Cittadinanza: dei diritti e delle pene

di Grazia Naletto

illustrazione di Simone Massi

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Diritti o privilegi, eguaglianza o discriminazione, accoglienza o rifiuto, convivenza o segregazione, inclusione o esclusione, solidarietà o competizione: in questo momento così difficile della storia del nostro paese e del mondo, siamo chiamati a scegliere tra due modelli di società diversi.
Vi è il sistema sociale vorace e onnivoro, fondato sulla protezione dei privilegi delle minoranze che stanno al potere, grazie allo sfruttamento, all’impoverimento, alla frantumazione della maggioranza della popolazione. Questo modello sociale legittima l’esistenza e l’allargamento delle diseguaglianze e plasma il sistema di relazioni sociali con l’egoismo, l’individualismo e la competizione; contrappone le une alle altre le diverse forme di insoddisfazione, di disagio e di esclusione sociale; ci condanna a una solitudine incattivita e rancorosa e ci induce a cercare tra i nostri pari il bersaglio contro il quale scagliarci, anziché a pretendere di cambiare le scelte di coloro che hanno il potere di decidere sulle nostre vite.
Chi promuove questo modello di società, propone, tra l’altro, di identificare i cittadini con i nazionali e di privilegiare il diritto di sangue (ius sanguinis) al diritto di suolo (ius soli); rievoca le forme più regressive di nazionalismo erigendo nuovi muri culturali e materiali; stigmatizza e intende “spazzare via” dalla società visibile tutti coloro che per qualsiasi motivo adottano (o si presume adottino) comportamenti difformi da quelli stabiliti, colpendo in primo luogo coloro che sono nati altrove. Questo modello di società è oggi egemone nell’immaginario collettivo sebbene, millantando il rafforzamento della nostra sicurezza, alimenti in realtà una diffusa e profonda insicurezza sociale.
C’è poi una parte della società che già oggi sperimenta quotidianamente nelle scuole, nei quartieri e nei luoghi di lavoro la solidarietà e la convivenza pacifica, riconoscendo come una priorità la garanzia dei diritti umani per tutte le persone che risiedono sulla terra, ovunque si trovino. Questa parte della società intreccia relazioni di parità e di eguaglianza, di dialogo e di reciproca contaminazione; non ha paura del confronto (e neanche del conflitto) tra idee, opinioni politiche, fedi, stili di vita e comportamenti sociali diversi perché ne riconosce la pari dignità. Vi pone come unico confine il rispetto di ogni essere umano. Non abbassa la testa di fronte alle ingiustizie sociali, non si accanisce sul proprio vicino, ma orienta la sua protesta nella direzione giusta. Questa parte della società è oggi frammentata, disorientata, disorganizzata e poco rappresentata nelle sedi del potere. In questo contesto si colloca e assume un grande significato culturale, sociale e simbolico la discussione del testo di riforma della legge sulla cittadinanza di cui si attende da cinque anni (in realtà almeno dalla fine degli anni Novanta) la definitiva approvazione.

