Messico, la strage senza fine

di Ugo Pipitone

illustrazione di José Guadalupe Posada

L’America latina non è mai stata il nuovo mondo, se non dal punto di vista della cartografia, e quando si è scostata dalla vecchia Europa non sempre lo ha fatto nella direzione in cui il nuovo fosse necessariamente auspicabile. Per secoli latifondi, servitù, oligarchie locali ed eserciti come guardie pretoriane. E poi una sequenza di colpi di stato, fuochi fatui di un populismo messianico (con il capo come incarnazione morale del popolo) e qualche progresso con grandiose distorsioni venute dal passato o create ex novo. E adesso, approdando al presente, una vecchia rivoluzione libertaria che imputridisce su sé stessa (tra stanchezza autoritaria e vitalità paranoica) in un’isola dei Caraibi e nel maggior paese della regione la recente scoperta che il presidente (facente funzioni) è una icona di corruzione dopo essersi innalzato agli altari come rimedio alla corruzione. Un po’ più al nord un’altra sedicente rivoluzione – questa, bolivariana – fa di una retorica patriottarda il sostituto a qualsiasi progetto sostenibile senza mari di petrolio per anestetizzare la (vaga) consapevolezza della propria arretratezza democratica, sociale ed economica. E poi tra la selva del Darién e la frontiera nord del Guatemala un mondo di paradisi fiscali, bande criminali giovanili, paesi esasperati che eleggono dei comici della televisione alla presidenza, quartieri urbani come galassie di miseria senza vie di scampo, militari arcigni più o meno corrotti e verbosi populisti che mettono in scena un eterno ballo in maschera.

È ovvio che tutto questo è una semplificazione. Ma dovendo stabilire un comune denominatore tra realtà diverse, non è difficile trovarlo in due termini ricorrenti, anche se con diverse graduazioni: un’acuta polarizzazione sociale di cui si ha qui un estremo mondiale per lo meno dai tempi di Humboldt (per il tango di Gardel, veinte años no es nada; per la disuguaglianza dos siglos neanche) e istituzioni pubbliche di bassa consistenza e coerenza interna e minore legittimazione sociale, salvo stordimenti transitori. 

Ma poi si attraversa la frontiera tra il Guatemala e il Messico (dove la polizia messicana é molto piú arbitraria che la border patrol) e si entra in un paese che da più di un secolo vive di rendita di una rivoluzione (quella del 1910) che è stata voltata al diritto e al rovescio, manipolata e rabberciata per uso e consumo di una élite politica che ha fatto del presidente il “líder natural de la revolución”, dello Stato un mercato clientelare al servizio del partito “ufficiale” e dei sindacati una disciplinata appendice della “revolución institucional”. Una nota di folklorismo al margine. Qualche giorno fa, a fine maggio, si è sposata la figlia del segretario generale del sindacato dei lavoratori del petrolio, uno dei più corrotti del Messico e quindi dell’America latina. Al ricevimento in uno degli alberghi di lusso della capitale, dirigenti politici (rigorosamente rivoluzionari) in smoking in una rappresentazione involontaria, tableau vivant, delle pompose celebrazioni dei tempi di Porfirio Díaz. La sposa sfoggiava una serie di braccialetti Cartier d’oro e platino sul cui valore è bene stendere un velo di pietà rivoluzionaria.  

Ma allarghiamo lo sguardo anche se solo per un istante. In mezzo all’uragano tecnologico che ci arricchisce e impoverisce l’esistenza da qualche decennio, ciò che sembrava solido si sgretola e ricompone in una quantità imprevista di possibilità combinatorie. Una specie di caleidoscopio con noi al posto dei frammenti di vetro colorato. Tutto diventa fattibile mentre niente lo è realmente in un vortice di cambiamenti sui quali la volontà incide appena marginalmente. E il tempo accelerato non lascia molto spazio tra la nostalgia (la voglia di ridar vita al futuro che non c’è stato) e la fede astratta in un tempo prossimo che aggiusterà in automatico quello che il presente scompone. 

