17 milioni di italiani giocano d’azzardo

di Alberto Grossi

illustrazione di Marco Smacchia

La bottega del caffè è una delle commedie più riuscite e al tempo stesso più cupe di Carlo Goldoni. Siamo nel 1750 e Goldoni mette in scena una Venezia in piena decadenza, corrotta da vizi e maldicenze, dove in sordide taverne si raccolgono nottetempo gonzi e infelici che al gioco sfidano la sorte, illusi di risollevare affari che languono e lenire le miserie del quotidiano. Un paragone coi nostri tempi è immediato, forse anche facile: mai come oggi l’Italia annaspa nel gioco d’azzardo, la cui capacità attrattiva in termini di spesa e di penetrazione capillare sul territorio è senza eguali. Pensate al vostro quartiere, pensate a quante possibilità intorno a voi si hanno per giocare, dai semplici “grattini” che si comprano in tabaccheria ai locali di slot machine e videolotterie aperti 24 ore al giorno. Lontani sono i tempi delle estrazioni del lotto al sabato e della schedina totocalcio la domenica, oggi si gioca sempre e ovunque, si può scommettere su tutto, persino alla cassa dell’autogrill c’è un signore sorridente che ti propone una qualche lotteria istantanea.

Un gigantesco esercito di diciassette milioni di persone. Diciassette milioni di italiani tra i 15 e i 64 anni che hanno giocato almeno una volta nell’ultimo anno. Una pandemia, appunto. Con le più svariate intenzioni: c’è chi gioca per passare il tempo, chi per noia, chi per sfidarsi con altri, chi per sognare mucchi di soldi e un improbabile cambio di vita, chi per non lavorare più e chi per autodistruggersi e basta. La trasversalità è assoluta, dal nord al sud dell’Italia, benestanti e disoccupati, a tutte le latitudini e senza distinzioni sociali. L’Italia di oggi riflessa allo specchio del gioco d’azzardo è sempre quella di Goldoni, infelice, gonza, illusa, cinica, un po’ disperata, sostanzialmente irresponsabile.

 

La febbre

Nel 2016, in Italia, per il gioco d’azzardo si sono spesi complessivamente 95,9 miliardi di euro, l’8% in più rispetto agli 88 miliardi del 2015. Una cifra monstre, l’equivalente di diverse manovre finanziarie, quasi il doppio rispetto ai 54,6 miliardi di euro spesi nel 2015 per beni di consumo durevoli (automobili, moto, mobili, elettrodomestici, ecc). Una crescita all’apparenza inarrestabile, nonostante l’impegno di tanti Comuni e alcune Regioni per limitare la diffusione di sale da gioco e nonostante il proficuo lavoro di sensibilizzazione e prevenzione messo in atto da molte organizzazioni del terzo settore. Il confronto temporale è impietoso: se nel 1997 per il gioco d’azzardo abbiamo speso 17 miliardi di euro a valori correnti, in meno di vent’anni la cifra è aumentata di oltre il 450%. Di questa gigantesca massa di denaro spendiamo il 51% alle macchinette, ovvero slot machine e videolottery (Vlt), mentre il restante 49% esce dalle nostre tasche per skill games, lotterie, lotto, giochi a base sportiva, bingo, superenalotto, scommesse virtuali, giochi a base ippica, euro jackpot e winforlife. Con la rete Internet nei panni del grande facilitatore, ma anche canali televisivi in chiaro sul digitale terrestre a rendere il gioco colorato e sorridente come la soubrette che lo presenta. Il principio è semplice: nessuna abilità è richiesta, invoca la dea fortuna ad assisterti. Così facendo, un quotidiano stillicidio sposta sempre più risorse dall’economia reale e dalle disponibilità delle famiglie a favore del super profittevole gioco d’azzardo.

