I fuochi dell’estate

di Alessandro Coletti

disegno di Lorenzo Mattotti

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Come ogni anno, le notizie del periodo estivo riguardano l’emergenza incendi, e le teorie più strampalate si diffondono come fossero verità assolute. “Sono i pastori ad appiccare gli incendi nei boschi, perché vogliono pascoli nuovi e freschi ogni anno”, è questa la litania che sento ogni estate da decenni, a giustificare i costanti roghi boschivi che (da quando ne ho memoria) condizionano il paesaggio dei luoghi in cui sono cresciuto. Peccato che di pastori nel nostro paese ce ne siano sempre meno e che bruciare un bosco non vuol dire necessariamente nuovi pascoli, anzi. Anche quest’anno nessuna eccezione alla regola: le regioni del sud sono state le più colpite anche a causa delle avverse condizioni meteorologiche. Bruciano interi boschi montani, aree protette del demanio, ma anche terreni destinati a colture che costeggiano strade, autostrade e ferrovie, depositi di rifiuti stoccati e siti illegali di smaltimento, attività commerciali che maneggiano materiali infiammabili o pericolosi.

La particolare situazione di siccità prolungata in quest’anno solare è la variabile di fondo che, secondo gli opinionisti della stampa mainstream, avrebbe aumentato l’efficacia e la diffusione delle diverse attività incendiarie. Sul banco degli imputati c’è anzitutto l’azione involontaria degli italiani che mostra sempre più incuranza nella tutela e nella cura delle risorse ambientali. C’è chi, invece, agisce in piena consapevolezza per modificare in maniera più o meno massiccia interi paesaggi utilizzando il fuoco. Di questi disegni criminosi vengono additati come responsabili semplici criminali e appartenenti alle organizzazioni mafiose italiane che storicamente hanno utilizzato e utilizzano l’incendio doloso come efficace pratica di persuasione. A seguire, le colpe vengono addossate ai lavoratori stagionali e della (ormai ex) forestale, che appiccherebbero roghi per guadagnare qualche ora di lavoro in più nel loro spegnimento.

Nel novero dei colpevoli non potevano mancare gli incalliti piromani, descritti come malati mentali che provano gusto nel vedere bruciare intere aree, o persone a cui piace osservare i mezzi di soccorso in azione. Nel tentativo di fare un po’ di ordine in questo ennesimo marasma “emergenziale” cerchiamo anzitutto di capire cos’è che brucia in Italia. Sono soprattutto le aree boschive in zone collinari e montane, parchi naturali e aree protette, interi paesaggi modellati in decine, centinaia di anni che vengono distrutti dalle fiamme.

Per molti osservatori è inaccettabile che i sistemi di prevenzione e repressione degli incendi boschivi non riescano a contrastare fenomeni di propagazione sicuramente favoriti dalle condizioni ambientali estive. Siamo d’accordo su questo punto e, di sicuro, qualcosa decisamente non funziona. In molti si sono scagliati contro le recenti decisioni del governo per la razionalizzazione della spesa pubblica (in particolare della ministra Madia) che hanno visto assorbire il corpo forestale dello Stato all’arma dei carabinieri: causa questa di un nuovo sistema di prevenzione e repressione che non starebbe funzionando. C’è da dire che fino allo scorso anno, anche quando il corpo forestale era autonomo, la situazione non appariva molto diversa. Anzi, il record di incendi boschivi si è registrato nel 2007, anno in cui sono andati a fuoco più di centomila ettari di verde. A voler essere fiscali, alla fine di luglio di quest’anno, gli ettari andati in fumo raggiungono quasi quota quarantamila. Ma non è sulla quantità di legna arsa che ci si deve soffermare.C’è da aggiungere che la recente legislazione italiana, seppur considerata troppo “morbida” contro i reati di tipo ambientale, è intervenuta sui roghi cercando di limitarne lo sfruttamento in termini economici: sulle aree date alle fiamme non si può costruire, né compiere attività produttive o di rimboschimento per diversi anni. In questo modo si è cercato di limitare il fenomeno del dolo per fini speculativi, anche se gli enti locali possono derogare, in alcuni casi, alle prescrizioni legislative: e comunque sono sempre gli enti locali a essere responsabili del controllo delle aree date alle fiamme, attraverso un vero e proprio catasto di dette aree. La prima responsabilità dei poteri pubblici, siano essi locali o nazionali (compresi gli organi di repressione), è la prevenzione, parola sempre più vuota di significato quando viene utilizzata dalla politica in relazione ai beni pubblici. Com’è possibile che un’intera montagna bruci per un innesco? È noto che la prima opera di prevenzione nei boschi di montagna sono la cura e la pulizia dei campi coltivati e la previsione di viali tagliafuoco: spazi incolti che dividono porzioni di bosco la cui ampiezza è proporzionale alla capacità di propagazione di eventuali fiamme. Così, in caso di incendio doloso o colposo, sarà solo una porzione di bosco ad andare in fumo, diminuendo massicciamente il rischio che un’intera montagna bruci a causa di un solo innesco. C’è però da notare che molti paesaggi montani e collinari da nord a sud sono stati da molti decenni abbandonati dalle pratiche di produzione agricola e di taglio del bosco che tengono in salute il territorio montano e collinare, oltre a modellarne il paesaggio. Porzioni di territorio sempre più vaste vengono lasciate al (ri)corso della natura, aumentando così il rischio incendi (d’estate) e di dissesto idrogeologico (d’inverno). Negli ultimi cinquant’anni le superfici agricole del nostro paese sono diminuite in maniera drastica con relativo scadimento del paesaggio. È la mancanza di un approccio volto alla promozione dei territori montani, collinari e più in generale agricoli a creare potenziali situazioni di emergenza: ma questo ormai avremmo dovuto impararlo dopo l’ennesima criticità.

