Il papa a Bogotà

di Iacopo Scaramuzzi

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C’è una guerra nella guerra che Papa Francesco ha cercato di portare a conclusione nel corso del suo viaggio in Colombia, ed è la guerra interna alla Chiesa cattolica, una guerra tanto più scandalosa perché ha accompagnato, e a volte sostenuto, la guerra fratricida che ha insanguinato un paese cattolicissimo.

Jorge Mario Bergoglio ha visitato Bogotà, Villavicencio, Meddelin e Cartagena, dal sei all’11 settembre, con il motto “fare il primo passo” – il primo passo, ha spiegato, “su una strada diversa da quelle già percorse”. A fine dell’anno scorso la Colombia ha faticosamente raggiunto un accordo tra il Governo di Juan Manuel Santos e i guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc) – inizialmente bocciato da un referendum popolare – che ha posto fine a oltre mezzo secolo di guerra civile. E il Pontefice argentino, che ha sostenuto l’accordo con pubblici appelli e moral suasion diplomatica dietro le quinte, ha finalmente accettato l’invito a visitare il paese, consapevole che tradurre l’accordo di carta e inchiostro nella vita concreta è la sfida cruciale.

“La Colombia continua a essere un paese diviso, anche la Chiesa è divisa. La penosa realtà sfociata nel risultato del referendum di ottobre dell’anno scorso ne è la riprova”, ha scritto l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), secondo gruppo guerrigliero dopo le Farc, che in vista dell’arrivo del Papa ha annunciato uno storico cessate-il-fuoco. Tra i fondatori del gruppo, negli anni Sessanta, Camilo Torres, prete e teologo della liberazione.

Come il resto del paese, anche la Chiesa colombiana è fortemente polarizzata, con comunità di base, fedeli e sacerdoti (i gesuiti, ad esempio), spesso impegnati nella difesa dei settori più poveri della società e, pur con eccezioni, le gerarchie schierate con governi e forze armate.Le divisioni hanno radici remote. Prima, infatti, della guerra delle Farc che ha fatto 260mila morti (1964-2016), la Colombia ha vissuto un altro frangente di violenza estrema, il periodo detto appunto della Violencia, costato la vita a 300mila persone (1964-1958). Aperta con l’assassinio del candidato liberale alla presidenza Jorge Eliecer Gaitan (1964) questa fase di attentati, esecuzioni, rappresaglie, vendette, fughe di massa, concluso con la nascita del Fronte nazionale (1958), ha visto contrapporsi ferocemente gli esponenti dei due maggiori partiti della storia moderna della Colombia, i conservatori, legati al latifondo, fautori del centralismo statale, e i liberali, espressione del mondo industriale e bancario, federalisti, anticlericali. I vertici della Chiesa cattolica, forti dei pronunciamenti contro comunismo, socialismo e liberalismo da parte di Pio IX e Pio XII, stava con il latifondo.

Dopo il Concilio vaticano II (1962-1965) e con il diffondersi della teologia della liberazione, la Chiesa dell’America latina ha sempre più abbracciato le tematiche sociali, sposando l’opzione preferenziale per i poveri, le cause ecologiche, il contrasto al capitalismo. Una tendenza soffocata, nel subcontinente e in particolare in Colombia, nel corso del pontificato di Giovanni Paolo II. Karol Wojtyla, nemico giurato del comunismo internazionale, promosse infatti vescovi conservatori, sanzionò dottrinalmente i teologi liberazionisti, e promosse a Roma due cardinali colombiani, Dario Castrillon Hoyos e Alfonso Lopez Trujillo, schierati, per usare un eufemismo, su posizioni conservatrici. È ormai acclarato, per dire, il ruolo di Lopez Trujillo nel boicottare come poté il processo di beatificazione del vescovo del Salvador Oscar Arnulfo Romero (1917-1980), assassinato dagli squadroni della morte mentre diceva messa. “Se diventassi Papa”, avrebbe detto anni fa l’allora arcivescovo di Buenos Aires, “obbligherei Lopez Trujillo a beatificare Romero”. Il porporato colombiano è morto prima, ma salito sul soglio di Pietro Jorge Mario Bergoglio ha riconosciuto il martirio di Romero ed ha firmato la sua beatificazione.

