La “nuova” classe operaia cinese. Incontro con Pun Ngai

di Diego Gullotta e Lin Lili 

illustrazione di JooHee Yoon

Abbiamo incontrato Pun Ngai a Hong Kong, dove vive e insegna (HKU). Nota a livello internazionale per le sue ricerche e il suo impegno sulla nuova classe operaia cinese, in Italia è stata presentata grazie ad Angela Pascucci su Il Manifesto, da Gambino e Sacchetto ( si vedano i testi di riferimento in fondo).

Nel 2016 per la Polity Press è uscito il volume Migrant Labor in Post-Socialist China, qui Pun Ngai ha condensato due decenni di studi, i temi dei sette capitoli hanno fornito lo spunto per una lunga conversazione sull’accademia, il neoliberismo cinese, la formazione e la condizione della nuova classe operaia cinese, la composizione sociale cinese attuale, il passaggio dal made in China al created in China riportati in estrema sintesi di seguito. Alla base delle analisi di Pun Ngai non c’è l’accademia con l’astratta autoreferenzialità imperante, né una vaga missione dell’intellettuale che pensa di avere sulle spalle la responsabilità delle sorti della Cina intera ma che, per restrizioni e/o per comodo, resta confinato nei recinti della conoscenza.

Lo spazio che l’università offre per contribuire a una reale trasformazione della società è ormai minimo o assente, grazie al modello aziendale che domina la produzione del sapere, a cui bisogna poi aggiungere la particolare condizione di controllo e auto-censura nel caso della Cina continentale. La prospettiva, o meglio il posizionamento di Pun Ngai è intimamente legato alla nuova classe operaia formatasi nell’ “economia socialista di mercato” degli ultimi trent’anni, da una parte la ricercatrice ha fin da subito svelato come la nuova divisione internazionale del lavoro abbia spostato, e non dematerializzato, la classe operaia nei nuovi spazi aperti sulle macerie del socialismo con la creazione della cosiddetta fabbrica del mondo nel Guangdong e nelle zone costiere della Cina, dall’altra si è spesa e si spende come attivista per i diritti degli operai (per esempio con l’organizzazione Students and Scholars against Corporate Misbehaviour, fondata nel 2005) e per rafforzare la capacità di trasformazione sociale che questa classe, secondo lei, esprime con sempre maggiore coscienza.

In questo senso, le analisi di Pun Ngai partono e tornano in relazione agli interessi degli operai, esse sono inserite dentro un discorso strategico e organizzativo e non separate dall’azione politica quotidiana. Quando gli argomenti si fanno astratti, già nell’uso del linguaggio, immediatamente li riporta al livello della vita materiale e quotidiana degli operai e dei subalterni, pur rischiando consapevolmente una eccessiva semplificazione. Proprio il termine gramsciano “subalterni”, valorizzato dalla critica postcoloniale (diceng in cinese) fornisce un esempio utile, possiamo utilizzarlo nella discussione teorica, dice Pun Ngai, ma nel lavoro concreto di organizzazione delle lotte operaie nella sfera della produzione e della riproduzione sociale, non ha alcuna presa.

Allo stesso modo, il rifiuto delle elaborazioni che qui per brevità racchiudiamo col termine postmoderne, non deriva solo dal rifiuto del portato ideologico di questa corrente che ha imperato a lungo a sostegno della smaterializzazione del lavoro e della classe, ma dal fatto che la maggior parte di questi concetti sono inutili sul terreno pratico. Se nelle attività di organizzazione operaie ha un valore strategico l’uso, poniamo, di strumenti concettuali foucaultiani (come in diversi momenti dei suoi studi Pun Ngai ha fatto) allora ben vengano. Ma al momento la questione pressante per l’attivista è aumentare le forze della ricerca sul campo e dell’organizzazione, a partire dal lavoro delle diverse ONG che si occupano della difesa dei diritti degli operai, la partecipazione alla vita degli operai oltre lo spazio della fabbrica e oltre il Guangdong, le campagne internazionali contro lo sfruttamento del lavoro, fino alla ricerca partecipata in settori ancora poco battuti come la logistica e, insieme e oltre il mondo dei nuovi operai, il settore dei servizi.

Alla domanda su quando ha iniziato a concentrarsi sulla nuova classe operaia, Pun Ngai premette la sua esperienza dell’89, ci dice infatti che, trasferitasi giovanissima con la famiglia a Hong Kong, durante gli studi universitari come membro del gruppo studentesco di Hong Kong China Study Society (Guoshi Xuehui) è in piazza Tian’anmen  a seguire quotidianamente il movimento degli studenti fino a qualche giorno prima del massacro. Per parecchi anni non si è espressa sull’89, ma in base alla sua esperienza diretta quel movimento ha rappresentato il culmine del fermento degli anni Ottanta, centrato sugli ideali di emancipazione degli studenti, la democratizzazione e la riforma del partito su tutti, e non dagli interessi specifici dei lavoratori, che pure, in misura marginale, provarono ad “abbracciare” quella piazza. Subito dopo, già nel 1990 Pun Ngai ha modo di entrare nelle fabbriche del Guangdong.