Ma il tempo si accelera (rivelando l’obsolescenza di risposte divenute trivialmente insipide) non solo per il transito da un’età tecnologica a un’altra. Le cose cambiano anche per altre ragioni. E qui torniamo in Messico con l’apparizione della droga, terrorifiche organizzazioni criminali, oltre all’interminabile decadenza di un antico regime politico che pretende restare al centro della vita politica nazionale intralciando la già debole capacità collettiva di far fronte con qualche efficacia al potere disgregatore combinato della criminalità organizzata e di istituzioni sistemicamente corrotte. Per dirla tutta, bisogna fare ricorso alle proprie risorse psicologiche per entrare nei dettagli dell’impasto tra barbarie criminale e impudicizia politica. A volte il silenzio è una tentazione quasi irresistibile per esorcizzare lo sgomento.  Ma mi metto all’opera anche se non riesco a vedere oltre l’accumularsi quotidiano di morti ammazzati, di vite ridotte a un dolore senza fine, sparizioni (esseri umani che si sfumano nel nulla in un tunnel di barbarie), uomini della legge che diventano banditi e al contrario, oltre al cinismo, all’indifferenza (un angosciante abituarsi collettivo al peggio) e alla dissimulazione istituzional-patriottica. È come se il Messico (120 milioni di abitanti) fosse stato sommerso da un’onda anomala che lo obbliga a una giravolta dopo l’altra mentre rischia di annegare o di tornare in superficie con danni permanenti per chissà quante generazioni. 

La macabra aritmetica messicana è conosciuta. Riportiamola solo per rammentare le dimensioni di una tragedia che non accenna a acquietarsi. Anzi. Nell’ultimo decennio siamo oltre i centomila morti e piú di 30 mila desaparecidos. Il dato mensile di morti ammazzati da vari anni supera i duemila e dall’inizio di questo 2017 si sono già rotti tutti i record precedenti. Di tanto in tanto il presidente dichiara il suo cordoglio. Ed è tutto. Come se dicesse: mi dispiace ma non ci posso fare niente e non voglio fare niente che metta in evidenza la mia impotenza. Come quasi tre anni fa quando 43 studenti di Ayotzinapa (nello stato di Guerrero) furono massacrati da poliziotti d’intesa con i narcos. Qualche dichiarazione ufficiale di cordoglio seguita dall’insabbiamento delle indagini, una fiera di incompetenze e la sostanziale indifferenza con qualche spolverata di cosmesi civica. Solo parecchi mesi dopo il presidente andò sul luogo del delitto narco-istituzionale in occasione di un’altra cerimonia. I morti hanno smesso di far male alla coscienza delle istituzioni, supponendo che, nel caso messicano, queste due parole possano stare insieme senza un grossolano bisticcio di significati. Ma naturalmente questo è un regime rivoluzionario la cui legittimità viene da una lontana rivoluzione e quindi non ha bisogno di ulteriori legittimazioni. In questo senso qui siamo come in Venezuela: agli eredi della rivoluzione bolivariana di Hugo Chávez 50 morti in 50 giorni di proteste contro il regime (tra aprile e maggio di quest’anno) non fanno né caldo né freddo. Noi siamo il popolo: il resto è una cospirazione dell’imperialismo. Fine della discussione.

