Le buche sulle strade e i buchi nel welfare

di Gianfranco Bettin

illustrazione di Frank Ash

Tra le buche sulle strade che, negli ultimi anni, si sono create numerose nelle nostre città e i buchi che si sono aperti nella rete sociale e istituzionale che dovrebbe tutelare le persone e i gruppi più fragili c’è un nesso diretto. L’origine è la stessa. E’ la guerra che lo Stato centrale, o meglio i diversi governi nazionali, complice il parlamento, hanno scatenato contro le città italiane, cioè contro i Comuni e gli altri enti locali. Malgrado i Comuni siano il cuore della democrazia italiana e, anzi, da secoli, anche qualcosa di più: il cuore delle nostre comunità, l’incarnazione di quella dimensione civica capillare, che in tutta la penisola ha preceduto di molto l’unità nazionale e, dopo il suo avvento, l’ha sostanziata nei territori, le ha dato un senso, uno spirito e soprattutto delle radici. Oltre che garantire i servizi necessari e le agorà in cui ritrovarsi e decidere insieme. Il welfare municipale, che si sviluppa soprattutto a partire dagli anni Settanta del ‘900 in articolata coordinazione con lo sviluppo del nuovo Sistema sanitario nazionale (1978) e di altre innovative politiche sociali e sanitarie, è uno dei frutti migliori di quella dimensione civica diffusa che ha dato concretezza all’idea di cittadinanza.

L’esperienza degli operatori sociali (e socio-sanitari) e degli educatori non a caso si sviluppa soprattutto, e in forme nuove, a partire dagli stessi anni. Il ciclo di lotte di poco precedente aveva evidenziato le contraddizioni del modello economico e sociale prodotto dalla ricostruzione nel dopoguerra e poi dal “boom” dei primi Sessanta. Le conquiste salariali e normative del movimento sindacale e delle nuove soggettività operaie, le stesse rivendicazioni libertarie e culturali e più radicalmente politiche degli studenti e dei giovani, l’insorgenza del movimento delle donne, sia nelle forme apicali e deflagranti sia nella continuità di quella “rivoluzione silenziosa” che ha cambiato più lentamente ma più profondamente abitudini, stili di vita, rapporti di potere nella microfisica del quotidiano, si erano tradotte nella richiesta di mutamenti importanti negli stessi ambiti istituzionali e dei servizi erogati. In primis, appunto, i servizi alle persone.

Quando ciò avviene davvero, alla svolta dei Settanta e nei primi Ottanta, ulteriori contraddizioni erano già esplose, in particolare le tossicodipendenze e le nuove marginalità e povertà e altre inedite forme del disagio e della solitudine. E’ sul territorio che questi nodi vengono affrontati. Il nuovo sistema sanitario nazionale si organizza su scala locale e si intreccia, nella dimensione civica e nelle stesse istituzioni politiche cittadine (e regionali), con il nascente nuovo welfare municipale. E’ in questo incrocio davvero cruciale che, giovandosi di una spesa pubblica in espansione (anche se troppo spesso saccheggiata dalle consorterie di ogni genere, e dai gestori del sistema clientelare, dapprima soprattutto democristiani e poi del tutto trasversali agli schieramenti e ai partiti), prende forma la figura dell’educatore o dell’operatore sociale (o socio-culturale, da un lato, e socio-sanitario dall’altro, alludendo in quest’ultimo caso agli operatori dei servizi a domicilio o dei distretti o dei servizi sul territorio, ad esempio i Sert o i diversi tipi di Consultori).

Gli anni Novanta vedono prodursi ulteriori contraddizioni: se la dimensione della “strada” era stata fino ad allora segnata dalle dipendenze, ritorna adesso la prostituzione, e nelle sue forme più schiavizzate, si moltiplicano le tipologie dei reietti, prende avvio il fenomeno dell’immigrazione di massa dall’estero, cresce la domanda di qualità e di servizi nelle periferie (che sono ancora periferie in gran parte “italiane”, indigene).  La fine del secolo scorso e l’inizio di questo vedono invece consolidarsi e aumentare ancora l’ondata immigratoria fino all’attuale complessità e frequenza.

