Sopravvivere all’infanzia

di Paola Splendore

illustrazione di Roberto Catani

L’ultimo romanzo di J.M. Coetzee, I giorni di scuola di Gesù (trad. di Maria Baiocchi, Einaudi 2017), continuazione de L’infanzia di Gesù, uscito nel 2013, sembra avere sconcertato pubblico e critica non solo per il  titolo spaesante ma anche per l’imbarazzo a definirne in maniera univoca la forma. Allegoria? romanzo filosofico? parabola? romanzo dialogico?  E per la scrittura, che rinvia più a Kafka o più a  Beckett, o forse anche al Vangelo? Come nella maggior parte delle opere del Nobel sudafricano la forma è  ibrida, un mélange  di generi, linguaggi e registri stilistici – dal dialogo socratico al melodramma, dalla lirica al grottesco – tutti rivisitati in maniera inaspettata e con una certa dose di ironia. Moltissimi inoltre i rimandi all’opera precedente di Coetzee e ai suoi motivi ricorrenti – quasi un segno di riconoscimento ormai – come  la causa degli animali, la confessione, la centralità del Don Chisciotte, l’antagonismo razionalità/passione, e la con/fusione tra  reale e immaginario.

Se le opere della maturità di uno scrittore esprimono tuttavia anche uno stile particolare, quello che Edward Said definisce ‘tardo’, allora il dittico intitolato a Gesù dovrebbe certamente esprimerlo. Secondo Coetzee, che nello scambio epistolare con Paul Auster in Qui e ora, ha discusso tale definizione, lo stile maturo si caratterizza per una sempre maggiore concentrazione dell’autore su questioni di “reale importanza” in una lingua semplice e disadorna. Nei due romanzi più recenti  le questioni di “reale importanza” presenti sono tante, dalla divisione sociale del lavoro alla sessualità, alla morte, all’esistenza del male nel mondo, ma ne I giorni di scuola di Gesù un tema si impone sugli altri, la formazione dell’individuo. La domanda sottesa sembra essere: di cosa ha bisogno l’individuo per svilupparsi in maniera armoniosa? Un tema di certo rilevante, la cui valenza universale è accentuata dalla scarsità di dati temporali e logistici presenti.  Se i  romanzi non offrono risposte, i problemi sollevati si agganciano però chiaramente al nostro presente, un mondo  sempre più ostile all’infanzia, dove ogni giorno da qualche parte i bambini sono vittime di guerre, carestie, e soprusi di ogni tipo, e dove anche in assenza di questi subiscono qualcosa contro cui sono inermi, come l’abuso  implacabile della pubblicità rivolta a loro dalla tv, e che né famiglia né scuola sembrano in grado di contrastare efficacemente.  

Ma quali sono questi bisogni?  Che cosa serve all’individuo per una crescita armoniosa? È sufficiente avere genitori attenti e amorevoli, insegnanti equilibrati, avere un rapporto sano con la natura e con gli animali? sono necessari musica, danza, lavoro manuale?  Con David, e attraverso David,  il bambino misterioso al centro dei due volumi,  l’autore indaga l’impatto della vita sociale sullo sviluppo emotivo della persona.

Tutto dunque nei due romanzi ruota intorno a David, un bambino che ha perduto sua madre sulla barca che li ha portati via dal proprio paese al di là dell’oceano. All’arrivo, Simon, un uomo non più giovane, sbarcato insieme a lui, l’ha preso con sé con la promessa di trovare sua madre nel paese dove sono approdati, perché “un bambino ha bisogno di una madre”. Il compito viene affidato a una giovane donna, Inés, che lo accetta con entusiasmo, ma che di fronte ai vari ostacoli e problemi che si presentano finisce col mostrarsi demotivata e distante. Sarà Simon, il padre putativo, sollecito e responsabile,  il primo vero maestro del bambino, colui che gli insegna il rispetto degli altri e l’amore e il rispetto per gli animali, che lo educa a  ragionare sulle cose rispondendo ai suoi infiniti perché. Soprattutto colui che si assume il compito di  fargli  da  guida “nel labirinto della vita morale”.

