Ritratto di una giovane ribelle

Intervista a cura di Stefano Laffi

 

 

Nel 1970 e per poco più di 10 anni Feltrinelli pubblicò una collana dal titolo “Franchi Narratori”, in cui comparvero testi “eterodossi” rispetto sia alla saggistica che alla narrativa, cioè di fatto resoconti di storie e punti di vista non comuni, poco televisivi o poco presenti nel discorso pubblico, su temi anche scabrosi. La conversazione con questa ragazza, di 20 anni, di cui rispettiamo l’anonimato, potrebbe stare forse in quella collana, per la radicalità del suo punto di vista, così profondamente insoddisfatto del mondo, ma in costante ascolto delle grandi questioni che lo attraversano, alla ricerca della verità. Forse non rappresenta un posizione comune nella sua generazione ma certamente testimonia una lucidità di analisi e una capacità critica di cui molti adulti non si sono accorti, rispetto alle ragazze che hanno di fronte.

 

Quando nasce in te una spinta politica, o una sensibilità spiccata verso le faccende del mondo?

Ero piuttosto piccola. Mi sono sempre interessata a tematiche non comuni fra i miei coetanei, già alle elementari ero molto concentrata su questioni ambientali, seguivo un po’ Greeenpeace, nella misura in cui potevo, ero molto sensibile su questi argomenti, lo sentivo anche in maniera emotiva, mi veniva da commuovermi e da piangere per situazioni ambientali, per i problemi dell’inquinamento. Poi in terza media c’è stato il turning point. Non so dire cosa sia scattato, ma è avvenuto per un evento specifico, in occasione di un telegiornale che ricordo bene: era il 28 novembre 2010 e Wikileaks pubblica il cablegate. Io avevo già cominciato qualche mese prima a guardare un po’ i telegiornali, a scuola si trattavano tematiche contemporanee, la professoressa di italiano ci spingeva a vedere film sul presente, per cui ero più vicina all’attualità. E poi c’è stato quel telegiornale, io ho sentito una scintilla, io non sapevo nulla di Wikileaks, ero semplicemente seduta, non ero nemmeno particolarmente attenta, poi la speaker del telegiornale ha cambiato tema e io l’ho seguita, ero piccola, deve esser stato qualcosa di irrazionale. Da lì ho cominciato a informarmi, su Wikileaks, su cosa fosse e che cosa facesse, certo in modo semplice, limitato, non conoscevo abbastanza l’inglese quindi consultavo solo i mezzi di informazione italiani. E così ho iniziato a sviluppare una passione forte, ci credevo davvero tanto alla missione di informare sulla verità.

Questa passione la condividevi con qualcuno?

No, ero sola, e questo è stato il leit motiv dei primi anni. Dopo quel telegiornale ho chiesto ai miei genitori e ai miei professori cosa ne pensassero di Wikileaks, avevo bisogno di sentire le opinioni degli altri per poi costruire la mia, non mi sentivo ancora pronta, erano cose nuove. Ed ero sola, i miei coetanei non se ne occupavano.

 

Ripensandoci oggi, puoi dire che forse allora tu avessi uno spiccato senso di giustizia, fossi più sensibile di altri alle questioni del potere e del contropotere?

Certo. Al tempo avevo 13 anni, non avevo concetti chiari di giustizia e potere, ma a quella notizia si è subito accesa dentro di me l’idea che tenere segrete alle persone delle cose, che riguardano le persone stesse, per garantirsi un vantaggio politico e di potere, fosse sbagliato. E ho subito capito che pubblicare la verità, diffondere integralmente la verità fosse giusto. Insomma un’idea di giusto e ingiusto io l’avevo ben chiara anche se non sapevo formularla. Ci tengo a sottolineare che oggi io non credo più in Wikileaks.

 

Tuo padre aveva fatto un po’ di attività politica, forse hai respirato in casa un’aria di attenzione e impegno in prima persona?

