Ius soli, immigrazione e civiltà giuridica

di Luigi Ferrajoli

illustrazione di Gabriella Giandelli

 

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L’opposizione di gran parte delle forze politiche allo ius soli, cioè alla concessione della cittadinanza a chi è nato in Italia, la campagna di denigrazione contro le navi dei volontari colpevoli del salvataggio nel solo 2016 di oltre 47.000 persone, il consenso alle misure adottate dal ministro Minniti per far fronte alle paure e agli umori xenofobi degli elettori stanno rivelando, in questi mesi, l’esistenza di un’Italia incattivita e disumana.

Diciamo subito che la questione dei presupposti della cittadinanza – quelli consistenti nella nascita nel territorio dello Stato, come avviene in tutti i paesi civili, anziché nel cosiddetto vincolo di sangue con genitori cittadini – non ha nulla a che vedere con l’immigrazione. Gli ottocentomila ragazzi e bambini ai quali la cittadinanza verrebbe concessa non sono immigrati, bensì nati in Italia, dove sono cresciuti e si sono formati; sicché l’opposizione a questa elementare misura di civiltà si spiega solo con l’intolleranza per la loro identità etnica, in breve con il razzismo. E’ inoltre un’opposizione irresponsabile, dato che rischia di capovolgere il senso di appartenenza di queste persone al nostro paese in un assurdo disconoscimento, e perciò in rancore anti-italiano. E’ la stessa logica spietata e irresponsabile adottata da Trump contro i “dreamer”, quasi un milione di giovani immigrati che Obama aveva tentato di integrare e che ora vengono assurdamente cacciati nella clandestinità e nell’illegalità.  

Tutt’altra questione è quella delle nostre politiche in tema di immigrazione. Su questa questione l’Occidente rischia il crollo della credibilità di tutti i suoi conclamati valori. Sta infatti vivendo una vistosa contraddizione tra le pratiche di esclusione dei migranti e i valori di uguaglianza e libertà iscritti in tutte le sue carte costituzionali. Di solito l’idea delle frontiere chiuse viene difesa come l’espressione, ovvia e scontata nel senso comune, di un legittimo diritto dei paesi di immigrazione e come un corollario della loro sovranità, concepita come qualcosa di analogo alla proprietà: “questa è casa nostra”, è l’idea corrente, “e non vogliamo, a tutela della nostra proprietà e della nostra identità, che vi entri nessun estraneo”.

Giova allora ricordare che questo senso comune xenofobo – responsabile delle attuali politiche, dirette a interpretarlo – contraddice non solo tutti i principi della nostra tradizione liberale, dall’uguaglianza ai diritti umani e alla dignità della persona, ma anche il più antico diritto teorizzato come naturale, oggi dimenticato e rimosso dalla nostra coscienza ma proclamato alle origini della civiltà giuridica occidentale: lo ius migrandi, appunto, ossia il diritto di emigrare. Questo diritto fu configurato dal teologo spagnolo Francisco de Vitoria, nelle sue Relectiones de Indis del 1539 all’Università di Salamanca, come un diritto universale e, insieme, come il fondamento del nascente diritto internazionale. Sul piano teorico questa tesi si inseriva in una grandiosa concezione cosmopolitica dei rapporti tra i popoli informata a una sorta di fratellanza universale, cioè al diritto di tutti gli esseri umani di comunicare tra loro. Sul piano pratico era finalizzata alla legittimazione della conquista spagnola del nuovo mondo: anche con la guerra, ove all’esercizio di quegli edificanti diritti fosse stata opposta illegittima resistenza. E la medesima funzione fu svolta dal diritto di emigrare nei quattro secoli successivi, allorché servì a legittimare la colonizzazione del pianeta da parte delle potenze europee e le loro politiche di rapina e di sfruttamento. John Locke giunse addirittura a configurarlo come una fonte essenziale di legittimazione del capitalismo, quale garanzia della sopravvivenza, cioè della possibilità di trovare un lavoro e perciò quanto necessario alla sussistenza: giacché sarà sempre possibile, scriveva, purché lo si voglia, emigrare e andare a coltivare nuove terre “in qualche parte interna e deserta dell’America… senza pregiudicare nessuno, perché vi è terra sufficiente nel mondo da bastare al doppio di abitanti”.