Ma non è solo il paesaggio montano a essere preso di mira dalle fiamme. Bruciano da tempo anche i siti di stoccaggio di rifiuti speciali e pericolosi, a nord come a sud del paese: dall’inizio del 2016 più di cento episodi, nella maggior parte dolosi (e, in minor parte, causati da reazioni chimiche di materiali stoccati in maniera errata o mal conservati). Molto spesso tali episodi si verificano a ridosso dei centri urbani, nei territori di confine, in contesti dove regna l’abbandono e l’incuria del paesaggio.

Poi c’è il capitolo a parte che riguarda la capitale: solo questa estate sono andati in fiamme quattro centri di autodemolizione provocando nubi tossiche di materiali pericolosi che si sono riversati nella conca romana e sulla sua popolazione. Chi vive nei paraggi degli “sfasciacarrozze” è abituato ai frequenti roghi di materiali pericolosi dati alle fiamme in loro prossimità. Sembra quasi una regola urbanistica tutta romana: dove c’è un’alta concentrazione di autodemolitori, si trovano piccoli accampamenti spesso fortuiti dove viene praticata la combustione di rifiuti pericolosi, dai quali vengono poi ricavati preziosi materiali di scarto come rame e acciaio. A bruciare sono soprattutto gli pneumatici, il che suona quasi come una beffa: seppure il costo dello smaltimento di questi rifiuti speciali sia interamente pagato dall’acquirente al momento del “cambio gomme”, migliaia e migliaia di pneumatici esausti vengono abbandonati nelle aree di nessuno dei centri urbani o nelle vie di comunicazione tra un centro abitato e un altro, dove nascono piccole e spontanee discariche incontrollate insieme a tanti altri rifiuti che non si riesce (?) a smaltire regolarmente. Anche per i roghi nella città di Roma quest’anno c’è stato un record di episodi. Ma vista la loro natura controllata e circoscritta, e considerando l’efficace operato repressivo dei vigili del fuoco, quasi nessuno ci fa più caso. Solo piccole associazioni di quartiere hanno cercato l’aiuto delle istituzioni romane (in alcune situazioni si è provata la via del blocco stradale) ma con scarsa presa sulla politica locale, apparentemente più attenta alle esigenze degli autodemolitori che alla salute dei cittadini e delle cittadine.

Se ancora oggi centinaia di persone nella capitale d’Italia praticano la “pesca nel cassonetto” in cerca dei materiali più disparati (apparecchi elettrici ed elettronici, materassi, frigoriferi, materiale plastico, legnoso e ferroso, indumenti e tantissimo altro) per la rivendita o il loro riutilizzo (che spesso prima passa per l’illecita combustione), a chi dare la colpa? Chi si arrabatta in lavori estremamente precari ha la stessa responsabilità di chi si libera in maniera illecita di ogni tipo di rifiuto. Basta fare un giro turistico delle periferie romane (viene da chiamarli “monnezza tour”): quasi ogni cassonetto dei rifiuti (ebbene sì, a differenza di tutte le capitali europee, nella nostra abbiamo ancora i cassonetti per strada) ospiterà nei suoi pressi un rifiuto ingombrante, pericoloso o speciale. Molti abitanti della capitale continuano a ignorare che esistano quei luoghi misteriosi chiamati “isole ecologiche” dove si possono conferire quei materiali pericolosi a costo zero. Ma quegli stessi abitanti saranno pronti a dichiararsi inorriditi dalla presenza di rifiuti di ogni genere in ogni angolo del loro quartiere, tutto ciò tenendo la loro coscienza lontana da quel lerciume. Storie di ordinaria periferia.

