Una delle forme più basse della società dello spettacolo

di Oreste Pivetta

Leggendo una rubrica domenicale di Aldo Grasso sul “Corriere” del 2 luglio ho scoperto l’esistenza di Angela Marcianò e ho saputo del suo ingresso nella segreteria del Pd. “Ti scelgo…” avrebbe detto Matteo Renzi e non dubitiamo del talento dell’ex capo del governo nel battesimo dei suoi quadri e non dubitiamo neppure della sua concezione proprietaria del partito. La Marcianò, che è stata assessora a Reggio Calabria e che si definisce “proveniente dal mondo accademico” (docente a contratto), si presenta al vertice del Partito democratico senza tessere in tasca. Qualcuno si è scandalizzato: come si fa a dirigere un partito senza neppure esserne iscritto? Io non mi scandalizzo. La domanda sarebbe: esiste un partito? Che importa per giunta di fronte alle “opere”, la cui qualità l’assessora rivendicava:  proprio queste, che non conosciamo, avrebbero convinto Renzi. Ma altro vorremmo citare e in particolare quanto dichiarato (tra virgolette) dalla stessa Marcianò a esaltare la propria “indipendenza”: “Dirsi di sinistra o di destra oggigiorno è anacronistico. Conta la coerenza degli atti. La gente guarda la persona, non più l’ideologia”.  

Sono sentenze che non brillano per originalità. È da una trentina d’anni che le sentiamo ripetere, allo stesso modo, con la medesima solennità e con la stessa pretesa di universalità. La Marcianò arriva  adesso. È giovane, ma non esita a sistemare la sua pietra tombale su due secoli di storia e di pensiero, almeno per quanto riguarda noi “moderni”, dalla rivoluzione francese a Marx (che non aveva aspettato peraltro il terzo millennio per svelare gli inganni della ideologia), al nostro Bobbio. Con questa certezza in testa, la Marcianò si accinge, non da sola ovviamente, a definire la linea politica (e di governo) del primo (o quasi) partito italiano, in base a quali criteri non si sa, nell’interesse di chi non è detto, perché le classi saranno morte ma la differenza tra una bracciante del sud e un finanziere di Wall Street resta, anzi cresce. La Marcianò si affida a quel principio che lei stessa ha sinteticamente annunciato: “la coerenza degli atti”. Trascurando la circostanza che di atti coerenti è piena la storia dell’umanità: pensate quanta coerenza in Hitler o in Stalin, in Pol Pot o nella dinastia di Kim il Sung, nello sceicco dell’Isis, persino nei miserabili evasori di casa nostra. Ai “valori” neppure accenna: noi purtroppo continuiamo a credere che valori di sinistra esistano e legarsi a questi nell’azione politica potrebbe essere segno di coerenza. Giusto per non giocare all’altalena. Uguaglianza, giustizia sociale, solidarietà, libertà: sembra di rievocare la presa della Bastiglia. Tra le virtù, di un politico, vorremmo annoverare anche la capacità di ricredersi, di pentirsi, di confessare i propri peccati.Ho citato la Marcianò, senza conoscerla, perché nelle sue parole mi è sembrato di scorgere il segno dello stato confuso se non penoso della politica in Italia e quindi, delle istituzioni che ne ricevono delega, della politica dove è difficile riconoscere culture di sinistra e dove soprattutto non si riconoscono partiti di sinistra, i cui principi e le cui rappresentanze sono sulla via dell’estinzione, travolti dalla banalizzazione degli slogan (per il pubblico) e da un‘autentica trionfante ideologia (perché non chiamarla così: forse Marx condividerebbe) dell’accaparramento, di poltrone e di buoni fruttiferi, di mense e onorificenze, nell’arroganza del possesso e del dovuto, e dell’opportunismo, della mediazione e del compromesso, partiti di sinistra travolti persino dal mito dei “tecnici al lavoro”, come se ai tecnici qualcuno non dovesse indicare un orizzonte politico… Partiti che fanno il possibile per “adeguarsi”, per stare al passo dei tempi.

