Le difficoltà della pace in Colombia

di Lucia Capuzzi

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La pace di inchiostro è stata scritta, riscritta, firmata non una, ma due volte. Non poteva andare diversamente nella culla del realismo magico e di Cent’anni di solitudine.

La prima, in un tripudio di entusiasmo, il 26 settembre di un anno fa, nella magnifica Cartagena de Indias, alla presenza di decine di leader internazionali. La seconda, a poco meno di due mesi di distanza, il 24 novembre, quasi in sordina, nella più austera Bogotà. Nel mezzo, la “batosta” della mancata ratifica popolare quando, al referendum del 2 ottobre, il “no” all’accordo si è imposto per una manciata di 50mila voti. Ci è voluta la ferma determinazione della comunità mondiale – espressa con il Nobel per la pace al presidente e figura chiave delle trattative con la guerriglia – perché il patto tra le Fuerzas armadas revolucionarias de colombia (Farc) e il governo potesse passare, dopo quasi quattro anni di negoziati all’Avana. E diventare operativo lo scorso primo dicembre.

Anche le stirpi condannate a cent’anni di solitudine – si potrebbe dire, parafrasando García Márquez – hanno diritto, ora, a una seconda opportunità sulla terra. Il conflitto – in corso da oltre sessant’anni – non è più una “calamità” naturale con cui fare i conti, come il diluvio su Macondo o l’invasione delle formiche a casa Buendía, per restare nella metafora del famoso romanzo. Per la prima volta dopo decenni, la nazione si trova di fronte una possibilità di pace. Coglierla, però, non è né facile né scontato. Lo abbiamo visto in questi primi dieci mesi di dopoguerra. Ci sono i “problemi tecnici” di implementazione. I circa 7mila guerriglieri delle Farc sono usciti dalla giungla a gennaio per concentrarsi in ventisei aree ad hoc – le zonas veredales – in vista del disarmo e della reintegrazione.

L’attesa, però, s’è prolungata più a lungo del previsto per ritardi nella costruzione delle infrastrutture-base nelle zonas veredales e per le polemiche sul varo delle leggi speciali di transizione e sulla concessione delle amnistie. In base al patto sottoscritto, i “delitti politici” dei miliziani vengono cancellati. Coloro che sono in cella per tali ragioni, devono essere rilasciati. Solo quanti si sono macchiati di crimini contro l’umanità verranno giudicati da tribunali ad hoc. Se ammetteranno le proprie colpe, collaboreranno alla ricostruzione della verità storica e chiederanno perdono alle vittime, accederanno a un sistema di pene alternative alla detenzione. In caso contrario, saranno sottoposti alla giustizia ordinaria. Le scarcerazioni dei guerriglieri si sono rivelate più farraginose del previsto, anche per una sorta di diffidenza dei giudici colombiani. Nei penitenziari, sono rimasti ancora in centinaia. Tanto che, a luglio, per attirare l’attenzione sul problema, questi hanno organizzato uno sciopero della fame.

Ci sono, poi, i nodi “politici”. Il 27 giugno, le Farc hanno lasciato finalmente le armi. Pistole, kalashnikov e munizioni – oltre 8mila “pezzi” – chiusi in enormi contenitori bianchi, sono stati portati via dai rappresentanti delle Nazioni unite. Da agosto, gli “abitanti” delle zonas veredales – ormai trasformate in veri e propri pueblos (villaggi) – hanno recuperato piena libertà di movimento. Il primo settembre, la più forte organizzazione armata d’Occidente s’è trasformata in partito. Il nuovo fronte di lotta sono ora le urne. Un terreno non meno scivoloso della foresta. La guerriglia ha strappato all’Avana la garanzia di una “quota fissa” di dieci rappresentanti per le prossime due legislature. Se vorrà davvero incidere dovrà recuperare credibilità agli occhi dell’opinione pubblica, all’83% ostile alla formazione, responsabile di migliaia di sequestri e innumerevoli attentati. La prova del fuoco sarà già l’anno prossimo, con le presidenziali di maggio. L’ex-guerriglia non presenterà un proprio candidato: appoggerà chiunque dichiari di “voler blindare” la pace. Per gli altri partiti, però, “allearsi” con le Farc risulta imbarazzante: il rischio di perdere voti è alto. Più probabile che eventuali accordi vengano rimandati a urne chiuse, quando il pacchetto di dieci poltrone può diventare interessante per l’esecutivo in carica. Sempre che il prossimo presidente intenda proseguire sulla strada tracciata.