Io credo che non dovremmo mai dimenticare queste non nobili origini dell’universalismo dei diritti fondamentali. Questo diritto di migrare fu fin dall’inizio un diritto asimmetrico: benché formalmente universale, era di fatto ad uso esclusivo degli occidentali, non essendo certo esercitabile dalle popolazioni dei “nuovi” mondi a danno delle quali, al contrario, servì a legittimare conquiste, colonizzazioni e schiavizzazioni. Esso è peraltro rimasto un principio elementare del diritto internazionale consuetudinario, fino ad essere consacrato nell’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e in quasi tutte le costituzioni, inclusa quella italiana che lo prevede nel suo articolo 35. Ebbene, la memoria di quelle sue origini cinicamente strumentali dovrebbe quanto meno generare una cattiva coscienza in ordine all’illegittimità morale e politica, ben prima che giuridica, delle nostre leggi e delle nostre politiche contro gli immigrati. Quell’asimmetria, che di fatto faceva del diritto universale di emigrare un diritto dei soli occidentali a danno delle popolazioni dei nuovi mondi, si è oggi rovesciata. Dopo cinque secoli di colonizzazioni e rapine, di tratte di schiavi e massacri, non sono più gli occidentali ad emigrare nei paesi poveri del mondo e a conquistarli e a depredarli, ma sono al contrario le masse di affamati di quei medesimi paesi che premono alle nostre frontiere. E con il rovesciamento dell’asimmetria si è prodotto un rovesciamento del diritto. Oggi che l’esercizio del diritto di emigrare è diventato possibile per tutti ed è per di più la sola alternativa di vita per milioni di esseri umani, non solo se ne è dimenticato l’origine storica e il fondamento giuridico nella tradizione occidentale, ma lo si reprime con la stessa feroce durezza con cui lo si brandì alle origini della civiltà moderna a scopo di conquista e colonizzazione.

Purtroppo le politiche e le leggi italiane contro l’immigrazione, e più ancora quelle degli altri paesi europei, ignorano totalmente questa loro contraddizione non soltanto con la concezione originaria del diritto di emigrare, ma anche con tutti i valori sui quali si fondano le nostre democrazie, dal diritto alla vita alla dignità della persona, dal principio di uguaglianza al valore del lavoro. Queste politiche e queste leggi si basano su una discriminazione per ragioni di identità: sull’esclusione dei migranti come persone ontologicamente illegali, fuori legge per ragioni antropologiche, non-persone a causa, precisamente, delle loro differenze per nascita. E valgono perciò a confortare e a fomentare, per l’interazione che sempre sussiste tra diritto e senso comune, gli umori xenofobi e il razzismo endemico presenti nell’elettorato dei nostri paesi. C’è infatti un nesso biunivoco tra integrazione e uguaglianza giuridica e, inversamente, tra disuguaglianza nei diritti e percezione di chi non ha diritti come disuguale e inferiore. È un circolo vizioso. Proprio perché sfornito di diritti, l’immigrato viene avvertito come antropologicamente disuguale. E questa percezione razzista, a sua volta, vale a legittimarne la discriminazione nei diritti. Quanto maggiore è l’emarginazione prodotta dalla discriminazione giuridica, tanto maggiori sono la sollecitazione di leggi razziste e il consenso nei loro confronti, non già benché razziste ma proprio perché razziste. Fomentare a livello sociale la rivolta contro i migranti è del resto una sperimentata strategia, che accomuna sia le politiche populiste che quelle liberiste, le une e le altre dirette a ribaltare la direzione del conflitto sociale: orientandolo non già verso i più forti ma verso i più deboli, non più quale lotta di classe di chi sta in basso contro chi sta in alto, ma quale conflitto di chi sta in basso contro chi sta ancora più in basso.