Paradossalmente la destra, da Casa Pound alla Lega fino al Movimento Cinque Stelle, una fisionomia e una ragione d’esistere le ha trovate nell’identificazione dei nemici: in primo luogo gli  immigrati (senza dimenticare ovviamente i soliti fantasmi del comunismo). Persino l’ottuagenario Berlusconi è riuscito a ricostruire attorno a sé e solo attorno a sé un’aura di leadership: non ha un piano, non ha un’idea, balbetta la sua réclame, ma resiste in virtù di quel culto della personalità, che ha saputo alimentare con ben altra energia all’epoca dei suoi primi successi, e in ragione della povertà dei suoi seguaci.

Renzi, colui che avrebbe dovuto rinnovare la politica in Italia a cominciare proprio dallo schieramento di sinistra (“rottamare”), alla prima clamorosa sconfitta (il 4 dicembre), saltato il governo, s’è ridotto a una agitazione senza costrutto, a dimostrazione che senza idee e senza progetti non si va da nessuna parte: non si può confidare su un presunto carisma, che suppone soltanto lui, su slogan dozzinali, sulla fedeltà dei suoi seguaci, sul gesticolare in maniche di camicia in questa o quella assemblea, per invertire la rotta, per disegnare un futuro, neppure per metter giù due o tre punti di un programma . Renzi ha investito in riforme (jobs act e buona scuola) che ben poco hanno dato a una società in crisi come la nostra (il tasso di disoccupazione è ancora in crescita), ha ripetuto come un mantra quel “meno tasse” illusorio e dannoso alla maniera proprio di Berlusconi, ha scommesso presentandola come “epocale”  in una riforma costituzionale, poco coraggiosa e soprattutto poco chiara negli indirizzi, ha dirottato investimenti all’impresa, senza nel tempo alcun esito sul lavoro, ha svillaneggiato i corpi intermedi. Da segretario acclamato a furor di primarie ha sostenuto una riforma elettorale attraverso accordi politici che sono naufragati alla prima prova, ha votato un pallido governo che osteggia perché al governo pretende di risalire lui, a qualunque costo, attraverso qualsiasi alleanza (a proposito di coerenza degli atti), senza mai dichiararne una in anticipo, per lasciarsi le mani libere, con un pragmatismo che rivela solo l’antica disponibilità al “trasformismo”, qui nella versione peggiore: un gioco perverso tra i poteri soltanto per il potere.

 Per ultimo sono arrivate le elezioni amministrative: una catastrofe per il Pd, ma Renzi se l’è cavata dando la colpa agli altri… come i bambini capricciosi. Rinunciando all’autocritica, ripetendo schemi e formule, comizi e battute, accumulando sconfitte, riducendosi da potenziale statista innovatore (così lo vedevano gli elettori che gli avevano attribuito il quaranta per cento dei loro voti) a uno tra i tanti ambiziosi e presuntuosi aspiranti al comando, circondato da una pletora di fedelissimi, facile preda di qualsiasi Crozza sulla piazza. I criteri di scelta dei ministri per il suo governo avrebbero dovuto mettere in guardia: Renzi non poteva apparire libero da quei costumi familistici e clientelari che avevano segnato altre epoche della nostra storia. Renzi ama il consenso e si circonda di chi non glielo lascia mancare.

 I risultati si vedono. Il conflitto di interesse è perenne, è un rito consolidato e indisturbato, il malaffare ne è una conseguenza. Il fallimento dei partiti accentua il ruolo delle lobby, con una fatale inclinazione alla corruzione. L’assenza di un orizzonte conduce alle contraddizioni, alle ambiguità, al disordine nelle istituzioni che ci dovrebbero governare. Si dovrebbero aggiungere la stampa e altri media che hanno da tempo rinunciato a un compito di controllo e di analisi: registrano e divulgano, megafoni rispettosi. Le interviste televisive ai politici sono una comica: poche parole mandate a memoria e recitate davanti al microfono con un effetto parodistico (ma è scomparso anche il senso dello humor). Nella reiterazione di un modulo, anche quelle dichiarazioni mandate a memoria sono rivelatrici dell’incultura e della dipendenza di giudizio dei nostri parlamentari (oltre che dell’insipienza giornalistica e della sudditanza della Rai, servizio pubblico).