Italiani senza cittadinanza

Hanno scelto di chiamarsi italianisenzacittadinanza. Sono un movimento di giovani “figli dell’immigrazione” nato nel 2016 per spingere il Senato ad approvare in via definitiva la riforma della Legge sulla cittadinanza n. 91/92. La loro età varia tra i venti e i trent’anni, i loro genitori provengono da paesi diversi non comunitari. Gli italianisenzacittadinanza parlano un italiano perfetto e non potrebbe essere altrimenti: sono nati in Italia oppure vi sono arrivati piccolissimi. Sono cresciuti nelle scuole italiane insieme ai loro coetanei autoctoni. Hanno scoperto il gioco, la lingua e la scrittura, la musica, la danza, l’amicizia, l’amore, lo sport e tutti i piaceri e i dolori della vita qui. Sono cittadini di fatto, non lo sono in base alla legge come altri 800mila minori stranieri residenti nel nostro paese. Alcuni di loro lo sono anche in base alla legge, perché sono riusciti a superare gli ostacoli che li separavano dalla cittadinanza italiana, ma si battono per evitare che i minori di origine straniera nati o cresciuti in Italia, debbano affrontare le stesse difficoltà prima di diventare italiani.
Paula, ad esempio, è giornalista, oggi ha la doppia cittadinanza cilena e italiana. Vive nel nostro paese dall’età di sette anni: la cittadinanza italiana, non concessa nel 2005 per motivi di reddito, l’ha acquisita solo in seguito, sposando un uomo italiano. Mohamed, invece, è nato a Casablanca, ma vive in Italia da quando aveva tre anni. Ha scoperto cosa significhi non essere cittadino italiano a sedici anni, quando non ha potuto partecipare alla gita scolastica, e poi a diciotto, quando la Prefettura non ha accettato la sua domanda di cittadinanza. A Casablanca è nata anche Chaimaa, che ha ventisei anni e vive a Torino. Scuola alberghiera, stage e lavori temporanei come aiuto-cuoca. È l’unica della sua famiglia a non essere cittadina italiana: quando il padre ha potuto richiedere e ottenere la cittadinanza italiana, dopo dieci anni di residenza, l’ha trasmessa ai figli minori, non a Chaimaa, che allora era già maggiorenne. Il suo status di “straniera per legge” le ha impedito di svolgere un tirocinio a Parigi come aiuto-cuoca. Potremmo raccontare decine di storie come queste, storie di ordinaria discriminazione istituzionale che segnano la distanza profonda che separa la cittadinanza formale, definita dalla legislazione, da quella sostanziale di migliaia di persone che vivono nel nostro paese e sono, appunto, italiane senza cittadinanza. Non essere cittadini e poterlo diventare solo dopo i diciott’anni significa molto, a partire dal dover ottenere e rinnovare più volte quel pezzo di carta senza il quale, da stranieri, non si può risiedere in Italia: il permesso di soggiorno. Con il tempo è divenuto sempre più difficile e più costoso. Il mercato del lavoro tende a precarizzarsi, ma per ottenere o conservare il permesso di soggiorno, se sei adulto, devi avere un contratto di lavoro. I minori dipendono dal permesso di soggiorno di uno dei genitori sino ai quattordici anni di età: la perdita del lavoro di quest’ultimo può causare la perdita del soggiorno per entrambi. D’altra parte il permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo a tempo indeterminato può essere richiesto solo dopo cinque anni di residenza “regolare” in Italia se si dispone di un reddito superiore all’importo dell’assegno sociale, di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge e si supera un test di conoscenza della lingua italiana. Le pratiche per il soggiorno sono anche onerose: sino a giugno scorso era necessario pagare tra gli 80 e i 200 euro di tassa a seconda del tipo di soggiorno richiesto, oltre ai circa 73 euro di costi fissi amministrativi previsti. Oggi la tassa sul permesso di soggiorno è ridotta alla metà (ma non cancellata) solo a seguito di una lunga controversia legale promossa dalla Cgil e da alcune associazioni antirazziste. I costi fissi rimangono. Ecco perché il nome scelto dal movimento di giovani che si sono mobilitati nell’ultimo anno sintetizza e comunica in modo molto chiaro il significato e la rilevanza del progetto di riforma della Legge sulla cittadinanza approvato in aula alla Camera il 13 ottobre 2015, da allora ostaggio degli instabili e precari rapporti di forza parlamentari al Senato.