Da ultimo, quando la Colombia è stata chiamata a esprimersi col referendum sull’accordo raggiunto dal presidente Santos con le Farc, a ottobre, non pochi vescovi sono rimasti cautamente in silenzio, simpatizzando con il fronte ostile all’accordo capeggiato dall’ex presidente Alvaro Uribe, uomo dai metodi forti e dallo scarso rispetto dei diritti umani.

 

Le complicità e i silenzi della Chiesa colombiana

Un documento pubblicato nei mesi scorsi dalla Comisión Intereclesial de Justicia y Paz e firmato da numerosi preti, religiosi, teologi e fedeli mette il dito nella piaga delle responsabilità ecclesiali.

“Vogliamo riconoscere pubblicamente che la nostra Chiesa colombiana è stata partecipe della violenza che ha distrutto migliaia di migliaia di vite di nostri compatrioti e ha temporeggiato con forme denigranti di oppressione e ingiustizia che hanno sommerso nella miseria e nella sofferenza molti milioni di colombiani. Tale partecipazione è stata attuata attraverso complicità, silenzi e azioni di rappresentanza”. 

La commissione giustizia e pace elenca le complicità ecclesiali con le violenze, dal massacro di las bananeras del 1928 ai governi Uribe e Santos (2002-2016) e sottolinea che “per alcuni, inclusi vescovi e sacerdoti, uccidere liberali, comunisti o guerriglieri, non solo non provoca conflitti di coscienza, ma addirittura può essere considerato azione lodevole. Il Vescovo di Pasto, Ezequiel Moreno, che chiese fosse incisa sulla sua tomba la frase ‘il liberalismo è peccato’, invitò apertamente a combattere con le armi i liberali e addirittura mise in vendita oggetti sacri per comprare armi per i conservatori. La sua canonizzazione (da parte di Giovanni Paolo II, ndr) offese profondamente la coscienza di molti cattolici in Colombia e nel mondo e ci spinge a chiedere perdono, anche se in ritardo, alle vittime storiche di questa violenza sacralizzata in modo così illegittimo”.

Ancora, “la connivenza della nostra Chiesa con le forze armate impegnate in strategie perverse, tramite il Servizio Religioso Castrense e la Diocesi Castrense, non ha mai smesso di provocare un conflitto di coscienza profondo in molti cattolici colombiani, ci induce a chiedere perdono ai tanti colombiani vittime di una repressione militare e paramilitare con una traiettoria così lunga e con effetti così criminali, coinvolta nei più orrendi crimini di lesa umanità”, si legge nella nota della commissione che chiede a Papa Francesco la soppressione dell0ordinariato da cui dipendono i cappellani militari. “Ci furono sacerdoti che accettarono di collaborare all’istruzione militare di bambini e bambine con l’obiettivo di farli partecipare a strutture militari e paramilitari; ci furono anche sacerdoti che fecero parte di gruppi apertamente criminali, come il gruppo paramilitare Los Doce Apóstoles, guidato dal fratello di uno dei Presidenti della Repubblica. Ci furono vescovi e sacerdoti che giunsero ad accordi con leader paramilitari in varie regioni del paese, accettando le loro terre per togliere loro lo stigma di narco-paramilitari e addirittura pulendo superficialmente la loro immagine dichiarandoli ‘costruttori di pace’”.

“Certamente ci furono voci profetiche di membri del clero e laici, uomini e donne, che denunciarono gli orrori”, ma molti di loro “furono oggetto di persecuzione da parte delle stesse gerarchie, che li colpirono togliendo loro incarichi, imponendo loro sanzioni canoniche a richiesta degli stessi carnefici; alcuni furono addirittura traditi o consegnati ai persecutori dai loro stessi pastori”, scrivono i membri della commissione interecclesiale, che formulano anche un’altra richiesta simbolica alle gerarchie: togliere dalla cattedrale di Bogotà i resti mortali di Gonzalo Jiménez de Quesada, conquistatore che perpetrò migliaia di omicidi e torture contro le popolazioni indigene “per rubare l’oro cui ambiva, comportamento che non lo potrà mai accreditare come seguace di Gesù e ancora meno dedicare un luogo d’onore in sua memoria in un tempio cristiano”.