I segnali di questo cambiamento sono un po’ ovunque, anche nel nostro lessico quotidiano: vocaboli come ludopatia o giocatore patologico fanno oramai parte del nostro quotidiano. E se la maggior parte dei 17 milioni di giocatori, tra cui molti occasionali, non corre il rischio di diventare dipendente, convivono tra noi 2 milioni di italiani per i quali un rischio, anche minimo, esiste. In fondo alla scala quasi un milione di persone sono coloro che vengono definiti giocatori d’azzardo ad alto rischio: circa 700 mila sono le persone in cui non si è ancora instaurata una dipendenza ma a rischio di una possibile progressione verso la malattia. Infine, 250 mila sono i giocatori già patologici, persone che hanno instaurato una dipendenza che compromette lo stato di salute fisica e psichica secondo la classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dalla dipendenza alla cura. Secondo la “Relazione sullo stato delle tossicodipendenze in Italia 2016”, le persone che nel 2015 hanno fatto domanda di trattamento presso i Ser.D. per gioco d’azzardo patologico sono state 13136. Un fenomeno crescente ma naturalmente sottostimato rispetto al reale bisogno perché è evidente a tutti che le persone che bussano alla porta dei servizi sono solo una piccola parte del totale.

Stato d’azzardo

Il problema è politico, si diceva un tempo. E dire Stato è dire tante cose: articolazioni complesse, interessi molteplici e diversificati, opacità e connivenza. Stato è l’Erario, che nel solo 2016 ha incassato la ghiottissima cifra di 10 miliardi di euro, ovvero metà della differenza tra il giocato e il restituito in vincite (9 miliardi sono infatti i ricavi delle società della filiera). Stato sono anche i monopoli e i vari ministeri, Stato sono le Asl e gli ospedali privati convenzionati curano i giocatori patologici. Stato sono le Regioni e gli enti locali, che tentano, con risultati alterni, di arginare e porre limiti alla proliferazione delle sale gioco. Stato sono le forze dell’ordine e la magistratura, che perseguono l’usura e il riciclaggio collegati al gioco d’azzardo, essendo le sale da gioco e le slot uno dei pochi luoghi rimasti in Italia dove le carte di credito non possono entrare e dove circola solo il contante. Anche per questa ragione cosche mafiose, ‘ndrangheta e criminalità comune hanno tutto l’interesse a immettere denaro nero laddove sia possibile ripulirlo per poi introdurlo nel circuito bancario, come ampiamente documentato da numerose indagini della magistratura. Infine Stato è ovviamente il Parlamento che vede alcuni suoi membri attivamente impegnati su provvedimenti di maggiore tutela per i cittadini e riduzione del danno derivato da azzardo patologico, altri invece impegnati a rimuovere ostacoli normativi per le società concessionarie del gioco d’azzardo.

Il problema è politico, appunto, laddove pezzi dello Stato litigano e sono in aperto conflitto tra loro, a cominciare dalle grandi città quali Roma, Milano e Napoli dove il problema è particolarmente sentito. Lo scorso 25 aprile la sindaca di Roma Virginia Raggi ha inviato una lettera all’Anci, organizzazione dei comuni italiani, parlando di lotta al gioco d’azzardo come “vera e propria emergenza nazionale” e invitando l’associazione dei Comuni a “far sentire la propria voce nel modo più chiaro e forte possibile”. Secondo l’ultimo report di Libera nella sola capitale si contano 249 sale e oltre 50 mila slot, circa il 12% sul totale nazionale. Sulla stessa lunghezza d’onda il Giorgio Gori, sindaco pd di Bergamo, anch’egli molto attivo sul fronte “stop all’azzardo”.

