Servizio civile e corpi civili di pace

di Simone Scaffidi

illustrazione di Alessandro Sanna

 

Cosa spinge ragazze e ragazzi tra i 18 e i 30 anni a partire per l’altro capo del mondo, a sovvertire la propria quotidianità, a privarsi per un anno degli affetti più cari, dell’appuntamento settimanale con lo sport, il cinema o il locale preferito? Nelle righe che seguono non troverete risposte definitive a questa domanda, ma alcune riflessioni provenienti dalla base, da chi ogni giorno, sul campo, definisce e ridefinisce l’idea e le pratiche del servizio civile e dei corpi civili di pace.

Chi?
Siamo ragazzi e ragazze consapevoli del conflitto e delle contraddizioni – storiche e endemiche – che attraversano ogni ambito della cooperazione internazionale e dell’aiuto dei “paesi ricchi” ai “paesi poveri”. Partiamo da qui, dalla base, non per demolire un processo e gli sforzi che lo hanno reso tale, ma per dare forma a un’esigenza che sentiamo più viva che mai: rendere il più orizzontale possibile l’esperienza del servizio civile e dei corpi civili di pace, dal basso verso il basso.

Lavoro volontario?
Ogni anno siamo a centinaia. Partiamo per le Americhe, l’Africa o l’Asia grazie a progetti di cooperazione internazionale sostenuti dallo Stato Italiano. La maggior parte di noi al momento della domanda non conosce approfonditamente l’Organizzazione Non Governativa di invio e non ha mai sentito parlare dei partner locali che sosterrà dall’altra parte del mare. Tuttavia negli anni abbiamo acquisito professionalità importanti, parliamo molte lingue, abbiamo alle spalle diverse esperienze di campo all’estero, siamo laureati. Siamo i figli e le figlie del lavoro sociale e culturale che di questi tempi coincide con il lavoro precario. Il posto fisso è un lemma preistorico che incuriosisce alcuni di noi, ci chiediamo cosa significhi firmare un contratto a tempo indeterminato, qualcuno vorrebbe provarne l’ebbrezza, altri mostrano inquietudini, immaginandosi per trent’anni dietro la stessa scrivania d’ordinanza.
Eppure alla domanda “cosa vai a fare laggiù?”. Esitiamo sempre. Potremmo rispondere “vado a fare volontariato”? Potremmo dire “vado a lavorare”? Entrambe forse sarebbero risposte giuste. Ma che si scelga l’una o l’altra opzione il dubbio rimane. Sebbene infatti il Servizio civile e i Corpi civili di pace vengano con forza associati all’esperienza di volontariato e siano normati da una legislazione ambigua – che non prevede per esempio il pagamento dei contributi e della disoccupazione –, nel concreto rappresentano a tutti gli effetti esperienze lavorative complete, con un monte ore settimanale obbligatorio e una retribuzione mensile fissa.

Lessico famigliare?
Ci sono parole dette, ridette, ripetute. Scritte nelle mail. Scritte nei progetti. Scritte sui cartelloni, parole che suonano strane. Pensiamo che le parole, la forma con cui decidiamo di chiamare le cose, sia importante. Il linguaggio non è soltanto forma ma è già contenuto e contribuisce a creare un immaginario che agisce in maniera performante sulla realtà. Ecco perché a noi, per prenderne soltanto tre, le parole “Contingente”, “Caschi Bianchi” o “Patria” non ci piacciono. Non ci piacciono perché sono parole mutuate dal lessico nazionalmilitare. Noi vogliamo essere altro. Siamo antimilitaristi, disertori, obiettori di coscienza, disobbedienti civili e ripudiamo per davvero la guerra e i rapporti di potere asimmetrici che generano le guerre. Comprendiamo però che l’imposizione di questo linguaggio sia il frutto di un compromesso tra le organizzazioni non governative e lo Stato, ancora incapace di concepire nel quadro legislativo un’alternativa autonoma non armata, slegata dalle logiche militari e di difesa.
Ci piacciono invece le parole di don Milani e di Alexander Langer, di Luca Rastello e di Goffredo Fofi. Ruvide, taglienti, piene di critiche a se stessi prima che agli altri e allo stesso tempo circonfuse di sincerità, misto di rabbia e tenerezza che appartiene a molti di noi. Non ci piace quando vengono banalizzate e strumentalizzate, quando i primi due vengono innalzati a profeti e i secondi liquidati a provocatori. Pacificare le contraddizioni, come loro ci insegnano, non serve a nulla, quello che serve è farle emergere dai mari del conformismo. Ci piacciono le loro parole perché citando Calvino, quando le volti, ti accorgi che dietro c’è la vita che le spinge e scompiglia tutto il resto. Sono parole che generano una confusione sana che a sua volta innesca un movimento che impedisce la stasi, detonazioni di significati mai volte alla distruzione del discorso o all’abnegazione della realtà, ma tese alla decostruzione delle relazioni di potere e alla ricostruzione orizzontale delle stesse, dal basso verso il basso, sempre.