La Legge n. 91/92 attualmente in vigore

Proprio negli ultimi mesi il tema della cittadinanza ha animato uno scontro politico e un dibattito pubblico strumentali, farseschi e intrisi di cattiva informazione. È dunque opportuno ricordare almeno in sintesi di che cosa stiamo parlando, illustrando le norme in vigore e gli effettivi contenuti del Disegno di legge fermo al Senato. La legge 91/1992 prevede che i cittadini stranieri residenti in Italia possano acquisire la cittadinanza per nascita, per naturalizzazione o per matrimonio. I nati in Italia da genitori stranieri possono acquisire la cittadinanza italiana al compimento del diciottesimo anno di età se lo dichiarano entro un anno da tale data e possono dimostrare di aver risieduto ininterrottamente in Italia per dieci anni. Sono stati molti i casi in cui, a seguito dell’approvazione della legge, la cittadinanza è stata negata a causa delle difficoltà da parte dei minori di provare una permanenza ininterrotta sul territorio. In moltissimi altri casi il diritto non è stato esercitato semplicemente perché non noto ai diretti interessati. Nel 2013 il decreto legge 69/2013 ha tentato di alleviare queste difficoltà modificando il Regolamento di attuazione della legge e prevedendo che la continuità della residenza richiesta possa essere provata non solo con l’iscrizione anagrafica e la continuità del soggiorno, ma anche con altra documentazione idonea (iscrizione scolastica, certificati medici, eccetera). Il decreto ha inoltre stabilito che i Comuni devono informare i minori stranieri nati in Italia sei mesi prima del compimento del diciottesimo anno di età circa la possibilità di esercitare il diritto di acquisire la cittadinanza. Nel caso in cui non vi provvedano nei tempi stabiliti, tale diritto può essere esercitato anche dopo un anno dal compimento della maggiore età.
La legge 91/92 non prevede alcuna facilitazione per i minori non nati in Italia rispetto agli adulti, anche se sono arrivati nel nostro paese nei primi anni di età. Tutti i cittadini stranieri non nati in Italia (minori e adulti) possono richiedere la cittadinanza italiana solo dopo dieci anni di residenza legale ininterrotta in Italia (quattro se sono comunitari). Infine, in base alla legge in vigore, il matrimonio con cittadino italiano consente al coniuge straniero di richiedere la cittadinanza italiana dopo due anni di residenza legale in Italia, successiva al matrimonio, o dopo tre anni dalla data del matrimonio se il coniuge straniero risiede all’estero. I termini sono ridotti alla metà in presenza di figli nati o adottati dai coniugi. Il matrimonio deve essere iscritto nei registri di stato civile in Italia e il coniuge straniero deve dimostrare l’assenza di condanne penali nei casi indicati dalla legge e di impedimenti connessi alla sicurezza nazionale.

Il progetto di riforma oggi fermo al Senato

Il Disegno di legge S. 2092, “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza”, è il risultato di un compromesso al ribasso raggiunto alla Camera tra i diversi partiti e ha una portata molto riduttiva rispetto a quello della legge di iniziativa popolare che ha dato il via al percorso parlamentare, presentata ormai più di cinque anni fa, dalle organizzazioni che hanno promosso la campagna L’Italia sono anch’io. La proposta di legge di iniziativa popolare, consegnata alla Camera il 7 marzo 2012 e sottoscritta da più di 100mila cittadini italiani, prevedeva il riconoscimento della cittadinanza alla nascita per i bambini stranieri nati in Italia da almeno un genitore regolarmente soggiornante da un anno in Italia o che fossero nati da almeno un genitore nato in Italia. Per colmare il vuoto normativo, la campagna proponeva di facilitare l’acquisizione della cittadinanza da parte dei minori stranieri giunti in Italia entro il decimo anno di età, tramite un’istanza da presentare entro due anni dal compimento dei diciotto anni. Si proponeva inoltre di ridurre da dieci a cinque anni il periodo di soggiorno regolare in Italia richiesto agli adulti stranieri per poter richiedere la cittadinanza ai Sindaci (anziché ai Prefetti) e una