Restiamo in Messico. Dal 2000 ad oggi sono stati assassinati 126 giornalisti e dal 2010 ci sono state più di duemila aggressioni contro la professione e in diverse zone calde del paese vari giornali e riviste hanno dovuto chiudere sotto le minacce della criminalità e di fronte all’indifferenza o incapacità dello Stato. Il livello di impunità è quasi assoluto e si stima che oltre la metà degli omicidi di giornalisti hanno nei funzionari pubblici i mandanti. In qualsiasi altro paese al mondo che non fosse in guerra (o il cui senso etico fosse irrimediabilmente compromesso) questa contabilità dell’orrore sarebbe più che sufficiente ad accendere tutti i segnali d’allarme nel governo e a mettere in moto proteste di massa. Non in Messico. Qui sembra prevalere un’anestesia collettiva che richiede qualche spiegazione. Partiamo dalle istituzioni. La risposta sta in due territori con varie zone sovrapposte: la frequente complicità (con i narcos) e l’inettitudine (in proprio). La complicità (o condiscendenza nei casi non peggiori) viene in modo esemplare da governatori statali che sono stati tradizionalmente i garanti della stabilità politica locale e fonte di voti per il partito governante e i suoi candidati alla presidenza. La stabilità del regime dipende da questi caciques locali con vaste e profonde reti clientelari. Come esercitare un qualche controllo da parte del governo centrale su questi gangli di potere senza scoperchiare reti di illegalità, arricchimento illecito e nessi politici che toccano tutto il sistema di potere del Pri (Partito rivoluzionario istituzionale)? La consuetudine al silenzio ha reso possibile che vari di questi governatori (con le loro appendici di sindaci, polizie locali – a volte dedite al sequestro di persona o alla protezione delle rotte della droga -, imprese fantasma per canalizzare fondi pubblici a lavori inesistenti) si pongano al servizio della criminalità organizzata, ricavandone lauti guadagni con una quasi nulla probabilità di indagini da parte delle autorità federali. Quando qualcosa emerge, spesso è perché le autorità statunitensi, esasperate dal flusso di cocaina dalla frontiera sud, scoperchiano qualche altarino in Messico.

In questo momento in un paese federale composto da 32 Stati, 17 governatori sono latitanti, in carcere o oggetto di indagini per arricchimento inspiegabile. Qualche storia in un mare di storie. A inizio aprile è stato arrestato a Firenze l’ex governatore dello stato di Tamaulipas (nordest del Messico), profugo dalla legge da 5 anni. Le accuse sono di aver favorito i cartelli del Golfo e degli Zetas, principali organizzazioni criminali dedicate al contrabbando della droga verso il Texas e da lì al resto dell’unione americana. Oggi Tamaulipas (con Veracruz, Guerrero, Sinaloa e Michoacán) è uno degli Stati con meno controllo territoriale da parte delle istituzioni. I giornali locali che riportano notizie sulla criminalità sono praticamente scomparsi. In questo stato c’è il maggior numero di desaparecidos di tutto il Messico (più di 5 mila). Prima come sindaco e poi come governatore il personaggio in questione, Tomás Yarrington, ha lasciato ai suoi concittadini, con omissioni piú o meno colpevoli, un’eredità di migliaia di morti oltre a una situazione di terrore e di capillarità della presenza criminale. Inutile aggiungere che costui era membro del Pri; un altro politico rivoluzionario.                    

Un altro caso viene dall’ex governatore di Coahuila (al nord del paese) che fu anche presidente del Pri – Humberto Moreira. La provvidenza non ha né il senso del limite né quello dell’umorismo (involontario). Questo personaggio ha lasciato al suo Stato un volume sorprendente di debiti (moltiplicatisi dieci volte tra il 2005 e il 2011) che potranno essere ripagati solo nel corso di varie generazioni senza che nessuno abbia la certezza circa l’uso di questa massa enorme di soldi. Ma il Dipartimento del tesoro degli Stati Uniti ha appena trovato 60 milioni di dollari riconducibili a lui depositati attraverso prestanomi (moglie, cognata, eccetera) nelle isole Cayman e nel Principato di Monaco. E anche qui il dubbio di molti osservatori è che tanti soldi non provengano solo dall’appropriazione indebita di risorse dell’erario. 