Il fatto che i miei genitori non fossero bigotti ha contribuito, ma quella passione era una cosa totalmente mia, nata in me e cresciuta in me, una cosa che si scollegava completamente da tutto q uello che riguardava la mia famiglia. Poi negli anni questa mia passione è diventa più aperta, cioè non riguardava più solo Wikileaks e la sua causa, si è allargata ad altri aspetti dell’attualità e della geopolitica, è diventata un’abitudine giornaliera e molto ampia.

 

Immagino la tua attenzioni sulle fonti: come ti sei mossa, cosa hai guardato e consultato, come ti sei costruita il tuo sapere in questi anni?

Io ho sempre usato tantissimo twitter come strumento di informazione, perché raggruppa in un posto solo tutti gli articoli attorno ad un tema dei vari media outlet che ci sono nel mondo, così riesco a seguire giornalisti che stimo e che so essere indipendenti. Leggo sempre più articoli provenienti da fonti diverse, perché mi aiuta a capire non solo il fatto di cronaca ma anche le caratteristiche della fonte da cui proviene, quindi in che misura pregiudizi e condizionamenti pesano su quella fonte.

 

Quindi tu non leggi tanto, per fare un esempio, il sito del “Guardian” ma segui piuttosto i singoli giornalisti?

Non c’è un media che va bene per tutto, Il Guardian è interessante su alcuni argomenti e non su altri, Russian Today è inattendibile per la politica interna, perché è asservito a Putin, ma su Wikileaks ha pubblicato articoli meno distorti degli altri.

 

E per capire l’Italia, cosa leggi?

Quando seguivo le vicende di Wikileaks leggevo Stefania Maurizi, una giornalista d’inchiesta che collabora con l’Espresso, ed è molto legata a Wikileaks. Ma sull’Italia ho un problema, molto irrazionale, cioè faccio fatica ad occuparmi dell’Italia. In un corso di storia contemporanea abbiamo ragionato sull’identità degli italiani e sulla fatica che da sempre facciamo a svilupparla in modo non tanto patriottico ma culturale. Per la prima volta ho sentito che questa mancanza fosse grave, perché fino ad ora il fatto di essere italiana mi dava fastidio, non volevo occuparmene, non mi interessava affatto un attivismo che si concentrasse su tematiche italiane, insomma fermarsi solo al locale. Io per natura, sin da piccola, ho guardato al globale, ora mi rendo conto che è un limite questa mia vocazione esclusiva alla dimensione internazionale. Ma fino ad ora credevo che l’idea di occuparsi solo dell’Italia fosse uno spreco di tempo, una cosa riduttiva, perché la vera battaglia è certamente a livello globale.

 

Quale è la tua battaglia?

Io mi occupo di privacy e antisorveglianza, ma anche di whistleblowing (ndr: il fatto di scoprire comportamenti scorretti e dannosi nell’impresa di cui si fa parte e di denunciarlo) e in generale di diritti umani. Ad un certo punto ho pensato di entrare in un’organizzazione per farne il mio lavoro, per tutta la vita, poi però mi sono resa conto che non era così che ci si poteva occupare di quei temi perché avrei solo fatto il gioco di organizzazioni che fanno finta di occuparsene.

 

Quindi hai rinunciato a trovare una cerchia di persone, un luogo in cui condividere questi ideali?

Pensavo di averla trovata, era la comunità di hacker attivisti di Berlino, che è una comunità internazionale ma si riuniscono lì perché in Germania c’è forte sensibilità su questi temi. Avevo partecipato anche al Chaos Communication Congress, che si tiene ad Amburgo ed è dedicato proprio a questi temi. Ma assieme alla disillusione verso Wikileaks è venuta anche quella verso queste community, mi sono resa conto che non devo, non posso e non troverò un gruppo di persone a cui unirmi, con ideali uguali ai miei, con cui sentirmi in comunione, cioè io posso trovare sintonia con alcune persone e posso trovare degli alleati ma non sarà mai una comunione totale perché devo costruirmi io la mia lotta, io il mio attivismo, io i miei metodi per cambiare il mondo, secondo i miei ideali. Ci sono tante forme di corruzione anche nelle comminity di attivismo più belle.-

 

Cosa intendi per “cambiare il mondo”, quale spazio realistico di intervento ti dai?