In movimento
Non crediamo nella cooperazione dell’assistenza, negli aiuti economici fini a se stessi, nel paternalismo delle multinazionali della solidarietà. Crediamo nei movimenti sociali che attraversano il sud del mondo e che si autodeterminano in base alle relazioni e ai territori che abitano. Pensiamo che il Servizio Civile e i Corpi civili di pace debbano sostenere processi di autonomia e rivendicazione dei diritti dal basso, affiancando realtà locali già esistenti e in movimento. Crediamo che si debbano abbandonare per sempre le logiche neocoloniali che tanta cooperazione internazionale, consapevolmente e inconsapevolmente, ha abbracciato negli anni e che si debba ripartire dalle relazioni, dalle donne e dagli uomini che in prima persona si spendono per migliorare le condizioni di vita delle propria comunità.
Ci ispiriamo a Rastello e alla sua lotta contro il ricatto dell'”adesso” e dell'”ormai”. Ci piacerebbe avere le sue capacità critiche e autocritiche, le sue letture oblique sui conflitti sociali.
Ci ispiriamo a Langer e alle sue contraddizioni. Ci piacerebbe essere instancabili viaggiatori leggeri e costruttori di ponti, saper metterci in discussione sempre, come lui.
Ci ispiriamo a coloro che sanno essere porto di mare, crocevia di relazioni, megafono di umanità condivise. Ci piacerebbe contribuire a imbastire navi e storie che salpino libere, come sa fare lui.
Ci ispiriamo a don Milani e alla Scuola di Barbiana, per la volontà di disobbedire e dare voce e dignità agli oppressi, non più vittime da compatire e assistere dall’alto, ma attori di cambiamento che pretendono ascolto e rispetto.
E ci ispiriamo alle tante e ai tanti che abbiamo incontrato lungo la strada, sotto casa e dall’altra parte del mondo. Gente dai molti nomi, dalle molte lingue e dalle molte sensibilità che ci ha mostrato la dignità degli oppressi e la vigliaccheria degli oppressori.
Per queste e molte altre ragioni non vogliamo essere i buoni di Luca Rastello. Lottiamo ogni giorno contro noi stessi e contro chi prova a farci credere di essere buoni. Se lo diventeremo, se crederemo di esserlo, avremo perso. Prima fra tutte, la consapevolezza di noi stessi. Partiamo perché le relazioni e i territori, i conflitti e le contraddizioni, li sentiamo innanzitutto dentro di noi. Siamo animati da una volontà di scoperta e da una curiosità animale che non si limita agli studi intrapresi. È ricerca profonda di noi stessi e degli altri, dove nel migliore dei casi gli altri entrano dentro di noi e noi entriamo dentro gli altri in un amplesso lento, spontaneo, orizzontale, voluto e sentito da entrambe le parti. Senza questi presupposti pensiamo che la nostra esistenza possa soltanto essere più misera. Tendiamo verso questi orizzonti irregolari, consci della vastità del mare e della vanità dell’approdo definitivo. Non ci resta che nuotare, resistere alla violenza del mare, andargli incontro.

Trackback from your site.

Leave a comment