ed è in questo quadro che all’interno dell’ex caserma Masini – a dispetto del progetto ventilato sotto precedenti amministrazioni di costruirvi una scuola – il nuovo piano prevede la “valorizzazione” dell’area attraverso la costruzione di complessi residenziali e strutture ricettive. Si svende un’area pubblica e con il risparmio pubblico si finanzia la gentrificazione di uno spazio ancora vuoto nel cuore della città destinato così ad alberghi e appartamenti di cui vendite e affitti beneficeranno i privati. Il beneficio pubblico sarà invece l’incremento del traffico, l’incremento della densità abitativa, l’incremento degli affitti, l’incremento del cemento. Ovviamente nel progetto si parla del coinvolgimento dei cittadini in percorsi di progettazione partecipata.

Nel frattempo gli abitanti del quartiere e gli attivisti avevano già iniziato a progettare e partecipare a modo loro: durante l’occupazione il grande cortile della ex caserma ospitava tante attività organizzate da giovani studenti, ma aperte al quartiere e alla città come mercati contadini, laboratori per bambini, esperienze di accoglienza auto organizzata, una pizzeria e una birreria popolare, assemblee e incontri, cineforum… davvero tante attività gestite da giovani poco più che ventenni e aperte a tutti. Un’immagine plastica di questa apertura e trasversalità dello spazio la si poteva avere la mattina dello sgombero. Nel gruppetto che è riuscito a radunarsi in pieno agosto alle sei del mattino in una Bologna deserta non c’erano solo i classici militanti antagonisti ma abitanti del quartiere, operatori sociali, alcuni attivisti di associazioni culturali, un gruppetto di giovanissimi spagnoli, con tanto di zainone sulle spalle, appena arrivati per un campo di volontariato internazionale. Un piccolo miracolo per una città in cui gli spazi in cui giovani possano sperimentarsi in azioni pensate e organizzate in autonomia sono sempre più rari, in una città che vive per compartimenti stagni non comunicanti tra loro (gli studenti fuori sede, i bolognesi, gli immigrati, eccetera). Ed è poi sotto gli occhi di tutti (se n’è addirittura accorta anche la redazione locale di “la Repubblica”) che gli spazi sgomberati restano vuoti e abbandonati o, in rari casi, vengono destinati a speculazioni immobiliari che non hanno nessuna ricaduta sul territorio (studentati di lusso per studenti facoltosi, o hotel a 5 stelle).

Come si può quindi spiegare un simile sforzo e accanimento nello sradicare questi luoghi di sperimentazione sociale e politica, di ricostruzione di tessuti sociali, di formazione per centinaia di giovani? Il ripristino della “legalità” non è certo una spiegazione credibile, visto che forme di illegalità ben più diffuse e problematiche per il territorio non vengono certo perseguite con tanto accanimento e spiegamento di forze.

A parte alcuni episodi isolati in cui l’amministrazione comunale rivendica con forza la decisione dello sgombero (come nel caso di Atlantide) la reazione della politica è pilatesca (non è una decisione nostra, non dipende da noi), di deroga ad altri poteri (questura, prefettura, magistratura). Una sorta di resa incondizionata delle amministrazioni pubbliche che candidamente affermano di non aver alcun potere per evitare o arginare questa escalation repressiva. È però anche vero che da parte dei pubblici amministratori non c’è stato (salvo alcune lodevoli eccezioni non sempre andate a buon segno) alcun interesse a salvaguardare quelle esperienze prima che venissero colpite cercando, come in passato è stato fatto più volte da giunte di destra e di sinistra, di entrare in dialogo con queste realtà e cercare soluzioni per stabilizzarle. La differenza di questi ultimi anni, oltre alla spropositata militarizzazione messa in campo, è proprio l’indifferenza istituzionale che, in qualche modo, sembra un silenzioso avallo alla svolta autoritaria che questura e prefettura stanno imponendo in città. Nella città che festeggia quest’anno il quarantennale del ’77 e che ha come carattere costitutivo della sua storia recente il fiorire dei centri sociali come luoghi di aggregazione giovanile politica e culturale, questo tipo di esperienze che cercano risposte creative e autonome dal basso e spesso animate da giovani non vengono semplicemente capite (non c’è interesse a conoscerle e a entrare in comunicazione) né percepite come una potenziale ricchezza per la città. Fatta eccezione per alcuni casi in cui finiscono per essere musealizzate attraverso mostre fotografiche, spettacoli teatrali, installazioni di arte contemporanea a qualche anno di distanza o cooptate, mercificate e rese glamour nella loro estetica bohemien nei locali dell’aperitivo in cerca di uno stile nuovo. Non è un caso che Bologna – da poco entrata nelle destinazioni turistiche segnalate dalla lonely planet – sia definita degna di investitura grazie anche alla sua identità “bolshie”, bolscevica e dissidente.

Ben più spesso tali esperienze sono viste come un ostacolo a uno sviluppo cittadino che va in una direzione precisa e opposta. Una città in cui il lavoro di comunità e la valorizzazione delle esperienze spontanee si concepisce solamente quando queste avvengono negli angusti spazi di partecipazione previsti, comunque rigidamente controllati e depotenziati di ogni elemento di critica dell’esistente o potenziale conflittualità.

A Bologna l’impressione è che la svolta autoritaria, la violenta sterilizzazione dello spazio pubblico che Minniti sta imponendo ai Comuni sia in fondo tollerata o ben voluta da una buona parte dei pubblici poteri, che ha deciso da qualche tempo che la città dovesse diventare una città a vocazione turistica e per questo ha lanciato una potente campagna di marketing cittadino basato sul brand della “city of food”. Dal mega parco a tema (Fabbrica italiana contadina, Fico!) che Farinetti sta costruendo insieme a Coop su terreni pubblici regalati da una entusiasta amministrazione, alla proliferazione di ristoranti e ristorantini tutti uguali – che, secondo gli ultimi dati della Camera di Commercio, stanno crescendo in maniera vorticosa e stanno radicalmente trasformando il centro cittadino, destando perfino la preoccupazione della sovrintendenza – la strada del futuro sviluppo cittadino che hanno in testa poteri economici e politici cittadini sembra segnata. Una città pensata per i turisti o per i city user, non certo per chi la abita. Non a caso gli unici interventi strutturali di trasporto pubblico andranno esclusivamente a vantaggio di queste categorie di persone, mentre il resto delle città resta congestionato nel traffico che paralizza gli autobus e rende lo spostamento in bici e a piedi uno sport estremo. Una città i cui spazi pubblici dovranno quindi essere per forza puliti e sterili, privi di conflittualità, senza poveri o altri spettacoli che possano turbare il pubblico decoro. Si tratta di quello che Marco D’Eramo definisce “urbanicidio a fin di bene” e suona come una sinistra premonizione per la nostra città: “È straziante assistere all’agonia di tante città. Città gloriose, opulente, frenetiche, che per secoli e a volte per millenni sono sopravvissute alle peripezie della storia, a guerre, pestilenze e terremoti. E che ora, una dopo l’altra, avvizziscono, si svuotano, si riducono a fondali teatrali su cui si recita un’esangue pantomima. Ove un tempo ferveva la vita, e umani scorbutici e frettolosi si facevano largo a gomitate nel mondo e si calpestavano e spintonavano, ora fioriscono paninoteche, bancarelle ovunque uguali di prodotti tipici (…). Quella che era una vicenda piena di grida, strepiti e furori, ora è tutta racchiusa in un prospetto di agenzie di viaggio”.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.12

Trackback from your site.

Leave a comment