 

“Non temete la verità né la giustizia”

Papa Francesco può essere l’uomo che, per biografia, carisma personale e circostanze storiche incide un’accelerazione nel processo di pace. Sa che il frangente è propizio alla pace perché il paese è estenuato da 52 anni di violenza e le guerriglie sono in declino sia numerico che militare. Il primo Pontefice latino-americano della storia, ancora, è conscio di una dinamica che ha già sperimentato quando ha discretamente facilitato la svolta dei rapporti tra gli Stati Uniti e Cuba (e che, invece, non si è innescata nella crisi venezuelana): quando i due contendenti di un conflitto pluridecennale non hanno più la forza di farsi la guerra, non è detto che abbiano la forza di siglare la pace. Troppi precedenti, troppi rancori frenano dal fare un primo passo che politicamente, di fronte alla propria opinione pubblica e ai propri oppositori esterni prima ancora che di fronte all’interlocutore, potrebbe facilmente essere visto come un cedimento, una debolezza, una sconfitta. Per sbloccare lo stallo serve una figura terza, un garante sopra le parti, una personalità abbastanza estranea ai giochi ma abbastanza navigata politicamente da prendersi l’onere e l’onore di facilitare un appeasement tanto improbabile quanto possibile. Il primo papa latino-americano della storia ha svolto questa funzione, con la speranza che la pace colombiana si propaghi al resto di un subcontinente nuovamente scosso, dopo un periodo relativamente pacifico, da pulsioni violente.

Jorge Mario Bergoglio non ha mai aderito alla teologia della liberazione, tanto meno al marxismo. In Argentina il suo passato è scrutato con sospetto dal cattolicesimo progressista nonché da molti confratelli gesuiti. Eppure la sua insistenza sulle ingiustizie economiche, sulla crisi ambientale, sulla causa dei migranti ne hanno fatto il Pontefice che può definitivamente mandare in cantina la guerra fredda che ha spaccato la Chiesa latino-americana e non solo.

Se il leader delle Farc Rodrigo Londoño Echeverry, nome di battaglia “Timochenko”, ha salutato la visita del Papa, di cui si è detto “devoto”, con una lettera aperta nella quale ha chiesto al Papa perdono “per qualsiasi dolore” causato “al popolo della Colombia”, l’Eln è entrata maggiormente nel merito ecclesiale: “Vi è una concezione di fondo che, per quanto non sia nuova, viene riattualizzata nel papato di Francesco. La dottrina sociale della Chiesa, la opzione preferenziale per i poveri, esprimono un paradigma di giustizia e uguaglianza”.

Nel corso del suo viaggio il Papa ha speso tutte le proprie energie per promuovere una riconciliazione difficilissima da digerire. La giornata clou è stata quella di Villavicencio, dove ha beatificato due chierici simbolo delle violenze della storia colombiana, ma con due storie ben diverse. Nelle parole dell’Eln: “Da un lato, il ‘prete di Armero’, Pedro Maria Ramirez Ramos, è stato oggetto di una seria messa in discussione circa il fatto che la sua morte non sarebbe un martirio cristiano ma il risultato di un contesto di odio politico tra liberali e conservatori dal quale il sacerdote non sarebbe stato estraneo. Dall’altro lato, la beatificazione di monsignor Jesus Jaramillo Monsale tocca in particolar modo la nostra organizzazione. Abbiamo spiegato a suo tempo, e abbiamo ripetuto in queste settimane, che l’Eln non avallò la decisione di causarne la morte. Ma poiché essa gli fu data da membri di questa organizzazione, ci tocca la responsabilità storica di riconoscere il fatto. Nel segno della visita di Sua Santità siamo disposti a chiedere perdono”. Sempre a Villavicencio il Papa ha presieduto una veglia per la riconciliazione con la testimonianza di vittime, ex guerriglieri, anche un ex paramilitare. “Ci hanno fatto comprendere – ha commentato – che tutti, alla fine, in un modo o nell’altro, siamo vittime, innocenti o colpevoli, ma tutti vittime. Tutti accomunati in questa perdita di umanità che la violenza e la morte comportano”. La “verità”, ha sottolineato, “è una compagna inseparabile della giustizia e della misericordia. La verità non deve, di fatto, condurre alla vendetta, ma piuttosto alla riconciliazione e al perdono. Verità è raccontare alle famiglie distrutte dal dolore quello che è successo ai loro parenti scomparsi. Verità è confessare che cosa è successo ai minori reclutati dagli operatori di violenza. Verità è riconoscere il dolore delle donne vittime di violenza e di abusi”. Colombia, ha detto Francesco, “non temere la verità né la giustizia. Cari colombiani: non abbiate paura di chiedere e di offrire il perdono”.