A vent’anni dalla fine del sistema politico che aveva caratterizzato il nostro paese dalla Liberazione in poi ci si deve muovere tra le macerie del secondo, senza una prospettiva,  giorno per giorno alla meno peggio e ciascuno per sé, in attesa del prossimo scandalo… I partiti, a destra e a sinistra, sono sempre più famiglie tenute assieme dalla convenienza. Finché dura la fortuna del capo…

Poi non è strano se alle elezioni amministrative si presenta la metà dell’elettorato, mentre appena pochi decenni fa si toccavano percentuali record. Una fuga di cui poco si discute, considerata quasi fisiologica, quasi naturale. Non riesco a immaginare che cosa potrebbe accadere alle politiche, tra sfiducia, disillusione, indifferenza, semplice ignoranza, rifiuto. Almeno nei comuni si può votare per un sindaco di cui si ricorda qualcosa (le opere, appunto) o che potrebbe essere il tuo vicino di casa. La distanza tra noi e i centri della politica è abissale e non basta un clic sul computer per colmarla, al contrario di quanto propaganda Grillo.

Siamo messi malissimo perché hanno vinto comunque altri, quanti ci hanno inculcato la certezza che basti consumare per vivere felici e quanti, anche a sinistra, in una falsa coscienza di modernità, hanno contribuito al successo dell’impresa, annacquando qualsiasi espressione critica, rinserrando la politica in linguaggi astratti e in modalità incomprensibili. Significativo che agli italiani piaccia Gentiloni: il suo “profilo basso”, dopo tanto frastuono, lascia persino credere alla sua inesistenza e lascia crescere la convinzione che  si possa vivere senza un governo… Il che il alcuni casi è accaduto e potrebbe ancora accadere, ma solo in un paese ricco di una burocrazia colta, addestrata, consapevole della propria responsabilità pubblica. Può essere il caso della Francia, non è mai stato quello dell’Italia. Lo era forse il parlamento italiano in anni lontani, di certo non lo è più: i nostri parlamentari, “nominati”, ci hanno mostrato di tutto, accreditando qualsiasi pulsione alla negazione da parte di ogni possibile votante. La democrazia imperfetta rivela tutta la sua imperfezione: chi la vuole, chi la rispetta, chi ne fa a meno. L’italica tentazione di affidarsi a un capo e fregarsene del mondo intero non è mai morta.

Negli ultimi mesi (dovrei dire anni) siamo stati presi di mira più che dalla politica, dai numeri della politica, dai sondaggi, dai flussi, dalle percentuali, con una paradossale inversione di rotta, perché il gradimento espresso da un test tra poche centinaia di persone orienterà la navigazione nei mari del consenso prima che dei contenuti. Un clic online basterà a qualcuno per giustificare il suo “che fare”.

 Qualcosa dimentico…  dimentico le facce e le parole della politica, inevitabile corollario…

Della politica c’è bisogno. Lo disse anche Papa Francesco nella Evangelii Gaudium: “La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose di carità, perché cerca il bene comune”. 

La  politica è diventata invece una delle forme più basse e, probabilmente, meno costose dello spettacolo… Allestire un talk show pretende un investimento minimo, le dichiarazioni nel corso dei telegiornali sono un obbligo gradito e invocato, come le interviste ai calciatori e agli allenatori a fine partita. Solo che calciatori e allenatori, che “dichiarano” per vincolo contrattuale, si lasciano sfuggire talvolta (raramente, in verità), per slancio agonistico, battute più interessanti (e sincere) di qualunque serioso commento di qualunque serioso politico.

Dal momento che sopravvive in me un filo di curiosità, ascolto e guardo. Non mi sono perso il confronto Renzi-Orlando- Emiliano e neppure il “derby” tra Macron e Le Pen  prima della domenica del ballottaggio in Francia. Ne ho ricavato poco. Mi sono piaciute le considerazioni del giorno dopo che girano tutte attorno al quesito: chi è stato più convincente? Considerazioni che rimandano  al modo di vendere alcuni prodotti (risaputi, peraltro) non alla qualità degli stessi, insomma alla mimica, alla gestualità, persino all’abbigliamento e alle acconciature, a una recita tesa a piacere più che a proporre e a spiegare.

I politici come attori. Come non si sarebbe mai potuto scrivere di De Gasperi o di Togliatti, tanto meno di Berlinguer o di Moro, che non ridevano e non gesticolavano, che si presentavano con l’abito grigio d’ordinanza senza un’ombra di ricercatezza (amo la Merkel che indossa sempre giacche dello stesso taglio e si permette solo qualche fantasia nella varietà dei colori), che mostravano d’esser lì a cercare il “bene comune”, persuasivi anche grazie a quel loro status da gente comune, da impiegato delle poste o da professore più che da statista in viaggio tra l’America e Stalin.