E qui veniamo alle questioni più preoccupanti, quelle legate all’elevatissima polarizzazione colombiana. Una parte della società – mobilitata dalla destra, rappresentata dall’ex-leader Álvaro Uribe – guarda con diffidenza al “nuovo corso” e considera la pace una resa. Particolarmente dura da digerire per tale settore è la partecipazione politica delle Farc. Invano gli esperti internazionali hanno spiegato che si trattava dell’unica alternativa: proprio l’esclusione dalla rappresentanza di una fetta di Colombia – con “l’alternanza blindata” tra liberali e conservatori – è stata all’origine del conflitto. Nonché garanzia del suo perpetuarsi. Negli anni Ottanta, c’è stato un tentativo di smobilitazione della guerriglia e la sua trasformazione in partito, l’Unión patriótica. Nel giro di pochi anni, però, 3-4mila esponenti della formazione sono stati sterminati dai gruppi paramilitari, in combutta con esercito e signori della droga. Nel frattempo, le Farc sono tornate nella giungla e la guerra è ripresa come e più di prima. Eppure, una quota non marginale dell’opinione pubblica non ha ancora messo a fuoco il necessario passaggio, per la società colombiana, dalle armi alla politica. Per essa, far accedere al Parlamento gli ex guerriglieri è un “cedimento inaccettabile”.

Ancora più preoccupante della loro intransigenza, forse, però, è la sfiducia serpeggiante in quanti, sul versante opposto, negli ultimi decenni si sono battuti per la pace. Avrebbero voluto di più dall’accordo, in termini di riforma agraria, restituzione delle terre ai sette milioni di sfollati interni, assistenza per le vittime, circa otto milioni di persone. Essi vedono, inoltre, con sgomento, aleggiare sulla pace il fantasma dell’Unión patriótica: solo tra il 14 aprile e il 17 agosto, sono stati uccisi 12 miliziani in via di reintegrazione e undici familiari di ex-combattenti. Nuovi gruppi armati approfittano del “vuoto” lasciato dalla guerriglia – e della cronica assenza dello Stato – per conquistare posizioni nonché il principale carburante del conflitto pluridecennale: le piantagioni di coca. Si tratta di bande nate dal processo di smobilitazione delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), formazione paramilitare di estrema destra, creata con il sostegno dei latifondisti in funzione anti-Farc e ufficialmente terminata nel 2005. Meno ideologizzate e più criminali, queste avanzano sul territorio terrorizzando i civili. In particolare, quelli maggiormente impegnati nell’attività sociale. Quest’anno sono stati già massacrati 51 tra difensori dei diritti umani, sindacalisti, leader contadini. La storica “frammentazione” colombiana – spezzata in una miriade di isole sperdute nell’accidentata geografia – favorisce questa sorta di feudalesimo criminale. Mentre il governo tarda ad arrivare, portando non solo sicurezza, bensì sviluppo, istruzione, infrastrutture.

Enormi problemi sono, dunque, aperti. Del resto non poteva essere altrimenti data la complessità del conflitto colombiano. Una guerra a cavallo di due ere, tra la Guerra fredda – e il sorgere di guerriglie pseudomarxiste in America latina – e la globalizzazione, con l’espansione del narcotraffico come forma di finanziamento dei gruppi armati. La pace di inchiostro, tuttavia, raggiunta all’Avana, ha aperto uno spiraglio. Ha avviato un processo, direbbe Papa Francesco che alla Colombia guarda con particolare attenzione. Come dimostra la scelta di sorvolare l’oceano per portare il proprio sostegno alla svolta in atto. Per accompagnare la nazione nel primo, decisivo passo nel lungo percorso che l’attende. Un cammino di conversione – sociale, culturale, politico – dalla violenza alla parola, il cui esito è tutt’altro che precostituito. Spezzata la profezia dei cent’anni di solitudine, la Colombia può scegliere dove incamminarsi. Verso quale meta dirigersi. Il suo viaggio può diventare una metafora di speranza per l’America latina e per il mondo.

 

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