Ma forse il caso recente più odioso è quello dell’ex governatore dello stato di Veracruz (meridione del golfo del Messico) – Javier Duarte. Qui, mentre alcuni poliziotti arrotondavano lo stipendio  sequestrando persone per consegnarle a bande criminali che avrebbero chiesto il riscatto (con il risultato quasi sempre dell’omicidio della vittima), mentre crescevano gli omicidi di giornalisti che il governatore spiegava con ragioni passionali e simili, mentre le bande criminali assumevano un controllo asfissiante del territorio, il signor governatore si dedicava a creare imprese fantasma in cui convogliare i fondi federali destinati all’assistenza medica, alle scuole, ai pensionati. Fino ad ora le stime del maltolto di quest’altro funzionario rivoluzionario, che a suo tempo fu presentato dall’attuale presidente del Messico come il volto nuovo del Pri, secondo la Procuraduría General de la República girano attorno a 1.700 milioni di dollari.

È il folklore della corruzione messicana che ha secoli di storia alle spalle. Ma oggi questa corruzione di politici, burocrati, poliziotti, sindacalisti e giudici ha reso invivibile questa società rafforzando il nesso tra istituzioni e organizzazioni criminali con il risultato quasi quotidiano di corpi impiccati posti in bella mostra dai cavalcavia, ritrovamento in luoghi pubblici di corpi martoriati dalle torture, fosse clandestine con decine di cadaveri sconosciuti, teste mozze presentate come messaggio di terrore e intimidazione. In qualche caso le vittime sono poliziotti che non hanno accettato di entrare a far parte delle bande criminali o che sono passati da una all’altra.  

Questa è la scenografia e sceneggiatura che il Messico offre oggi al resto del mondo: orrore criminale, inefficacia istituzionale e frammentazione di una società che non riesce a trovare una risposta per liberarsi da un delirio in cui ogni nefandezza è l’annuncio di una (incredibilmente) peggiore che non è ancora venuta alla luce. Se le istituzioni si muovono tra complicità e inettitudine, dall’altra parte c’è una società paralizzata dalla paura, con scarse tradizioni recenti di protesta autonoma e che da decenni è stata penetrata e disgregata da sindacati e varie organizzazioni di un regime che promette qualche favore (dalla licenza per un taxi all’impunità per l’arricchimento indebito di leader sindacali o politici) in cambio della connivenza e del voto di fedeli e affiliati. Una società con serie difficoltà a credere a sé stessa mentre è aggredita da una delinquenza impunita. E in alcuni casi succede il peggio: settori popolari che si schierano dalla parte dei criminali perché ottengono qualche briciola di occupazione o di sostegno illegale dalle bande criminali, per antica sfiducia nelle istituzioni o perché finiscono per credere che i delinquenti sono una nuova versione di banditismo sociale, tra Robin Hood, il Pancho Villa delle origini e Salvatore Giuliano, per intenderci. Il panorama difficilmente potrebbe essere più avvilente: istituzioni corrotte e una società impotente, impaurita e confusa. 

In Messico è in atto uno scontro decisivo per il futuro. Da una parte c’è una criminalità che, cresciuta attorno al narcotraffico (come connessione tra produttori colombiani di cocaina e consumatori statunitensi), si è estesa al sequestro, al furto di benzina dagli oleodotti (con la complicità di membri sindacalizzati dell’industria petrolifera statale), al commercio in nero, alla vendita di protezione ad affari e imprese. Dall’altra, uno Stato reso inoperante da decenni di simulazioni e da un clientelismo che ha imbrigliato la capacità sociale di protesta. E nel momento in cui il paese sperimenta la sua peggiore emergenza si ritrova con una classe politica tra le peggiori dell’America latina, istituzioni con un bassissimo senso dello Stato e una società che non crede (e non può credere) nelle proprie istituzioni.     