Questo razzismo istituzionale si è sviluppato, in Italia come in altri paesi europei, con leggi e prassi dirette a mettere di fatto fuori legge l’immigrazione, condannarla alla clandestinità e perciò privare i clandestini di ogni diritto ed esporli ad ogni forma di oppressione e di sfruttamento. I loro tragici effetti sono le migliaia di persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere le nostre coste, vittime della disumanità dei nostri governi, immemori della lunga e dolorosa tradizione di emigrazione del nostro paese: negli ultimi 15 anni sono morte, nel tentativo di penetrare nella fortezza Europa, più di 30.000 persone, di cui 4.733 nel 2016 e 4.273 nel 2015. Il punto più basso di questa legislazione è stato raggiunto con la legge n. 94 del 15 luglio 2009, che ha tramutato in reato l’esercizio del diritto di emigrare, creando la figura della “persona illegale” e provocando un gravissimo mutamento di paradigma del diritto penale. Con questa legge – la più indegna della storia della Repubblica – per la prima volta dopo le leggi razziali del 1938 è stato penalizzato non un fatto ma uno status, quello appunto di immigrato clandestino, in violazione di tutti i principi basilari dello stato di diritto: dei principi di legalità, di uguaglianza e dignità della persona, in forza dei quali si può essere puniti solo per ciò che si è fatto e non per ciò che si è, per fatti illeciti e non per la propria identità.

Questa legislazione non bastava a soddisfare la xenofobia del nostro paese. Essa è stata ulteriormente inasprita dall’attuale governo. Dapprima con il decreto-legge Minniti n. 13 del 17 febbraio 2017, che ha cancellato l’audizione dell’interessato, il contraddittorio e perfino l’appello contro il decreto del Tribunale che rigetta il ricorso dei richiedenti asilo: la vita di queste persone è evidentemente meno importante, per il nostro governo, di un credito di 100 euro, che si giova invece di tutti i gradi del giudizio. Poi, quest’estate, con il cosiddetto “codice di condotta” per le operazioni di salvataggio in mare dei migranti, concepito anch’esso dal ministro Minniti a seguito della vergognosa campagna contro le organizzazioni non governative impegnate nei salvataggi. E’ chiaro che le 13 regole di questo codice, la cui sottoscrizione è stata imposta ai salvatori di vite umane, non possono porre alcun limite all’obbligo di legge, previsto dagli articoli 489 e 490 del Codice della navigazione, di prestare soccorso in mare a qualunque persona in difficoltà. E’ altrettanto evidente che nessuna conseguenza giuridica può seguire dalla sottoscrizione o dal rifiuto di sottoscrivere quelle 13 regole. Di fatto, tuttavia,  l’ottemperanza di taluna di queste regole – come il divieto di entrare nelle acque libiche, o quello di comunicare con le imbarcazioni in difficoltà, o quello di trasferire i migranti salvati su altre navi onde potersi dedicare ad altri salvataggi, o l’accettazione della presenza a bordo di militari in armi – limita pesantemente le capacità operative delle navi dei volontari e sarà perciò responsabile di maggiori naufragi e stragi per omissioni di soccorso.

Soprattutto, poi, le azioni di salvataggio delle navi dei volontari sono state impedite – al punto che molte di esse hanno dovuto  rinunciarvi – da una seconda misura adottata il 28 luglio dal nostro governo: la missione di navi militari italiane in Libia per bloccare le imbarcazioni dei migranti, autorizzata il 2 agosto a grande maggioranza dal Parlamento. Naturalmente nessun atto di violenza da parte della nostra missione sarà giuridicamente lecito. Tuttavia, il linguaggio burocratico della deliberazione del governo – “fornire supporto alle forze di sicurezza libiche per le attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale e del traffico di esseri umani mediante un dispositivo aeronavale e integrato da capacità ISR (Intelligence, Suveillance, Reconnaissance)” –  non lascia dubbi sul senso della missione: aiutare le navi libiche a compiere gli atti di costrizione e violenza non consentiti alle nostre navi e a riportare a terra i migranti, onde siano precipitati nell’inferno degli spaventosi lager libici e siano comunque sottratti ai nostri occhi le violazioni dei diritti umani, le torture e gli assassinii che contro di essi si commetteranno.

Il principale scopo delle due misure è stato così raggiunto: soddisfare, in una gara mai definitivamente vincente tra maggioranza e opposizione, il razzismo e le paure dell’elettorato. Sembra sia solo questo, ormai, il terreno sul quale il nostro ceto politico, di governo e di opposizione, abissalmente lontano dalla società su tutte le altre questioni politiche e sociali, riesce a rappresentare unanimemente gli umori della maggioranza degli elettori. Gli argomenti sono diversi, ma convergenti. Il ministro Minniti ha dichiarato, a sostegno delle sue misure, che esse sono state dettate dal timore di un pericolo per la “tenuta democratica” del nostro paese. In questo modo ha confessato il vero senso della sua politica. Queste misure non si limitano a riflettere il razzismo diffuso nella società, ma sono esse stesse norme e pratiche razziste, che quel razzismo valgono ad assecondare e ad alimentare. Non valgono a contrastare il razzismo, ma a legittimarlo. Non servono a fronteggiarlo, ma a coprirlo, iniettando nel senso comune ulteriore veleno razzista.