Inizia così lo studio e l’impegno nelle fabbriche, la cui prima fase è caratterizzata dalla prospettiva di genere, come si legge nel primo volume Made in China: Women Factory Workers in a Global Workplace (2005), scritto dopo un dottorato presso la SOAS. E’ la prima generazione di nongmingong (operai provenienti dalla campagna) che viene affrontata, manodopera femminile a basso costo, giovane, più “servizievole” di quella maschile che invece subentrerà con le prime ondate di carenza di manodopera. In che contesto si forma questa classe, ormai arrivata alla seconda generazione e passata da 50-70 milioni di metà anni ‘90 a oltre 280 milioni di oggi. Pun Ngai utilizza il quadro del neoliberismo per spiegare le trasformazioni della Cina delle Riforme e Aperture, in sintonia con i lavori di Wang Hui (si veda, fra gli altri, The End of the Revolution: China and the Limits of Modernity, Verso, 2010) e più in generale di D. Harvey. Come risposta alle politiche keynesiane, il neoliberismo, divenuto egemone in Occidente, ha perseguito la strada delle liberalizzazioni, delle privatizzazioni, dell’integrazione globale all’insegna del libero mercato, divinità che si auto-regola e basata sulla fede nel laissez-faire.

Eppure, nonostante l’intervento statale e sopratutto le economie pianificate siano viste come il male assoluto, in Cina il neoliberismo svela, paradossalmente e ironicamente, il suo funzionamento globale, scrive Pun Ngai nel suo ultimo volume: “Il neoliberismo si oppone all’intervento statale eppure paradossalmente la diffusione della sua dottrina si è avvalsa proprio della forza dello Stato. Nello stesso momento in cui si il capitalismo globale si converte completamente al neoliberismo, la Cina compie la storica decisione di percorrere la strada delle Riforme e Aperture spalancando le porte al capitale globale; per questo le riforme in Cina sono state, ironicamente, un processo di volontario abbraccio del capitalismo che ha rimesso in discussione gli obbiettivi della rivoluzione socialista.”

E’ lo Stato che ha avviato il neoliberismo in Cina, a partire dal “movimento della liberazione del pensiero” (sixiang jiefang yundong) e dello “stare al passo col mondo” (yu shijie jiegui) degli anni Ottanta. E’ un processo che va dall’alto verso il basso, anche quando utilizza sperimentazioni locali come base delle politiche sistemiche nazionali, come nel caso delle riforme radicali della decollettivizzazione delle campagne o della decentralizzazione amministrativa che ha portato all’egemonia del mondo urbano. Con l’avvio delle riforme, si smantella il sistema socialista sulla scia del più ampio dibattimento della modernità cinese che si confronta con il capitalismo occidentale fin dalla tarda epoca Qing (seconda metà dell’XIX sec.), la modernizzazione di questo ennesimo “nuovo periodo” vede la fine della collettivizzazione delle campagne con l’introduzione della responsabilità familiare, si liberano le forze del mercato iniziando dall’agricoltura, ma le contraddizioni non tardano a venire. L’innalzamento del livello di vita dei contadini è limitato dalla dimensione familiare del mercato, dall’impossibilità di investimenti e innovazione, dai prezzi bassissimi di alcune importazioni agricole che annientano la competizione locale.

La liberazione delle forze produttive produce una libertà paradossale, la forza lavoro in eccesso, dopo che le aziende agricole di villaggio (xiangzhen qiye) create affinché i contadini “lascino la terra ma non la campagna” perdono via via il sostegno delle politiche statali, è sì libera, ma solo per vendersi nell’emergente mercato della produzione manifatturiera dei grandi conglomerati industriali della costa.

Il momento di svolta decisiva del corso neoliberale cinese è nel ’92, da qui in poi la ristrutturazione delle aziende di stato (con 100 milioni di operai che perdono il lavoro e la definitiva estinzione della classe operaia tradizonale), la privatizzazione dell’abitare, della sanità, dell’istruzione porteranno al dominio dell’economia su tutto. Concorda Pun Ngai sulla necessità di distinguere dei periodi nel neoliberismo cinese, gli anni Ottanta da considerarsi come una fase di transizione, dove si trovano certo le premesse del corso successivo ma dove c’è dibattito fra differenti proposte e modelli (una via “statunitense”, una che guarda a Singapore, una via che guarda all’Europa dell’est,), dove le sperimentazioni delle Zone Economiche Speciali (Shenzhen in testa) non sono interamente paragonabili alla costruzione di quella che segnerà l’egemonia urbana dei decenni successivi, vale a dire la costruzione dall’alto della zona speciale di Pudong-Shanghai.

Il periodo successivo, dal ’92 al 2006 circa, quello del “miracolo” o “ascesa” della Cina che pone l’aumento vorticoso del PIL come unica e assoluta ragione, provoca contraddizioni sociali senza precedenti: la campagna ristagna, svuotata materialmente e culturalmente, mentre si ristrutturano le città “globalizing” cinesi a ritmo di distruzione creativa, Shanghai su tutte, che egemonizzano l’immaginario dello sviluppo cinese e impongono nuovi valori culturali e sociali legati al discorso o ideologia dominante della classe media. E’ un discorso che si afferma negli studi sociali e nelle politiche governative, le classi medie urbane sono un discorso prescrittivo utile a soddisfare i consumi, casa e istruzione per primi, utile a mitigare la distanza abissale fra la classe dominante e quelle subalterne (rispettivamente 3% e 85% della popolazione).