Ma torniamo alle aree rurali. Nei molti episodi connessi alla distruzione di intere aree boschive o aree naturali protette, gli inneschi iniziano in terreni non demaniali, spesso appartenenti a privati, terreni che cingono le strade di provincia, i cui margini sono farciti di materiali facilmente combustibili. Si tratta di rifiuti di ogni genere lanciati dalle automobili da cittadini (?) che scelgono di non differenziare i rifiuti (dove vige la raccolta porta a porta), attuando uno sport molto diffuso in alcune parti d’Italia: il “lancio del sacchetto dal finestrino” dall’automobile in corsa. Segue un’altra categria di concittadini che, percorrendo le stesse strade, integrano la disciplina precedente con il “lancio del mozzicone di sigaretta acceso”. Quando le due attività s’incontrano, s’innesca la sinergia dell’incendio colposo.

Senza avere la presunzione di classificare le multiformi cause che compongono l’ennesima emergenza tutta italiana, cerchiamo di capire quale sia la variabile di fondo che alimenta tutti i comportamenti omissivi, colposi e dolosi che siano. Detta in sintesi: manca una diffusa e solida cultura di difesa del paesaggio e di tutela ambientale dei beni comuni.

La tutela del paesaggio è parte integrante del nostro patrimonio culturale che, oltre ad avere un riconoscimento costituzionale (art. 9), ha sicuramente importanti risvolti di carattere economico e ambientale. Anzitutto, maggiore tutela del paesaggio rurale e agricolo vorrebbe dire prevenzione e quindi minore dispendio di risorse pubbliche per reprimere le situazioni “emergenziali”; in secondo luogo la difesa del paesaggio favorirebbe i settori dell’economia più gettonati del prossimo futuro, come alcune pratiche agro-pastorali e di turismo sostenibile. Ovviamente non è facile questo particolare tipo di tutela nei confronti di un bene così vasto e disponibile, in un paese dove regna l’abusivismo e l’incessante stupro del paesaggio naturale. La tutela del territorio vuole anzitutto il riconoscimento dei contesti in cui viviamo come degli spazi viventi che, prima di essere paesaggi, sono luoghi nei quali uomo e natura si esprimono e possono convivere in maniera rispettosa, per il benessere di entrambi. E questo vale per chi abita contesti urbani e per chi resiste in quelli rurali.

Il sentimento positivo di cura del paesaggio e di tutela del territorio non è cosa nuova: è il fondamento della cultura contadina italiana che ha nutrito per secoli il paesaggio, lasciando alle ultime generazioni una pesante eredità, di cui ci siamo troppo frettolosamente liberati. Riconoscere e amare un bosco, un parco archeologico, un’area protetta o un campo coltivato come un’opera d’arte è una missione educativa fondamentale per la crescita delle nuove coscienze, staccate ormai da quasi un secolo dalla cultura contadina dei nostri avi. Tutela ambientale e cura del territorio devono essere elementi basilari del periodo educativo, una delle tante missioni che le scuole hanno dimenticato di avere. Nessuno esce più dalle aule per passeggiare in un parco o per curare un orto o un giardino. Le stesse aree verdi che circondano molte scuole non sono quasi mai una priorità, visto che il personale scolastico è sempre più precario, sempre meno presente e sempre meno motivato. E comunque non avrebbe il tempo di curare il verde, infatti il compito principale di chi governa le scuole è di contenere il più possibile l’energia delle giovani persone incollandole alle sedie (scomode) e ai rispettivi banchi (vecchi) per leggere libri (sterili).

La cura del paesaggio ha bisogno di tutti: bambini, anziani, agricoltori, operai, dipendenti pubblici, madri, padri, medici, infermieri, ristoratori, intellettuali, giornalisti. C’è bisogno di un patto tra le persone e il territorio che le circonda ed è l’educazione lo strumento necessario a sigillarlo. La mancanza di cura e tutela del paesaggio è l’elemento comune di chi provoca i disastri, consapevolmente o meno, e spesso anche di chi dovrebbe prevenirne e reprimerne gli effetti.

Mi piace immaginare un mondo sottosopra, così come suggerisce il tema di un bambino napoletano raccolto in un libro di Marcello D’Orta e don Luigi Merola (’A voce d’ ’e creature. La camorra nei temi dei bambini di Napoli, Mondadori 2012). In questa dimensione “ci vorrebbe una camorra buona” che tuteli il proprio territorio e lo “difenda dalla politica sporca”. Ha un sapore amaro pensare che le speranze di un bambino, anche di uno solo, siano riposte nelle mani di un potere criminale piuttosto che nei pubblici poteri. Nel paese che brucia forse è davvero più facile aspettarsi che le mafie si convertano all’ecologismo (per convenienza economica, s’intende) prima che lo facciano i pubblici poteri.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Trackback from your site.

Comments (1)

  • Engy

    |

    bell’articolo e bella rivista, complimenti a tutti.

    Reply

Leave a comment