clausola che garantisse la certezza dei tempi di conclusione della procedura. Per ottenere la cittadinanza possono infatti trascorrere ancora oggi anche diversi anni dalla data della richiesta. La proposta di legge di iniziativa popolare si può leggere su litaliasonoanchio.it. L’accordo raggiunto alla Camera tra Pd, Ncd, Scelta civica e Popolari per l’Italia ha ristretto di molto la platea delle persone che potrebbero acquisire la cittadinanza a seguito della riforma. Contrariamente a quanto rappresentato nel calderone del dibattito mediatico e politico, il Disegno di legge così come consegnato dalla Camera al Senato non prevede l’introduzione dello ius soli automatico alla nascita per tutti i bambini figli di cittadini stranieri.
Se la riforma fosse approvata, il riconoscimento della cittadinanza alla nascita avverrebbe solo per i minori nati in Italia figli di almeno un genitore straniero titolare di un permesso di soggiorno Ue per lungosoggiornanti (che può essere ottenuto solo dopo cinque anni di residenza in Italia e in presenza di determinate condizioni di reddito e di alloggio) non in modo automatico, ma su istanza di uno dei genitori. I nati in Italia figli di genitori stranieri privi di permesso di soggiorno o titolari, ad esempio, di un semplice permesso di soggiorno per lavoro (che deve essere rinnovato ogni due anni se il lavoro è a tempo indeterminato, ogni anno se il lavoro è a tempo determinato) non sarebbero interessati dalla riforma. Non si tratta di uno ius soli automatico dunque. La definizione accreditata è quella di uno ius soli temperato. Sarebbe meglio definirlo condizionato alla sussistenza di precisi requisiti di residenza e di reddito (giustamente considerati discriminatori dalle organizzazioni della campagna L’Italia sono anch’io) e alla presentazione di un’istanza da parte di un genitore. A seguito dell’approvazione della riforma, anche ai minori stranieri non nati ma giunti in Italia prima dei dodici anni di età (sempre su istanza di un genitore in questo caso regolarmente residente) potrebbero richiedere la cittadinanza, ma solo a seguito della frequenza di un intero ciclo scolastico e, nel caso in cui si trattasse della scuola primaria, all’ottenimento della licenza elementare. È questo il così definito ius culturae, molto criticato da parte del movimento antirazzista perché vincola la titolarità di un diritto fondamentale come quello alla cittadinanza al livello di istruzione conseguito. Il Disegno di legge di riforma non prevede invece alcuna modifica per le norme che disciplinano la naturalizzazione per i cittadini stranieri adulti. Il raggiungimento di un accordo politico sul testo alla Camera ha richiesto più di due anni e mezzo di tempo e la discussione in Commissione al Senato non è mai avvenuta a causa dell’ostruzionismo della Lega nord (settemila gli emendamenti presentati), ma anche e soprattutto perché il partito di maggioranza ha preferito sino a oggi dare priorità ad altro. Il regolamento del Senato avrebbe consentito infatti di non attendere due anni e mezzo e incardinare subito il dibattito del Disegno di legge in Aula. Solo grazie alla pressione dei promotori de L’Italia sono anch’io e del nuovo movimento degli italianisenzacittadinanza, questo passaggio è avvenuto il 15 giugno 2017, ma la discussione del testo non è ancora iniziata.
A pochi mesi dalle elezioni e nel contesto di un dibattito pubblico che si è fatto di tutto per polarizzare attorno agli “allarmi” connessi ai flussi migratori, gli esponenti del partito di maggioranza hanno offerto uno spettacolo farsesco oscillando continuamente tra le rassicurazioni verbali sulla imminente approvazione della riforma, le presenze in piazza accanto ai movimenti della società civile e i passi di gambero suggeriti dal presidente del consiglio a seguito dell’esito delle ultime elezioni amministrative e delle (scontate) strumentalizzazioni del dibattito condotte dagli esponenti della Lega nord. Ufficialmente la discussione è rinviata a settembre, ma l’autunno è la stagione della legge di bilancio: il rinvio rischia di trasformarsi facilmente in un sine die.