La riconciliazione, aveva detto durante la messa mattutina, “è aprire una porta a tutte e ciascuna delle persone che hanno vissuto la drammatica realtà del conflitto. Quando le vittime sconfiggono – ha rimarcato Bergoglio – la comprensibile tentazione della vendetta, diventano i protagonisti più credibili dei processi di costruzione della pace. Bisogna che alcuni abbiano il coraggio di fare il primo passo in questa direzione, senza aspettare che lo facciano gli altri. Basta una persona buona perché ci sia speranza! Non dimenticatelo: basta una persona buona perché ci sia speranza! Ciò non significa – ha sottolineato il Papa – disconoscere o dissimulare le differenze e i conflitti. Non è legittimare le ingiustizie personali o strutturali”. 

Francesco è consapevole che la guerriglia è nata, almeno all’inizio, per ridistribuire la terra e i proventi dello sfruttamento delle materie prime tra la gente comune. E che ora la pace reggerà se verrà finalmente promossa una riforma agraria. “Occorrono leggi giuste – ha detto davanti al presidente Santos e alle autorità civili, diplomatiche e imprenditoriali di un paese notoriamente in mano a poche famiglie – che possano garantire tale armonia e aiutare a superare i conflitti che hanno distrutto questa Nazione per decenni; leggi che non nascono dall’esigenza pragmatica di ordinare la società bensì dal desiderio di risolvere le cause strutturali della povertà che generano esclusione e violenza”. Francesco ha condannato il narcotraffico, ha toccato il tema del maschilismo, quando ha condannato la violenza contro le donne, ha messo denunciato il razzismo dell’ideologia del “sangue puro”.

Ma è rivolgendosi alla Chiesa che il suo discorso si è fatto più acuminato. Ai quasi 130 vescovi colombiani che ha incontrato a Bogotà ha voluto insistere sulla necessità che la Chiesa mostri alla società tutta l’esempio di integrare le proprie diversità interne: “Nella complessità del volto di questa Chiesa colombiana – ha scandito – è molto importante preservare la singolarità delle sue differenti e legittime forze, le sensibilità pastorali, le peculiarità regionali, le memorie storiche, le ricchezze delle peculiari esperienze ecclesiali. Cercate con perseveranza la comunione tra voi. Non stancatevi di costruirla attraverso il dialogo franco e fraterno, condannando come la peste i progetti nascosti. Lasciatevi arricchire da quello che l’altro può offrirvi e costruite una Chiesa che offra a questo Paese una testimonianza eloquente di quanto si può progredire quando si è disposti a non rimanere nelle mani di pochi”. E, allargando lo sguardo all’intero subcontinente, Francesco ha rivolto un discorso anche al comitato direttivo del Consiglio dell’episcopato latino-americano (Celam): la Chiesa “deve lavorare senza stancarsi per costruire ponti, abbattere muri, integrare la diversità, promuovere la cultura dell’incontro e del dialogo, educare al perdono e alla riconciliazione, al senso di giustizia, al ripudio della violenza e al coraggio della pace. Nessuna costruzione duratura in America Latina può prescindere da questo fondamento invisibile ma essenziale”. Per Papa Francesco, i vescovi devono avere quella “passione che trasforma le idee in utopie praticabili”. Che realizza una pace nella pace che ponga fine a una guerra fratricida di oltre mezzo secolo dentro la Chiesa, prima ancora che in un paese che si definisce cattolico.

 

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