La realtà effettiva delle classi medie (12% della popolazione) è meno importante del suo ruolo culturale dominante, come hanno messo in luce gli studi culturali cinesi negli ultimi vent’anni. Dalla fine degli anni Novanta l’analisi della stratificazione sociale ha “armonizzato” la classe e la sua crescente conflittualità, il concetto di classe era stato congelato nel decennio precedente sull’onda della negazione radicale del disastro della Rivoluzione Culturale e infine divenne oggetto di una vera e propria rimozione. In questo contesto, l’analisi di classe di Pun Ngai ha diversi punti di forza: intanto scioglie l’imbarazzo di uno Stato che ancora nella costituzione si appella a parole alla classe operaia ma nella pratica rappresenta gli interessi della classe dominante neoliberista, fa emergere la classe dal conflitto col capitale globale e con lo Stato sul terreno delle condizioni di vita materiali esaltando la soggettività operaia e la sua formazione di coscienza di classe per se a partire dalla micropolitica quotidiana.

La classe di Pun Ngai non ha relazione con quella “tradizionale” del passato maoista, essa infatti venne formata dall’alto in brevissimo tempo come realtà politica e nel volgere di pochi anni venne essenzializzata, in modo da depotenziarne ogni capacità conflittuale dal basso. La nuova classe operaia cinese ha pagato il prezzo della crescita economica, la sua natura è paradossale: essa viene negata fin dal momento in cui nasce ed è bloccata nel suo sviluppo, il suo processo di proletarizzazione è reso indefinito e ambiguo. Le riforme infatti hanno riconfigurato gli strumenti pesanti e verticistici del socialismo in dispositivi biopolitici più malleabili per gli interessi del capitale e del controllo governativo: il sistema dello hukou (che registra la persona in contadino o cittadino) viene allentato progressivamente per spostare la forza lavoro dalle campagne alle industrie della costa, ma continua a essere utilizzato per vietare una piena cittadinanza urbana ai nongmingong.

Il costo della riproduzione sociale è affidato alla campagna, mentre la città succhia la forza-lavoro “libera” della produzione. La recente abolizione dello hukou ha trovato un sostituto ugualmente discriminatorio, si acquisisce la cittadinanza nelle metropoli più ambite (dove c’è lavoro meglio retribuito e migliori servizi) a punti. La nuova classe operaia si trova dunque nel dibattimento della cittadinanza, non può restare nella città che contribuisce a costruire materialmente, non torna in una campagna ormai svuotata. Se la prima generazione di nongmingong aveva comunque l’obiettivo del “ritorno al paese natale” dopo aver sacrificato le proprie forze allo sviluppo urbano e industriale, la seconda è già nata nel limbo, la sua cultura e aspirazione è urbana, non ha relazioni sostanziali con la campagna e con l’agricoltura.

Queste molteplici frontiere interne sono uno dei tratti salienti della nuova classe operaia che Pun Ngai ha studiato per anni nel settore dell’edilizia e della manifattura. L’edilizia si è imposta come quarto pilastro della crescita dai primi anni duemila, in questo settore che conta circa 40 milioni di nongmingong, la violenza dello Stato e del capitale è la più immediata, come hanno rilevato Pun Ngai, Lu Huilin e altri nella ricerca iniziata alle soglie delle Olimpiadi di Pechino e terminata nel 2014 con circa 3000 edili intervistati (si veda per esempio L’ideologia urbana e i costruttori di città). L’aura globale di Pechino ha le proprie fondamenta nel sistema dei subappalti, grazie al quale capitale e gestione sono scollegati dall’industria e dal lavoro, e in una catena invisibile che soggioga e devasta la società rurale perché è qui che inizia la mercificazione del lavoro, in relazioni sociali non industriali.

La storia di vita “Vecchio Suzhou” tradotta di seguito contribuisce a comprendere la condizione degli edili. Allo stesso modo, la breve intervista a una giovane operaia fatta dalla ricercatrice Lü Tu a Chongqing rimanda ai più noti lavori di Pun Ngai che, in una ricerca e campagna collettiva pluriennale e internazionale (si veda Nella fabbrica globale), ha utilizzato il caso della Foxconn a esempio di come capitale globale e stato riformista abbiano prodotto un soggetto operaio che alla seconda generazione risulta sempre meno servizievole. E’ un soggetto che ai sogni e alle aspettative della prima generazione ha sostituito la rabbia, è incline all’azione collettiva e allo stesso tempo ha un orizzonte interamente urbano, cosmopolita, consuma e aspira a un proprio sviluppo individuale libero, è spontaneo nell’azione e nell’organizzazione delle proteste, non ha lealtà verso il posto di lavoro, ha un livello di istruzione decisamente più alto (scuole superiori) rispetto ai propri genitori ma è allo stesso tempo “spiritualmente” disorientato data l’impossibilità di divenire proletario (o meglio, cittadino) a tutti gli effetti.

E’  sulle azioni quotidiane di questo soggetto e sulle politiche spaziali della Cina contemporanea, che mantengono scollegata urbanizzazione e industrializzazione, che emerge la condizione operaia attuale. Cittadinanza di secondo livello, separazione fra produzione e riproduzione sociale, accumulazione flessibile “post-fordista” giustapposta alla “tradizionale” catena di montaggio si trovano riuniti in quel particolare spazio che è il dormitorio operaio. Il regime dei dormitori, inizialmente previsto come temporaneo, è divenuto un dato strutturale, esso ha evitato la formazione di grandi slum urbani, garantisce alla produzione capitale umano disponibile just-in-time, garantisce al governo il controllo sociale.