Le destre sovraniste apertamente schierate contro l’immigrazione temono invece quelle che chiamano le “invasioni” dei migranti perché contaminerebbero l’identità culturale del nostro paese e, più in generale, della nostra Europa. In realtà essi identificano l’identità italiana e quella europea con la loro identità reazionaria: con la loro falsa cristianità, con le loro subculture del suprematismo bianco, con la loro intolleranza per i diversi, in breve con il loro più o meno consapevole razzismo che ha costruito lo stereotipo dell’immigrato delinquente o pericoloso a causa della sua identità etnica. Laddove, esattamente al contrario, sono le politiche italiane e più ancora europee di chiusura e di esclusione che stanno deformando e deturpando l’immagine dell’Italia e dell’Europa disegnata da tutte le nostre carte costituzionali e dalla Carta dei diritti dell’Unione Europea. A causa di queste politiche, l’Europa non sarà più – non è più – l’Europa civile dei diritti e dell’uguaglianza, bensì l’Europa dei muri, dei fili spinati, delle disuguaglianze per nascita e dei conflitti razziali; non più l’Europa della solidarietà e dello stato sociale inclusivo che fino a pochi anni era un modello per i progressisti di tutto il mondo, ma un’Europa divisa e depressa, nuovamente in preda agli egoismi nazionali, ai populismi xenofobi e alle passioni tristi dei rancori, delle paure e delle reciproche diffidenze.

L’Unione Europea, ricordiamolo, era nata per porre fine ai razzismi, alle discriminazioni e ai genocidi: non per dividere e per escludere, ma per unificare ed includere sulla base dei comuni valori dell’uguaglianza, della solidarietà, della dignità della persona e dei diritti fondamentali di tutti. Oggi sta contraddicendo quel ruolo. Con le sue politiche di austerità, sta mettendo gli Stati membri gli uni contro gli altri, e all’interno degli Stati i ricchi contro i poveri, i poveri contro gli immigrati, i penultimi contro gli ultimi. Sta moltiplicando, con le leggi contro l’immigrazione, le disuguaglianze di status, per nascita, tra cittadini optimo iure, semi‑cittadini più o meno stabilmente regolarizzati e clandestini ridotti allo status di persone illegali. Soprattutto, sta consentendo una strage quotidiana di persone che fuggono dalla miseria, dalle guerre, dal terrore e dalle loro città ridotte a cumuli di macerie e che in migliaia ogni anno affogano in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa e in centinaia di migliaia si affollano ai nostri confini, contro barriere e fili spinati, lasciati al freddo e alla fame, dispersi e malmenati dalle nostre polizie.

Ovviamente la prospettiva di un superamento delle frontiere e di un’effettiva universalizzazione dei diritti fondamentali può oggi apparire un’utopia. Dobbiamo tuttavia riconoscere che la storia della civiltà è anche una storia di utopie (bene o male) realizzate; e che forse sono proprio le attuali politiche contro gli immigrati che coltivano un’utopia giuridica: l’idea che la pressione degli esclusi alle nostre frontiere possa essere fronteggiata con le leggi e che le frontiere chiuse possano convivere con un futuro di pace e di sicurezza. La vera opposizione, invece, non è tra realismo e utopismo, ma tra realismo dei tempi brevi e realismo dei tempi lunghi. Intendo dire che l’ipotesi più irrealistica è oggi che la realtà possa rimanere pacificamente come è, che le disuguaglianze e la povertà possano continuare a crescere illimitatamente e le nostre democrazie possano a lungo continuare a basare i loro spensierati tenori di vita sulla fame e la miseria del resto del mondo. Tutto questo è inverosimile. Benché irrealistico nei tempi brevi, il progetto dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, già normativamente iscritto nelle tante carte sovranazionali dei diritti, rappresenta, nei tempi lunghi, la sola alternativa realistica al futuro non solo di immigrazioni di massa inarrestabili, ma anche di guerre, di fondamentalismi, di razzismi, di conflitti interetnici e di attentati terroristici che proverrebbe dal suo fallimento.

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