E’ in un tale, cangiante, ma sempre più arduo cimento, che si sviluppano i sistemi di welfare locale e nazionale nel cui ambito assume spazio la figura dell’educatore/operatore (anche quando è volontario, o espressione del cosiddetto “privato sociale”). E’ questa la rete che fronteggia, con efficacia, per oltre vent’anni le contraddizioni del paese, sia quelle generate dalle interne distorsioni e ingiustizie, sia quelle poi prodotte da ciò che si chiamerà “globalizzazione” (e dal suo modo di “prendere terra” nei diversi contesti locali oltre che in ambito nazionale). Ed è infine su questa rete, per indebolirla, lacerarla a volte svellerla, che si abbattono le conseguenze della guerra dei vari governi di Roma contro i comuni italiani, cioè contro le nostre città.

Si comincia tagliando i trasferimenti statali ai Comuni (e a Provincie e Regioni, ma ai Comuni con più accanimento e con maggiori conseguenze: le Province sono già quasi irrilevanti, in materia, e le Regioni hanno quasi piena sovranità in materia socio-sanitaria, che assorbe la stragrande maggioranza dei rispettivi bilanci). Ci sono ragioni economiche (unilateralmente interpretate) e ragioni politiche a motivare questo attacco ai Comuni. L’elezione diretta dei sindaci (introdotta con la legge 81 del 1993) aveva consolidato la credibilità dell’istituzione comunale, già ben radicata nella tradizione italiana (forse il maggior contributo italiano al pensiero politico, e soprattutto all’invenzione di istituzioni e strumenti politici). L’avvento di figure di sindaci e amministratori locali molto popolari, grazie al protagonismo nuovo che la legge consente, crea un contrappeso rilevante al potere politico centrale e ministeriale con le sue propaggini periferiche e prefettizie (e anche a quello regionale dei “governatori”). Naturalmente, non mancano neanche in sede locale degenerazioni, abusi di ruolo, eccessi (anche di spesa, certo). Quando diventa evidente che, anche a seguito della crisi economica globale e, in Italia, dell’aumento stratosferico del debito pubblico, sono maturi i tempi di una ridefinizione della spesa pubblica su basi di sobrietà, risparmio e riqualificazione, il potere politico centrale e ministeriale ne approfitta per scaricare i costi di questa radicale e dolorosa operazione soprattutto sugli enti locali. La riduzione dei trasferimenti ai Comuni è, appunto, il primo passo, costringendo le amministrazioni locali a risparmi drastici, a una riconsiderazione generale delle proprie spese. Alcune tagliano soprattutto la spesa corrente e, nel suo ambito, la spesa sociale ( a vantaggio di altri settori, magari con più appeal, come lo sport e la cultura o i contributi), altre fanno l’opposto. Diventa in ogni caso praticamente impossibile tenere tutto insieme, conservare il ventaglio ampio di interventi pubblici del ventennio (a volte trentennio) precedente.