Durante la conversazione, abbiamo fatto diversi esempi specifici, dal distretto di Xiyong di Chongqing agli spazi grigi informali di Jingdezhen fino al nuovo “upgrade” produttivo e spaziale che coinvolge Shenzhen e Dongguan, due dei principali nodi urbani della “fabbrica del mondo” del Guangdong. Il passaggio dal made in China al created in China è l’obiettivo che il governo ha sbandierato con il documento Made in China 2025. Come nel caso del piano di nuova urbanizzazione del 2014, le acute analisi critiche e le “buone” intenzioni di queste politiche sono, al meglio, propositi ambigui. Il piano di nuova urbanizzazione (sul mondo urbano cinese si veda il recente Città senza limiti curato da Wang Xiaoming) ha infatti come sua ragione il rilancio degli investimenti delle eccedenze di capitale nelle costruzioni e nel tentativo di aumentare i consumi (qui, e solo qui, una parte della nuova classe operaia, 100 milioni, viene chiamata a ingrossare le fila dei “nuovi cittadini”), il “Made in China 2025” propone la nuova parola-chiave, l’innovazione, come panacea di tutti i mali, essa assorbe la retorica dell’auto-imprenditorialità che ha dominato fin dalle ristrutturazioni delle imprese di stato e chiama il popolo alla creatività (le solite ironie: passeggiando in mezzo alle semi-gentrificate zone creative e culturali di Shenzhen, la connessione internet si ferma alla frontiera con Hong Kong.

Di necessità si fa virtù, si creano allora prodotti globali innovativi a basso valore aggiunto). Dal punto di vista della classe, ci dice perentoriamente Pun Ngai, l’innovazione è una risposta alle lotte della nuova classe operaia dell’ultimo decennio, basti pensare al proposito della Foxconn che, dopo aver “delocalizzato” le proprie fabbriche verso la Cina interna, con un costo del lavoro più basso e con una massa di forza-lavoro fornita direttamente dai solerti governi locali, ha proposto la sostituzione della manodopera con un milione di robot. In assenza di sindacati autonomi, che non facciano l’interesse padronale e governativo, le azioni di protesta e sciopero proseguono, a volte in modo carsico a volte in modo plateale. Pun Ngai è sicura che questa classe sia il motore della trasformazione sociale, a essa si affiancano gli xueshu mingong, vale a dire giovani iper-istruiti e specializzati (xueshu) ma che stentano a sopravvivere e affermarsi nel mondo urbano. Riedizione di operai e studenti uniti nella lotta 4.0?

Il rischio della semplificazione è forte, come anche una utilizzazione delle risorse del socialismo maoista che poggiano su una visione storica parziale e strumentale. E’ certo però che l’esaurimento della spinta neoliberale ha lasciato il passo solo a tentativi di riforma tesi a non esasperare ulteriormente le contraddizioni durante il governo Hu-Wen, e una risposta accentratrice e conservatrice dell’attuale Xi-Li. La prospettiva di classe di Pun Ngai contribuisce alla formazione di una risposta alla sfida portata dalle nuove e sempre peggiori configurazioni nazionali, asiatiche e mondiali.

 

Testi di riferimento:

Pun Ngai, Made in China: Women Factory Workers in a Global Workplace, Duke Univ. Press, 2005

Pun Ngai, a cura di F. Gambino, D. Sacchetto, Cina, la società armoniosa. Sfruttamento e resistenza degli operai migranti, Jaka Book, 2012

Pun Ngai, Mark Selden, Jenny Chan, Morire per un iPhone. La Apple, la Foxconn e la lotta degli operai cinesi, Jaka Book, 2015

  1. Gambino, D. Sacchetto, a cura di, Nella fabbrica globale. Vite al lavoro e resistenze operaie nei laboratori della Foxconn, Ombre Corte , 2015

Pun Ngai, Lu Huilin, L’ideologia urbana e i costruttori di città: gli operai edili cinesi, in Wang Xiaoming, a cura di, Città senza limiti. Studi culturali sull’urbanizzazione cinese, Cafoscarina, 2016.

Pun Ngai, Migrant Labor in Post-Socialist China, Polity Press, 2016

 

Di seguito viene riportata la traduzione della storia di vita di Gu Xiaofei “Vecchio Suzhou” dal libro “Casa e famiglia fluttuanti: storie di vita degli operai del delta del Fiume Azzurro” (Liudong de jiayuan: Changsanjiao gongren koushu shi), 2015, a cura dell’organizzazione Casa dei nuovi operai (Gongyou zhi jia) di Suzhou, e un’ intervista a un’operaia della Foxconn di Chongqing dal libro di Lü Tu, Nuovi operai cinesi: cultura e destino (Zhongguo xin gongren: wenhua yu mingyun), 2014.

 

 

 

Vecchio Suzhou

Arrivato a Suzhou da giovanissimo

Ho 47 anni, sono arrivato a Suzhou [la seconda metropoli più grande della regione di Jiangsu dopo Nanchino, a 100 Km di distanza da Shanghai] a 17 anni. Mio nonno era un proprietario terriero, ma per questa identità familiare io non ho subito conseguenze, è mio padre che le ha subite, ha dovuto indossare il cappello a punta. Durante la Rivoluzione culturale infatti i proprietari terrieri sono stati sottoposti a critica e così ci hanno sottratto la terra pezzo a pezzo. La mia famiglia aveva assegnati sei pezzi di terra, io sono il secondo di tre fratelli. A quel tempo il segretario dell’unità aveva sei fratelli e quattro figli, voleva la nostra terra, ma la nostra terra adibita alla costruzione della casa dava sulla strada, mio padre non voleva cederla e mio nonno si oppose strenuamente. Non fu ceduta. Ma quando mio fratello decise di avere un secondo figlio perché la prima era femmina, il capo dell’unità di produzione si prese 30000 Rmb in base alla legge sul controllo delle nascite, è in questo modo che il segretario ebbe la sua vendetta.