Cittadinanza e nazionalità: il razzismo che dilaga

Con tutti i limiti sopra evidenziati, l’approvazione definitiva della riforma contribuirebbe a semplificare la vita di molte persone straniere che vivono nel nostro paese: ad esempio, potrebbero evitare le interminabili file necessarie per richiedere il permesso di soggiorno. Molti giovani avrebbero la possibilità di viaggiare, formarsi e fare esperienze di lavoro all’estero come i loro coetanei italiani e potrebbero accedere più facilmente ai concorsi, servizi e contributi pubblici, a tutt’oggi spesso discriminatori e oggetto di molteplici ricorsi da parte di coloro che ne restano, ingiustamente, esclusi. Si potrebbe osservare che la mera cittadinanza formale non assicura di per sé la garanzia della cittadinanza sostanziale, che il riconoscimento di uno status di diritto non rimuove di per sé il rischio di subire ingiustizie e che la cittadinanza è qualcosa di più complesso e multidimensionale della mera acquisizione della nazionalità. Questo è indubbiamente vero ed è paradossale che chi avanza l’idea di una cittadinanza universale e sperimenta dal basso nuovi spazi di cittadinanza sia considerato un sovversivo secondo il pensiero politico dominante. Ma proprio in questi tempi così bui l’ampliamento dell’accesso alla cittadinanza formale potrebbe espandere i diritti civili, sociali e politici dei giovani stranieri e consentire di proteggerli meglio dalle stigmatizzazioni, dalla xenofobia e dal razzismo diventati negli ultimi anni feroci, spudorati e sempre più ostentati. Oggi più che mai avremmo bisogno di un atto istituzionale che andasse in controtendenza rispetto alle scelte sicuritarie e repressive che hanno colpito i migranti, i richiedenti asilo e i cittadini stranieri residenti nel nostro paese dall’approvazione della legge Bossi- Fini (2002) in poi. Per restare all’oggi, l’entrata in vigore dei cosiddetti decreti Minniti-Orlando sulla lotta all’immigrazione illegale e sulla sicurezza urbana e, in generale, la strategia complessiva di governo delle politiche sulle migrazioni e sull’asilo, stanno generando ferite profonde nella società italiana i cui esiti ultimi non sono prevedibili, ma le cui immediate conseguenze sono purtroppo già molto evidenti. L’immaginario, la retorica e purtroppo anche le concrete scelte politiche, sino a qualche anno fa patrimonio quasi esclusivo dei leader leghisti e delle destre, hanno contaminato il pensiero e le prassi delle attuali classi dirigenti. I migranti e i richiedenti asilo sono oggi intrappolati nella sponda sud del Mediterraneo grazie ad accordi di collaborazione con paesi divisi da conflitti interni come la Libia, o retti da dittatori, come l’Eritrea e il Sudan. L’inadeguatezza del nostro sistema di accoglienza viene affrontata decidendo di ridurre forzatamente la domanda di accoglienza all’origine, esternalizzando il diritto di asilo in paesi terzi che non sono in grado di garantirlo. Gli spettri della paura (gli “allarmi invasione”, le “emergenze permanenti”, “l’insostenibilità sociale ed economica dell’accoglienza”, il rischio terrorismo) sono agitati dai fautori dell’ordine per restringere i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo e non solo i loro. L’ampliamento dei poteri dei sindaci di limitare la libera circolazione delle persone, con provvedimenti di allontanamento o di divieto di accesso, colpisce mendicanti, venditori ambulanti, prostitute e chi occupa illegalmente infrastrutture e aree di interesse culturale o turistico: i soggetti più deboli e più poveri, italiani e stranieri. Lo slittamento securitario delle scelte di governo, sapientemente aizzato e usato dai movimenti di destra, ha avuto già l’effetto di criminalizzare tutte le forme di solidarietà organizzata, di delegittimarle presso l’opinione pubblica e di riattizzare il fuoco della xenofobia e del razzismo popolare nelle loro espressioni più violente. Sembra aver riacquisito agibilità politica persino chi compie, rivendica e a ostenta l’apologia del fascismo. La campagna L’Italia sono anch’io, attraverso una mobilitazione diffusa sul territorio, era riuscita almeno per una breve fase a riorientare il dibattito pubblico sulle migrazioni nella direzione della garanzia dei diritti. Quella fase sembra ormai lontanissima. L’approvazione definitiva del Disegno di legge in discussione oggi non potrebbe certo da solo dissolvere il clima di ostilità, di intolleranza e di razzismo che si respira nel paese, ma getterebbe un raggio di luce nel buio del tunnel nel quale siamo sprofondati.
La cittadinanza è un insieme di relazioni umane, sociali, istituzionali che costituiscono il vissuto delle persone che abitano in un territorio determinato. In un mondo sempre più interconnesso nel quale merci, capitali e consumatori circolano liberamente, è impossibile negare a chi è stato spinto ad abbandonare il proprio paese da un sistema economico e sociale mondiale fortemente diseguale, dai conflitti o da persecuzioni personali, il diritto di spostarsi e di costruire un progetto di vita. Chi riesce a insediarsi stabilmente nei paesi di approdo ne diventa parte integrante, ciò vale ancor più per i figli dell’immigrazione che nascono o crescono tra noi. Escluderli o tenerli il più lontani possibile dalla cittadinanza e dalla comunità politica significa lacerare una società già profondamente segnata da gravi forme di diseguaglianza economica e sociale, minarne la coesione e le radici democratiche. Lo aveva capito Stefano Rodotà già ventisette anni fa che con grande lungimiranza scriveva: “il senso di appartenenza a una comunità nasce e si sviluppa solo se si partecipa effettivamente alla sua vita, ai momenti nei quali la comunità si costruisce. Il vedere l’‘altro’ insediarsi stabilmente nel proprio territorio produrrà spaesamenti, rifiuti, conflitti. Non c’è dunque una via rapida di pacificazione. Ma non ce n’è una diversa” (“L’Espresso”, 1 aprile 1990
).

 

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