L’altro colpo durissimo, il peggiore probabilmente, viene sferrato con la versione italiana del “patto di stabilità”. Si tratta in sostanza di un piano concordato in ambito UE per tagliare e riorganizzare la spesa pubblica. Se ne definiscono gli obiettivi in sede UE ma ogni paese europeo decide come raggiungere il proprio livello di risparmio. L’impianto del “patto di stabilità” italiano (che reca l’impronta prevalente di Tremonti, malgrado varie modifiche) vede concentrare i risparmi soprattutto in sede locale, in capo ai Comuni. Ogni Comune si vede assegnato un obiettivo: raggiunto obbligatoriamente il pareggio di bilancio tra entrate e uscite (in regime di tagli crescenti dei trasferimenti statali, come si è visto), il Comune deve anche perseguire un risparmio ulteriore, da accantonare in tesoreria, per contribuire al risparmio nazionale che appunto è l’obiettivo del “patto” siglato in sede europea. E come si raggiunge quest’obiettivo di risparmio? Ovviamente, tagliando ancora le spese. Se non ce la fai, vendendo beni pubblici, o partecipazioni a società (anche strategiche, ad esempio la gestione delle reti del gas o dell’acqua o dei rifiuti eccetera). Il taglio dei trasferimenti aveva già spinto non solo a ridurre gli “sprechi” (veri o presunti) e il “superfluo” (etichettato come tale da non si sa chi: spesso in questa categoria denigrata sono entrate proprio spese sociali e culturali, oppure forme di consulenza o di sostegno all’intervento sociale ed educativo). Ora il taglio, motivato dal “patto”, incide ancora più a fondo, oltre la carne viva, oltre l’osso. Sembra l’editing di un racconto di Raymond Carver: tagliare fino al midollo. Malgrado ciò, per moltissimi comuni è impossibile comunque rispettare il “patto”. Scattano così sanzioni draconiane: penalizzazioni ulteriori nei trasferimenti, blocco delle assunzioni, penalità negli stipendi e nelle indennità, blocco degli investimenti, ulteriore (s)vendita di beni pubblici e apertura di un circolo vizioso che vede le penalizzazioni,  gli obiettivi dell’anno in cui si è sforato il “patto” trascinarsi all’anno successivo, e così via, in una trappola micidiale che ha rappresentato per quasi un decennio uno strumento di tortura per gli amministratori, per gli enti locali e per i cittadini. Inconsapevoli, questi ultimi, della trappola. E’ infatti difficilissimo spiegarne i meccanismi (qui riassunti all’estremo) e dunque far chiarezza, mobilitare contro l’iniquità di tale politica. Le cui conseguenze sono, da un lato, il blocco della manutenzione, cioè della cura quotidiana della città e del territorio (appunto: le buche sulle strade, i marciapiedi dissestati, gli sfalci dell’erba ridotti, la pulizia approssimativa eccetera) e dall’altro la fine dell’investimento nel welfare municipale sia in qualità (obiettivi e modi del lavoro sociale ed educativo) che in quantità (numero di operatori). A ciò si aggiunga la retorica del “privato è bello”, la mistica della privatizzazione del mercato, la denigrazione sistematica del pubblico, che considera superfluo consolidare e ricostruire le reti sociali e una versione della “sussidiarietà” che, rovesciandone i presupposti e i valori storici, la considera il sostituto dell’intervento pubblico e non il suo complemento o il suo agire al livello più orizzontale possibile, e si avrà il quadro infernale in cui gli operatori sociali e gli educatori hanno vissuto e lavorato negli ultimi anni nel nostro paese, a fronte di un riesplodere drammatico della questione sociale, dovuto all’esplodere e perdurare di una delle crisi economiche più gravi da un secolo.

Sono queste ragioni politiche, queste scelte politiche centrali (mutate di poco, e solo da pochissimo, anche con il superamento del “patto”, ma senza che si torni a investire sugli enti locali), spesso però avallate da governatori regionali e sindaci e classi politiche locali ossequienti ai loro leader nazionali (o timorosi di interpretare più radicalmente bisogni e istanze dei territori e dei cittadini: si vedano le troppo lievi proteste esalate dall’Anci nel periodo considerato), ad aver compromesso e fortemente indebolito pratiche professionali e contenuti tecnici, ma anche il senso “politico”, del lavoro sociale ed educativo. Oltre ad aver minato credibilità e operatività e risorse della cellula fondamentale della democrazia italiana, come ha segnalato in uno studio di qualche anno fa Ilvo Diamanti (proprio sulle conseguenze nel rapporto tra cittadini e amministrazioni locali di tali politiche centrali).

Su tutto, poi, si stende il velo della mistificazione, dell’inganno. Tutti vedono le conseguenze di queste politiche, sulle strade, nella rete del welfare. Pochissimi ne comprendono le ragioni, difficili da spiegare tecnicamente, spiegazioni e critiche a cui peraltro si dedicano in pochi, per opportunismo o per ignoranza.  Ma è da qui che bisogna partire, per ricucire strappi e buchi, per tornare a immaginare politiche nuove, nuovi percorsi del lavoro sociale ed educativo, sempre più intrecciati, sempre più necessari.

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