A 17 anni ho trovato la mia compagna, mio suocero disse di andare via e di nasconderci lontano, perché altrimenti saremmo stati anche noi colpiti dal segretario appena avuto un figlio, se non avessimo pagato la multa avrebbero preso tutto quello che c’era in casa senza lasciare nulla.

Le fornaci di Suzhou

Il letto che avevo alla fornace era di bambù, a due piani, che quando si saliva sopra ballava tutto, chi stava sotto aveva sempre il patema che quello di sopra gli crollava addosso nel sonno. Non si poteva cucinare, a quel tempo le fornaci producevano mattoni di colore nero. in quei periodi non si calcolava il tempo di lavoro, si contava a pezzo e non a ora. Diecimila mattoni davano 13-14 Rmb da dividere per dieci lavoratori, il prodotto era lavorato o semi-lavorato. Quando andava molto bene si potevano prendere 5-6 Rmb al giorno, ma anche 1 Rmb oppure niente se pioveva, perché i mattoni erano fatti d’argilla. Noi lavoratori [migranti] eravamo davvero maltrattati, [a fare da guardiani] c’erano i picchiatori in fabbrica; il padrone si tratteneva parte dei soldi, era normale, lo faceva sul totale dei mattoni prodotti. Per esempio, facevi 10000 mattoni e lui a dire che questo era smussato, questo brutto, quello non era standard, quello nemmeno, insomma tanti nemmeno che ti sottraeva dalla paga e poi si andava a rivendere sottobanco, non potevi farci niente (rischiavi di non mangiare, o di essere pestato o di non ricevere la paga).

Alla fornace si andava a mangiare e si tornava di corsa con la propria squadra di lavoro, se non producevi al giorno 6-70000 mattoni non conveniva proprio, non si guadagnava quasi nulla. Lo stipendio era annuale, il primo anno arrivai a prendere 5-600 Rmb, non male. Non c’era giorno di riposo. I prodotti per la vita quotidiana li compravi tutti in fabbrica, compreso il cibo, al mese bastavano i 2-3 Rmb che davano, principalmente tramite i biglietti emessi dalla fabbrica stessa. Se volevi i soldi, dovevi basarti sui biglietti della fabbrica, che erano di plastica col taglio di 1,2,5 Mao e di 1 Rmb, mettevi un timbro e per un biglietto dal valore di 1 Rmb ottenevi però solo 8 Mao.

Non ti davano il permesso di uscire, non volevano, era una regola della fabbrica, per tutte e quattro le stagioni dell’anno non ti facevano uscire, e senza motivo, a guardia c’erano i picchiatori. Per sei anni sempre lì dentro, in una camerata con dieci persone, non ho mai visto il centro della città di Suzhou, d’altra parte la fabbrica riforniva di tutto il necessario. Si tornava al paese solo una volta all’anno, per il capodanno cinese, che faceva sempre un gran freddo. Quando non si lavorava, giocavi a carte puntando i soldi, oppure giocavi senza soldi oppure leggevi qualche libro. Oppure giocavi sull’alcol, se bevevi tre bottiglie intere, allora vincevi e non le pagavi. Si litigava spesso, 3-5 volte all’anno scoppiavano veri e propri scontri di gruppo.

All’inizio mi sono spostato nel distretto di Fengqiao, a quel tempo le fabbriche erano parecchie, tutte per la produzione di mattoni, ma anche alcune per i vestiti. I manager delle fornaci erano tutti locali. I migranti accorrevano come api a fare gli operai. Una fornace doveva avere almeno 400 persone, altrimenti non potevi farla funzionare. Un grande forno ha 80 aperture, uno piccolo 40. Per la cottura ci vogliono almeno 12 ore, di solito le fornaci professionali infornano davanti e fanno uscire i mattoni da dietro, in continuazione; il forno viene acceso una volta l’anno, e per accenderlo solo una volta servono svariate migliaia di Rmb! Sono rimasto a Fengqiao per due anni, dopo mi sono spostato a Guangfu, perché lì c’erano delle fornaci che ci volevano e lo stipendio era un po’ più alto, ci siamo andati in venti; dopo un anno siamo andati a Huguan dove stavano edificando e mancavano lavoratori.

Due anni di riciclaggio

Nella fornace non si mettevano soldi da parte, mi sono messo quindi a fare riciclo per due anni ininterrotti nel distretto di Xiangcheng, raccoglievo qualunque cosa. A quel tempo non erano in tanti a fare riciclaggio, si faceva qualche soldo ma la raccolta era sfiancante, per questo poi ho lasciato. Per vivere mi sono costruito una capanna sotto un ponte, i locali anche erano poveri, anche loro non avevano soldi per costruirsi una casa e quelle in affitto erano pochissime. Uscivo al mattino presto in bici, decine di chilometri al giorno, al ritorno la bici la spingevo per la stanchezza, in un anno entravano 5-600 Rmb, ma era roba da morire di fatica. La fornace era meglio.

Il riciclo avveniva per appuntamento, per esempio se stavi a Mudu, la sera si portava tutto a Mudu, non importava se avevi riciclato tanto o poco, se avevi raccolto troppo che non ce la facevi a tirare la bici, chi aveva raccolto poco ti aiutava. Se la bici si rompeva, te la riparavi da solo. Poi sono venuti i vigili urbani a controllare le strade, diventava difficile fare la raccolta, ancora più faticoso. Mi sono messo a vendere cose come meloni, pere, mele, appena vedevi i vigili iniziava la guerriglia, dovevi immediatamente scappare col carretto.