David è un bambino con doti di apprendimento e capacità eccezionali, – impara a leggere da solo  sulle pagine di un’edizione illustrata del Don Chisciotte – e quando arriva a scuola non riesce ad accettarne la logica né la gradualità. Pur avendo  comportamenti tipici della sua età, – è tenero e irrequieto, è pigro, è testardo, ama giocare – è però  anche diverso, non riesce ad adattarsi alla disciplina, si annoia facilmente e chiaramente  la scuola non fa per lui. Soprattutto quella istituzionale, limitata, nozionistica, repressiva. Ma il sistema considera un reato sottrarsi a questa scuola e dunque la famiglia è costretta a spostarsi altrove.

Nel nuovo romanzo la famiglia approda nella città di Estrella, dove Ines e Simon trovano lavoro in una fattoria e qui, grazie all’interessamento e alla generosità di tre sorelle che sembrano uscite dalle pagine di Cechov, prendono  in considerazione per David un’educazione di tipo alternativo, con un istitutore privato, oppure una scuola di canto o una di danza. Qualcosa che non passa attraverso nozioni da mandare a memoria, ma attraverso il corpo e lo sviluppo di capacità diverse da quelle intellettive. Nel metodo Arroyo– musicista e direttore della scuola di danza – ad esempio, aritmetica e astronomia si fondono oscuramente alle movenze della danza e David presto si appassiona alla danza e alla sua maestra di ballo Ana Magdalena, moglie di Juan Sebastian Arroyo. Quel che serve alla persona, si direbbe, sono  l’arte, la bellezza, la passione, l’armonia. Soprattutto la passione. Ma ci sono “passioni buone e passioni cattive”, come David presto scoprirà a sue spese, attraverso l’incontro con Dimitri, personaggio chiave del romanzo, che fa il guardiano del museo cittadino, nello stesso edificio della scuola di danza. Dimitri è un uomo che ama i bambini, specialmente David, e ama appassionatamente la maestra di ballo, l’algida Ana Magdalena. Accade che, in un raptus di ‘passione’, Dimitri uccida la donna strangolandola. Reo confesso, condannato ai lavori forzati, Dimitri tuttavia non scompare dal romanzo e continua a rispuntare a sorpresa creando intoppi a uno svolgimento convenzionale della trama.  Dimitri – è chiara la sua derivazione parodica da Dostoevskj – è un personaggio per molti aspetti inquietante e irritante, che rompe il confine tra bene e male, una specie di cartina di tornasole che rivela la vera natura delle persone con cui entra in contatto, mostrando loro quello che conta veramente. Simon e Ines lo detestano, ma David ne è attratto – così come la maestra di ballo – perché entrambi riconoscono in lui qualcosa di essenziale, la passione che lo muove.  (C’è un personaggio con analoga funzione ne L’infanzia di Gesù, Emilio Daga, un giovane criminale che incanta David). Sono frequenti nel corso del romanzo i confronti/scontri tra due personaggi. Mentre Dimitri – l’anti-Simon – conquista i bambini, come Ana, con l’amore, Simon è  l’uomo razionale che guida sempre il bambino verso ciò che è giusto e utile. Eppure il romanzo si conclude su una scena di trasformazione in cui Simon, raccogliendo la provocazione di Dimitri che lo accusa di essere un uomo privo di passione, si lascia finalmente andare alle danza, abbandonando la razionalità….

E David? come sopravviverà David alla sua infanzia? Il finale aperto lascia intravedere un terzo volume, forse sugli anni dell’apprendistato? non vorremmo abbandonare David ai traumi della crescita senza sapere cosa altro gli riserva la vita. In realtà, non è la prima volta che Coetzee insegue un personaggio da un’opera all’altra: l’ha fatto soprattutto con Elizabeth Costello, la scrittrice australiana, intollerante e idiosincratica, diventata suo alter ego nel sostenere cause controverse. Protagonista del romanzo eponimo del 2003, Costello era apparsa la prima volta in La vita degli animali (1999), per poi ricomparire due anni dopo come deus ex-machina a risolvere l’intreccio di Slowman, e in una serie di  racconti che Coetzee negli anni va distillando nei suoi interventi ai Festival di tutto il mondo.  Allora, questa potrebbe non essere l’ultima avventura di David. Chi sa?

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