 I politici come attori di una banale sceneggiata nazional-popolare, purtroppo bellica, schierati gli uni a difesa della trincea dell’attivismo e dell’ottimismo, gli altri di quella del catastrofismo e del livore, la trincea dei fegati ingrossati e dei lampi satanici (mai visto Beppe Grillo, comico alla nascita, sorridere, mai vista la Santanchè piegare le labbra a una smorfia di tenerezza, mai individuate nel pur giovane Di Maio una curva della spalla o una grinza della camicia). I politici come pessimi attori di un palcoscenico dove tutto si recita, alla ricerca dell’effetto migliore, e si recita male. Immagino Renzi a petto gonfio che chiede retoricamente ai suoi: “Sono piaciuto?”.

Chi ha cominciato? Si potrebbe chiamare in causa il povero Bettino Craxi, amante delle scenografie e della teatralità conseguente, ma in fondo assimilabile a vecchi modelli (un altro che non rideva mai, al più sorrideva sprezzante). Il maestro è stato Berlusconi, che a distanza di anni può sembrare essere stato prevedibile e scontato: quello era e non si nascondeva, un uomo della televisione che aveva pratica della comunicazione e celava l’ignoranza d’altro, simpaticamente naif, non avesse procurato al paese non scarsi danni. Perché alla fine il bilancio si ripete e si ripete il giudizio di inadeguatezza: si discute tanto di “complessità”, del mondo, della società, ma di fronte alla complessità emergono soprattutto la povertà delle analisi e delle risposte, la casualità propagandistica delle une e delle altre, la presunzione di competenza. Mi piacerebbe che qualcuno ammettesse: non so che cosa si possa fare.

Di fronte ai barconi che attraversano il mare carichi di migranti si può esaltare il valore della carità e quindi operare per soccorrere, salvare, proteggere, guidare. Ma il problema all’origine resta là, oltre quel mare e da questa parte del mare, irrisolto. È vero che la politica è chiamata a dare soluzioni, ma qualche volta potrebbe riconoscere di non esserne capace, di ritrovarsi senza strumenti. Mi piacerebbe sentire un Salvini qualsiasi in felpa verde-Lombardia confessare, dopo la conta dei naufraghi, i suoi dubbi, la sua impotenza, il suo silenzio. Invece no: sotto le luci degli studi tv le parole e i gesti non finiscono mai.  

Ci sarà una vita futura per la sinistra in Italia? Consideriamo che la sofferenza è diffusa:  Francia,Germania, Spagna, mettiamoci pure gli Stati Uniti con i democratici, Corbyn è l’eccezione dettata da circostanze particolari e dalla inconsistenza della May. Qualche sabato fa si sono raccolti a Roma quanti stanno alla sinistra di Renzi: D’Alema, Bersani, Pisapia, la Boldrini. Il Corriere, malevolo, ha etichettato l’incontro come operazione nostalgia, un ritorno al passato e alle bandiere rosse. Dovrebbe rappresentare un inizio. Ma dove sono le “opere”, dove sono le lotte, dove sta la concretezza del lavoro quotidiano. Perché se sono solo “vertici” sarà subito un fallimento e basta.

I valori sopravvivono, qualcuno lo propone la Chiesa, qualcun altro gruppi minoritari. Ma hanno vita difficile: quanto contano se non esiste un corpo sociale che li condivide? se il loro rispetto non è più un traguardo e neppure un confine?

A tutti, nel traversare la palude, come incoraggiamento, consiglierei due libri:  Letteredi condannati a morte della Resistenza italianae Lettere di condannati a morte della Resistenza europea, curati come ben si sa da Giovanni Pirelli e da Piero Malvezzi. Non sono novità editoriali da salone del libro. Ma ci restano vivi. A leggerli, ancor oggi, un senso li lega: non solo il dolore, ma soprattutto la speranza se non la certezza della vittoria contro il nazifascismo e di un cambiamento radicale  e di un ritorno alla politica contro il pregiudizio della “sporcizia” della politica, “risultato di un’opera ventennale di diseducazione, di diseducazione o di educazione negativa…”, come lasciò scritto poco prima di morire Giacomo Ulivi, fucilato a Modena nel 1944 dai militi repubblichini. Giovanni Ulivi, che aveva diciannove anni.

 

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