A vent’anni una volta avevo bevuto troppo, sono caduto e mi sono ferito l’occhio destro, e da quel momento le cose le ho viste solo col sinistro.

Alla fine sono andato in cantiere a lavorare, fino a ora.

Vent’anni da edile

Ho cominciato a lavorare in quei fottuti cantieri, a quel tempo si litigava ogni giorno, ti facevano incazzare sempre. I capisquadra erano tutti parenti dei “capi” [caporali nel sistema del subappalto], loro facevano lavori leggeri, invece i migranti facevano il lavoro pesante. All’inizio facevo il lavoro più leggero, per due anni trasportavo i mattoni o mettevo la malta. Poi ho iniziato col lavoro pesante, la prima volta nel distretto di Guangfu. Si costruivano case private. Dove c’era lavoro, lì ci portava il “capo”, ho girato tutta Suzhou e i suoi nuovi distretti e parchi industriali, a quel tempo costruivo principalmente fabbriche e case private, ora invece riciclo i materiali di cantiere, al mese si arriva a 4000 Rmb col cibo fornito dal “capo”, al tempo invece che facevo il lavoro leggero al cantiere prendevo 25 Rmb al giorno, riuscivo a prendere 5000 Rmb all’anno, non male, il guaio è che non era facile farsi dare i soldi dovuti. Alle soglie del capodanno cinese del 2005 ancora non arrivavano i soldi dell’anno di lavoro svolto, rimanemmo nel cantiere, dopo alcuni giorni il caporale venne a darceli, ma solo una parte. Quando doveva assegnarti il lavoro te lo veniva a dare lui, quando dovevi prendere i soldi, non lo trovavi.E’ normale che si trattenga dei soldi dovuti, non ti dice mica che se li tiene lui, per esempio se hai fatto 300 ore lui te ne conta 260, così tu vai a cercare il conteggio scritto, e non lo trovi. Infatti, se alla mattina te ne vai a lavorare alle 6, poi alle 9 si mette a piovere, la giornata di lavoro finisce. Alla fine dell’anno, lui ti conta solo un’ora quando non addirittura niente. A volte magari trovi pure uno bravo, che fa il conteggio mensile per squadra e puoi verificare tutto nero su bianco, se ci sono errori puoi andarci a parlare.

In passato non era semplice andarsi a cercare subito un altro lavoro. Per questo in passato in cantiere ti sottraevano la paga, ora non più, ora il lavoratore non deve starsene a ricordare tutte le ore fatte. In passato era l’operaio che andava a cercare il padrone, e non lo trovava; oggi è il padrone che cerca gli operai e non ne trova a sufficienza. In passato chiedevi per strada “hai lavoro”? Se ti dicevano “vieni con me” bastava che tu rispondevi “bene” ed eccoti subito a lavorare. Eravamo noi a cercare il padrone, e subivamo tante angherie. Fosse oggi, lasceresti subito. Ma a quel tempo, non importa quante ne subivi, non osavi lasciare il lavoro, perché non era facile trovarlo. (N.d.C: ma dal 2015 nell’edilizia a Suzhou è arrivata la crisi, e anche per l’autore di questo racconto è diventato di nuovo difficile trovare o cambiare cantiere). Nessuno dei nongmingong che entra in cantiere firma il contratto di lavoro, non c’è previdenza sociale né assicurazione privata. L’assicurazione sugli infortuni non la firma l’operaio, il padrone ne fa dieci o venti, senza un nome preciso, se c’è un infortunio usi una di queste.

Di infortuni sul lavoro in cantiere ne ho visti troppi, non pochi i morti. Una volta ne sono morti tre nello stesso cantiere: uno schiacciato da una scavatrice, altri due per la fatica sono morti d’infarto nel sonno. Lo scorso anno a Huguan uno è morto in una betoniera. Il mezzo era rotto, il figlio del caporale ha spento la corrente e si è messo a ripararlo, ha messo un operaio di guardia fuori, questo a un certo punto ha detto che andava a comprare una bottiglia d’acqua, mentre il figlio del caporale stava ancora dentro; proprio in quel momento al cantiere serviva il cemento, un operaio va alla betoniera, attacca la corrente e… quest’ultimo aveva 22 due anni, è stato condannato a 30 anni di carcere.

Progetti futuri

Ancora fino a quindici anni fa, l’economia di Suzhou non era sviluppata, in questi ultimi dieci anni invece ha preso a espandersi rapidamente. Adesso se voglio tornare al villaggio ci torno, sono più libero, prima il lavoro non lo permetteva. Qui a Suzhou non c’è modo di metter su famiglia, non puoi portarci genitori, moglie e figli, e poi è difficile spostare lo Hukou. Mia madre ha 76 anni, in famiglia io sono il più piccolo, la sorella più grande ha 53 anni, ho altre due sorelle e un fratello, ma una sorella e il fratello si sono ammalati e sono morti tutti e due. In passato dal villaggio eravamo un centinaio a lavorare a Suzhou, ora siamo tutti dispersi, solo io sono rimasto in questa città. Perché? Ormai è tanto che sto qui, ho molti amici e poi se sei fuori per cercare lavoro, a questo punto è meglio farlo in un posto che ormai conosci. Io non sono mai andato in altri posti all’infuori di Suzhou.