La prima cosa che vorrei, che secondo me andrebbe fatta per poter cambiare il mondo, è che per le persone comprendano il problema. La nostra società è molto brava a nascondere le cose e questo impedisce di prendere consapevolezza. Molti dicono che la nostra democrazia non funziona ma nessuno lo pensa davvero, sono in pochi a rendersi conto che ci sono intenti profondamente autoritari dietro un velo di democrazia.

 

Ma pensi sia un problema di ignoranza, o che piuttosto alla fine interessi poco saperlo?

Può darsi interessi poco ma certamente non si sanno molte cose. Nelle società cosiddette democratiche si vive meglio, c’è più illusioni di libertà, ma non sono migliori rispetto ai regimi totalitari e alcuni paesi del Medio Oriente, c’è solo un modo diverso di reprimere il dissenso.

 

Cosa è che te fa più scandalo, ti pare più inaccettabile?

È il fatto che tutti i governi cerchino il potere sulle persone, che lo cerchino con ogni mezzo, sfruttando tutto quello che possono, come la guerra o l’attentato terroristico, per promulgare leggi, per esercitare più controllo, più conformismo, più sorveglianza, e così via, e lo fanno mascherando tutto dietro i diritti umani e la loro protezione, cosa che non avviene affatto. È questa ipocrisia che non sopporto, sono queste bugie, è il fatto che tutto quanto stia scivolando verso maggior oppressione. Le persone non capiscono, credono che il problema sia Trump, ma il problema è il sistema. Per questo avevo scelto la trasparenza, volevo fare la giornalista, e avevo creduto in Wikileaks. Ma la trasparenza oggi non è la soluzione, forse lo era prima, ai tempi del Watergate portò alle dimissioni del presidente, adesso siamo testimoni di scandali di quelle dimensioni ogni giorno e non cambia nulla, la trasparenza non basta più. Io sono in questa fase di transizione, in cui mi chiedo cosa posso fare per l’Italia e per il mondo, sono in formazione.

 

Con chi ti confronti, con chi scambi le tue idee?

Sono  attivisti, giornalisti, programmatori, stanno in Inghilterra come in Svezia, alcuni sono solo un contatto altri li considero degli amici. Qui io sono sempre stata molto isolata, mi è anche capitato di incrociare per esempio un’assemblea di Lotta Comunista, ma la trovo una forma superata, basata su una teoria oggi non adeguata.

 

Hai mai trovato nei tuoi incontri forme di leadership interessanti e per te accettabili, modi di agire e stare insieme che superassero le contraddizioni sul potere che dicevi?

Lo pensavo, rispetto alle organizzazioni e alle community di cui ti dicevo. Ma mi sono resa conto che c’era un’altissima manipolazione, che quei leader se avessero scelto di agire in politica sarebbero stati i miei peggiori nemici. In quelle organizzazioni c’è un altissimo culto della personalità, vige l’identificazione con il leader, che penalizza il confronto interno. Eppure ne fanno parte anche persone onestamente impegnate verso ideali che condivido. Non so come si faccia a guidare le persone senza diventare chi si sta combattendo, bisogna senza dubbio aver la volontà di farlo – e i leader che ho incontrato non avevano quella volontà — bisogna prestar attenzione al concetto di umanità, cioè non si può agire secondo il principio che il fine giustifica il mezzo.

 

E come ti rapporti allora ad una scelta come quella del voto? Ti interessa, ha senso per te questa forma di democrazia?

Mi sembra un gesto piuttosto vuoto. Non credo nello Stato, soprattutto dopo aver studiato le origini dello stato moderno, credo sia un’istituzione difettosa alle radici, penso che la sovranità popolare sia una grandissima illusione. Ho votato, anche di recente, ma non ci credo, anche se non ho alternative in cui invece credere. Penso però che se non si vota non si possa restare semplicemente apatici, bisogna fare qualcosa, come l’attivismo. Ma se avessi dovuto votare in America non avrei scelto nessuno dei due perché non c’era nessuna scelta, erano orribili entrambi, solo in modo diverso, è come se la Clinton fosse il simbolo delle società occidentali dove l’elemento totalitario è nascosto e Trump quello delle società dove quell’elemento è palese.

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