Alcuni giornalisti di questo paese si chiedono se possa sopravvivere la democrazia in un ambiente di omicidi sistematici di giornalisti. La domanda è formulata in senso retorico. Ma, lontano dalla risposta consolatoria, non si può rispondere che con un sì, è possibile. Bisognerà solo accettare la progressivamente minore qualità di una democrazia autocensurata e timorosa di sé stessa. Ciò che non è molto diverso dal tipo di democrazia in cui il Messico è vissuto per generazioni. Una democrazia in cui il paese si specchia senza potersi riconoscere. Una simulazione istituzionale e un miraggio sociale. Da parte sua il principale esponente della sinistra populista messicana (e, al presente, probabile futuro presidente del Messico) si chiedeva qualche giorno fa, dopo l’omicidio di un importante giornalista dello Stato di Sinaloa (Javier Valdez), quando finirà questa “irrazionalità”. Il moralismo come abbellimento dell’impotenza. Né la delinquenza organizzata né la corruzione istituzionale sono “irrazionali”. Sono piuttosto forme coerenti di una società disgregata e di istituzioni senza controllo sociale. Denunciare la pretesa irrazionalità della violenza criminale è un espediente da benpensante timorato che mette in luce l’indigenza di pensiero della sinistra populista messicana. L’orribile violenza dei cartelli della droga è strumentalmente adeguata a conquistare e difendere spazi di mercato. Il terrore praticato verso i rivali, la società e i pezzi di Stato che nonostante tutto cercano di fare il loro dovere è un modo razionale per acquisire impunità e avvelenare d’illegalità tutto il tessuto sociale.

Questo paese è entrato da tempo in una spirale in cui criminalità organizzata e miseranda qualità delle istituzioni sono fenomeni che si alimentano reciprocamente. E l’unica forma per uscirne consiste nel prendere coscienza del bisogno di una profonda riforma dello Stato che punti sulla meritocrazia e sul controllo democratico delle istituzioni. Ciò che richiede sia una riforma costituzionale che un ampio accordo politico tra i principali partiti messicani. Ma non sarà facile e, visto il quadro da questo presente coriaceo, sembra quasi impossibile. Tra un anno si terranno le elezioni presidenziali e se le cose dovessero andare come adesso sembra probabile il Messico passerà da un antico populismo presidenziale e corporativo a un nuovo populismo… presidenziale e corporativo ma, questa volta, senza il Pri. Senza il Pri come partito ma continuando con lo stesso stile, lo stesso orizzonte culturale (il nazionalismo rivoluzionario) e la stessa forma di fare politica tra clientele e organizzazioni sociali corporativizzate. Da queste parti, e non è un paradosso, si fanno anche le rivoluzioni per restare uguali a sé stessi.

In Messico la forza della criminalità organizzata proviene dalla debolezza organica e dalla scarsa credibilità sociale  dello Stato, ma, in circolo vizioso, la criminalità acuisce questa stessa debolezza. Nelle condizioni attuali la lotta contro la criminalità organizzata in Messico è destinata alla sconfitta per due ragioni. La prima è che un contrasto a fondo implicherebbe mettere allo scoperto il quieto vivere e le inerzie corruttive di un regime istituzionale nato alla fine degli anni Venti del secolo scorso. Troppa apatia, troppi inganni e auto-inganni patriottici accumulati sulle strutture dello Stato e sui comportamenti collettivi. La seconda è che se per miracolo la volontà politica venisse fuori, le buone intenzioni non sarebbero sufficienti di fronte al disfacimento burocratico sedimentato. Non si tratta solo di politiche avvedute, bisogna poter contare su una struttura di polizia, magistratura, politici e amministratori locali reponsabili e competenti. Nessuna delle due condizioni è oggi disponibile in Messico né dal lato politico né da quello delle strutture dello Stato.  

Forse tra i lettori di queste note c’è qualcuno che anche solo come turista ha conosciuto questo paese. Se è così, non gli sarà sfuggita la grande bellezza di una terra in cui non è più possibile viaggiare come si poteva fare ancora qualche decennio fa. Abbiamo perso una parte fondamentale della nostra libertà e quasi non ce ne siamo accorti. E quando ce ne siamo accorti era troppo tardi. Il nostro immaginario turista non avrà potuto evitare di cogliere la cordialità dei messicani. Tutto questo è oggi compromesso radicalmente e non è possibile sapere per quanto tempo. Amara terra… 

 

 

 

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