Per il futuro non ho progetti. Se torni al villaggio non c’è lavoro, quelli che tornano perché hanno qualche impiccio da fare, mi dicono “Vieni con noi davvero? Tu a Suzhou hai la tua “unità di lavoro”, sei qui da trent’anni, impossibile che lasci e vieni con noi.” Ma in passato ho cercato qualcosa da fare al villaggio, non mi voleva nessuno a lavoro. Al villaggio mi conoscono anche le vacche, quando mi vedono che torno dicono “Te ne rivai a Suzhou, fratello!”. Il lavoro da nongmingong l’ho fatto per trent’anni, ci ho guadagnato poco, al villaggio ci ho costruito una casa a due piani, non si guadagna proprio niente! Mia moglie lavora al villaggio, a lei la vogliono, se io torno invece non mi vuole nessuno, lavora a casa, fa il compensato. Quando torno non sto più di cinque giorni, a casa coltiviamo arachidi e grano, ma coltivare non è più cosa, a me non serve e non c’è più motivo per farlo. Qui a Suzhou ci resterò almeno per altri dieci anni, mica posso permettermi di ritirarmi adesso!

 

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Questa storia di vita è stata pubblicata inizialmente sul N.10 del periodico Refeng Xueshu, 2016, col titolo “Gu Xiaofei: 28 anni di dagong”, accompagnata dal seguente poscritto: Vecchio Suzhou ha lavorato in questa città per trent’anni, non si ricorda nemmeno più quanti grattacieli ha costruito, alcuni sono stati utilizzati per vent’anni e poi lui stesso si è trovato a demolirli. Ironia vuole che fra tutti questi palazzi, a Vecchio Suzhou non sia andato nemmeno un piccolo posticino per vivere. In questi ultimi vent’anni ha vissuto nelle baracche collettive dei cantieri, e poi, visto che in cantiere non c’è previdenza, niente pensione. Ad Aprile dello scorso anno Vecchio Suzhou ha telefonato dall’ospedale del villaggio, al cantiere si era sentito sempre peggio. Poi un caporale lo ha portato in un ospedale di Suzhou, a causa del lavoro la sua salute era peggiorata, i soldi per le cure erano stratosferici. Così Vecchio Suzhou decide di tornare all’ospedale del villaggio, pensando che il riposo lo avrebbe rimesso in forze. Al cantiere comunque non avrebbe più potuto lavorare, sapeva che da lì in avanti avrebbe dovuto cercarsi lavori meno faticosi, guardiano, spazzino… Ai primi di Giugno la salute peggiora, si capisce finalmente che è un caso di vita o di morte, viene portato in un ospedale migliore, si cercano soldi fra amici e parenti ma a metà mese Vecchio Suzhou muore. Ha lavorato in tanti cantieri differenti, grazie al sistema dei subappalti nessuno gli ha mai versato la previdenza. Anche se in tutti questi anni ha conosciuto tantissime persone, le relazioni sociali non hanno potuto rimanere stabili. A parte una ONG di nuovi operai e qualche altro che si sono adoperati anche con aiuti economici, nessun caporale o compagno di lavoro si è fatto vivo. A Suzhou diceva sempre che al villaggio aveva una moglie e un figlio, ma poi si è saputo che aveva divorziato giovanissimo, persa la vista da un occhio e con una famiglia senza mezzi, non ha trovato altro, è rimasto scapolo. La pressione sociale, il sogno di avere una propria famiglia normale lo portava a questa “vanagloria”.

 

 

La storia di Wang Meili: voglio andare via da qui, non è un posto dove poter restare. 

Intervista del 25-10-2011, Foxconn di Chongqing

 

Contesto familiare

Sono nata nel 1994. Ho un fratello più piccolo di tre anni che va alla scuola media sperimentale di Fengjie. Mio padre produce teloni impermeabili, anche lui nel distretto di Fengjie. Mia madre è diciamo una cuoca. La mia famiglia vive nel distretto di Fengjie da quando nel 2008 mio padre ha comprato casa e così ha ottenuto lo hukou urbano.

Lavoro

Dopo le medie ho iniziato la scuola professionale, della durata di due anni, ma dopo 6 mesi mi sono ammalata allo stomaco, le cure sono durate più di un anno. Volevo riprendere gli studi a settembre, poi mio zio materno che lavora nel locale dipartimento del lavoro mi ha detto che c’era una fabbrica non male, di vedere un po’. Ogni mese i vari dipartimenti di lavoro dei distretti di Chongqing cercano lavoratori per mandarli in queste fabbriche. Ho iniziato alla Foxconn ad Aprile del 2011, ormai sono quasi sei mesi. A lavorare qui mi sento stanchissima, fisicamente e mentalmente. Dopo tre mesi di lavoro sono passata da operaia generica a “tecnica”, a un grado superiore c’è poi il supervisore, sopra di lui il caporeparto. Il passaggio a operaio “tecnico” ti porta solo 75 Rmb in più, in poche parole si tratta solo di mettersi in continuo esercizio. La mia sezione si occupa di imballaggio, il gruppo è di trenta operai, il supervisore si occupa dei generici e di noi “tecnici”.

Io mi occupo di un materiale particolarmente importante, ogni foglio vale 800 Rmb, sto sempre in tensione, se lo rovini devi ripagarlo. Chi rompe paga. Finora non ho rotto nulla, perché ci sto attentissima. Ho sentito dire che al piano di sotto un operaio ha dovuto ripagare. Ogni giorno ci sono tante cose da fare a lavoro, se per esempio c’è un operaio non esperto coi materiali, il caposquadra manda me.