Se da un lato il Governo punta ad avocare a sé tutto il possibile con una legge di riordino, dall’altro lato gli enti locali chiedono di introdurre regole più restrittive, ad esempio di applicare la distanza di 150 metri da SerT, scuole e chiese, oltre alla possibilità di stabilire fasce orarie di interruzione di gioco fino a un massimo di sei ore al giorno. Altro notevole passo in avanti sarebbe il permettere il gioco solo tramite tessera sanitaria o carta nazionale dei servizi. Questo permetterebbe di rendere tracciabili tutte le giocate e collegare ogni giocatore ai soldi spesi e a quelli vinti, a differenza di oggi quando un giocatore si “palesa” solo per ritirare la vincita (e non per giocare).  Se introdotta, questa novità consentirebbe di tracciare una linea netta tra chi gioca davvero e chi invece ricicla, giocando pochi soldi e incassando sempre e solo vincite. Tra le proposte di legge si parla dell’obbligo di segnalare i soggetti patologici ai servizi per le dipendenze dell’unità sanitaria locale e, ancor più importante, vietare totalmente la pubblicità del gioco d’azzardo come già accade in altre realtà europee. Che per tamponare il dilagare delle patologie siano oramai necessari alcuni interventi anche tecnologici ne sono consapevoli all’Osservatorio sui rischi del gioco d’azzardo del ministero della Salute, interventi mirati a ridurre l’aggressività delle macchine, ad esempio introducendo un tetto massimo di 50 euro per giocatore (mediante tessera sanitaria) o agli alert che ogni 20 minuti il giocatore visualizzerebbe, o alla macchina in stand-by per tre minuti ogni ora di gioco.

 

Il fronte della politica e la società civile

Lo scorso 5 maggio a Fano, nelle Marche, si è svolta la “Staffetta della legalità”, una marcia contro l’usura e il gioco d’azzardo promossa da alcune cooperative sociali. È una delle numerose iniziative pubbliche promosse contro l’azzardo, oggi sempre più associato al tema dell’usura. Analogamente corse podistiche, flash mob, anche una giornata nazionale contro l’azzardo patologico. Una storica attività di informazione e cura dei dipendenti da azzardo la svolge il privato sociale del Conagga, il coordinamento di associazioni attivo fin dal 2000 su questo tema. Anche un’associazione di consumatori come il Codacons ha lanciato una app per smartphone e tablet contro il gioco d’azzardo, si chiama “Attenti al gioco”. Con questa app è possibile fare un test per verificare se i propri comportamenti siano a rischio ludopatia, ma anche conoscere le strutture sanitarie per attivare percorsi riabilitativi.

Molto attivi e preoccupati delle pesanti ricadute sociali dell’azzardo patologico sono anche i vescovi, tra questi mons. Alberto D’Urso presidente della Consulta nazionale antiusura Giovanni Paolo II, in pressing sul governo per imprimere una forte riduzione dell’offerta dell’azzardo, come richiesto anche dai rappresentanti degli enti locali. Secondo lo studio realizzato dal gruppo di lavoro della Consulta antiusura, che coordina 29 fondazioni impegnate in questa direzione, una riduzione dell’offerta porterebbe a limitare seriamente il consumo. La riduzione massima si ottiene eliminando la pubblicità diurna, dalle 6 del mattino alle 23, aumentando i presidi di solidarietà e distanziando i locali da aree residenziali, lavorative, e da aree della socialità come centri giovanili, scuole, ospedali, chiese.

Se dunque la società civile è più che mai sensibile al tema, anche la classe politica dimostra attenzione e responsabilità. Sul fronte parlamentare sono attivi alcuni deputati pentastellati, democratici e di Sel, ma anche alcuni centristi. Particolarmente attiva sul tema è la deputata Udc Paola Binetti, che a più riprese ha accusato il governo di non prestare la dovuta attenzione a una piaga sociale sempre più grave nel nostro paese. Attraverso interpellanze e interrogazioni la Binetti si è concentrata particolarmente sul tema della pubblicità, dai grandi cartelloni pubblicitari delle sale con videolotterie agli spot durante le partite di calcio alla pubblicità sul web in genere e sui social network. L’accusa della Binetti al Governo è di “complicità con un manipolo di concessionari e in totale spregio rispetto all’esercito di giocatori a rischio”. Una Binetti che si è scagliata anche contro i mini-casinò prospettati dal governo, veri e propri supermarket del gioco dove tutto è accessibile a tutti, compresi ludoteche per i più piccoli, ristoranti e parchi gioco di ogni genere. In questo contesto, in vista della prossima legge finanziaria, l’intenzione del Governo sembra essere, in prevalenza, aumentare l’aliquota della tassazione delle vincite. Mentre scrivo giunge la notizia che il Governo ha deciso di anticipare a fine 2017 la riduzione del numero di slot machine, per un taglio complessivo del 34% previsto entro il 2019.