Non sono adatta a gestire gli altri, altrimenti non sarei così stanca. Per esempio quando affido un compito, loro ci mettono tanto, gli chiedo di concentrarsi, e loro allungano di 3-4 minuti e così la catena rallenta. Quello che gli do da fare non lo fanno, eseguono di malavoglia. Prima il supervisore non si curava di loro, quindi ora non mi ascoltano, e io non so come fare. Comunico con loro, con pazienza, se non svolgono il compito li aiuto. L’azienda è così, lo so che ogni azienda è fatta così, alcune sono ancora più dure della Foxconn. E’ normale, non c’è modo di cambiare queste cose. Insomma, qui non c’è niente di allegro.

Stipendio, spese e trattamento

Qui il periodo di prova dura tanto, nove mesi. A me mancano ancora 3 mesi. Per l’assunzione il limite di età è fissato a 16 e 25 anni. Qui il numero di maschi e femmine è più o meno uguale. All’assemblaggio invece sono tutti maschi. Lo stipendio è uguale per maschi e femmine. Lo stipendio più basso è di 1350 Rmb. Finita la prova, se per un mese non ti riposi mai, arrivi a prendere 3000 Rmb. Se riposi quattro giorni, arrivi a 2300 Rmb. Finora il mio massimo è stato un extra mensile di 104 ore. Pare che questa fabbrica non abbia cambiamenti dovuti alle commesse, c’è sempre lavoro in tutte le stagioni. Ti viene tolto il cibo dallo stipendio, 400 Rmb dallo stipendio te li mettono sulla carta per la mensa, quanto consumi tanto tolgono. Un pasto in media costa 4,5 Rmb, così anche la colazione. Per l’alloggio si vive nelle “case popolari” (si tratta dei dormitori di fabbrica descritti da Pun Ngai, nel caso di Chongqing essi furono costruiti dal governo municipale, per questo venivano chiamati con lo stesso nome delle “case popolari” N.d.T.). Dal secondo mese di lavoro ti tolgono 200 Rmb come caparra, acqua ed energia li paga l’operaio, puoi scegliere una camera per quattro o per otto. In media a persona al mese sono 120 Rmb (affitto, gestione, acqua e luce). Abbiamo la carta della previdenza e ci sono i versamenti per il fondo casa.

Se non ti sta bene qualcosa, non c’è modo di comunicare, se non sei soddisfatto, ecco prendi e ti licenzi. Licenziarsi non è semplice, perché se lo decidi tu non ti pagano gli ultimi 10 giorno di lavoro. Se è un periodo in cui mancano operai alla produzione, allora ti allungano i tempi per il licenziamento, quanti vanno via tanti ne entrano. Per il capodanno cinese certo che torni a casa, i giorni festivi effettivi che ti danno sono tre, infatti di dodici giorni di vacanza per il capodanno, 9 li devi recuperare al rientro, il mese successivo o due mesi dopo.

Dormitorio e tempo libero

Ogni dormitorio ha la televisione. L’operaio generico ha tempo per guardarla, noi “tecnici” no. Quando le operaie staccano, io devo occuparmi del gruppo successivo. Le operaie si guardano film d’amore, io di solito no, non ho tempo, stacco da lavoro e mi metto subito a dormire. Siamo in 8 in camera, sette hanno già il fidanzato, me compresa. Ci siamo conosciuti qui, perché anche lui lavora alla Foxconn. Viene dal distretto di Fuling (Chongqing), abbiamo turni opposti, in pratica non abbiamo tempo di vederci. In fabbrica c’è una sala lettura, ma non ci sono mai andata. Si parla poco nel dormitorio, chi sta nel tuo stesso reparto abita in altri piani. Il dormitorio non viene assegnato pensando agli orari di lavoro, quindi c’è chi lavora di giorno e di notte nella stessa stanza, il dormitorio viene assegnato da un apposito ufficio. Nel tempo libero me ne sto in camera a dormire, a recuperare il sonno perso. Se ho bisogno di comprare qualcosa, allora esco.

Modo di vedere

La società è di suo molto pragmatica, non ci sono cose come la giustizia, l’ingiustizia. Se parliamo di giustizia sociale, posso fare tanti di quegli esempi! Perché c’è chi fa peggio di me ma ha uno stipendio più alto!? Oppure svolgendo la stessa mansione, perché io devo andare a lavoro prima, staccare dopo, svolgere più compiti eppure subire le stesse critiche dei superiori?

Prospettive sul futuro

– Come ti vedi in futuro? Per esempio, fra cinque o dieci anni dove sarai?

– Di sicuro non alla Foxconn

– E dove allora?

– Ora proprio non lo so, si vedrà. Dopo che mi sarò licenziata il prossimo anno, studierò per diventare infermiera.

– Hai già deciso di andare via il prossimo anno?

– Si, perché il trattamento che ricevi qui non ti permette di restarci a lungo

– Se non è un posto dove le persone possono restare, che posto è questo?

– E’ così, se resti a lungo ti senti veramente angustiata, fai ogni giorno sempre le stesse cose.

– Non importa che farai in futuro, tornerai a Fengjie dove c’è la tua famiglia o resterai a Chongqing? O andrai da qualche altra parte?

– Fondamentalmente non penso che tornerò a Fengjie, quel posto è troppo piccolo.

– Allora pensi di restare a Chongqing?

– Proprio sì.

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