 

Il meccanismo inceppato

Siamo il terzo paese europeo per numero di giocatori e per soldi spesi. Ci rivolgiamo al dio azzardo con una fede che supera di gran lunga il santo di nostra devozione, la chiesa alla domenica o l’affetto delle persone che ci stanno intorno. Il consumo d’azzardo è come una gigantesca “tassa su una improbabile felicità” che decidiamo convintamente di pagare, e pagare molto caro, in cambio di un’illusione momentanea di un fiume di denaro che ci travolga. Se dividiamo 96 miliardi per 60 milioni ne esce la bella cifra 1600 euro a persona all’anno. Ecco servita la tassa, neonati e novantenni inclusi. Fino a pochi anni fa la cultura del risparmio, specialmente per i ceti meno abbienti, era sacra. Come salda era la certezza che i soldi facili non esistono, che serve moderazione e responsabilità, che occorre diffidare da truffatori e millantatori, simpaticoni come il gatto e la volpe di Carlo Collodi. Perché un milione di italiani – i giocatori problematici – non riescono più a distinguere il reale dall’illusorio? Ci vorrebbero sociologi, psicologi o antropologi a spiegare perché tutto questo stia accadendo. Di certo qualcosa si è inceppato nella trasmissione non tanto dei valori quanto di un elementare buon senso: pensiamo davvero che il nonno di un ventenne seduto davanti a una slot machine si sarebbe giocato, alla stessa età, tutti soldi che aveva in tasca e forse anche più? Qualcosa si è rotto nella cinghia di trasmissione tra giovani e famiglie, tra cittadini, società e politica.

Fosse soltanto una questione di soldi buttati alle ortiche, invece no, l’azzardo patologico è una gigantesca “tassa sociale” che colpisce le persone con danni diretti: abuso di droghe e alcol, disagio sociale e psichico, licenziamenti, famiglie che si sfasciano, bambini ridotti alla fame, violenze domestiche, in alcuni casi anche suicidi. Non sono fredde statistiche, sono persone in carne ed ossa. La salute e la vita di milioni di famiglie italiane rischiano di dissolversi da un momento all’altro. La tassa sociale divora sentimenti e relazioni sociali a favore di criminali che tramite il gioco d’azzardo ripuliscono e rendono legali (come se fossero vincite) soldi che invece legali non sono (perché frutto di traffici, rapine o altre attività illecite).

Ciò che più preoccupa è una cultura generale che tollera con indifferenza quando non promuove questo decadimento sociale anziché contrastarlo. Pandemia è una parola forte, ma analizzando i flussi di denaro spesi, al netto di tutto l’azzardo illegale non tracciato dalle statistiche, il termine è purtroppo appropriato. Perché lo Stato incentiva l’azzardo? Perché ci guadagna. I 50 milioni di euro stanziati dal Governo per la cura delle ludopatie se raffrontati con i 10 miliardi di euro incassati dall’erario, sono più eloquenti di tanti discorsi.

Se dunque il gioco rappresenta oggi un’enorme minaccia per la società e per la convivenza civile, essendo chiaro il costo sociale ed economico che comporta, l’unica nota positiva, l’ultima speranza forse, è il numero crescente di volontari impegnati sul fronte dell’informazione e della sensibilizzazione sul tema. Volontari e strutture professionali impegnati anche nella cura delle persone e nel sostegno alle loro famiglie. Una piccola consolazione, forse. Consapevoli che la sfida è sì politica, ma anzitutto sociale e culturale.

 

 

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