Non solo Tap

di Savino Monterisi, Piergiorgio Barbetta

illustrazione di Dadu Shin

 

La polemica creata negli ultimi mesi intorno all’espianto degli ulivi in Salento e alla costruzione del gasdotto Tap (Trans-Adriatic Pipeline) non centra il punto. Al di fuori dell’inchiesta dell’Espresso, che assume l’angolo visuale di opachi flussi economici, il dibattito si è polarizzato sull’aspetto simbolico dell’espianto degli ulivi – tipici del paesaggio e dell’ecosistema pugliese – per ora sospeso dal Tar del Lazio. Il che però offre il fianco alla critica degli innovatori: alzare un polverone per qualche migliaio di ulivi rappresenta una polemica faziosa, retrograda e incomprensibile. Gli ulivi, assicurano, verranno ripiantati al termine dei lavori: come se gli ecosistemi fossero Lego da poter ricombinare a piacimento. Inoltre, qualche ulivo non è nulla a fronte degli innegabili vantaggi della creazione di una infrastruttura del gas che ridurrebbe 1) la dipendenza dalla russa Gazprom, 2) le emissioni di inquinanti derivati del petrolio. I problemi e le criticità dell’opera però non riguardano solamente gli oliveti salentini. Né è ragionevole pensare che  il tentativo di contrastare l’egemonia russa sul mercato del gas europeo e l’implemento di infrastrutture in grado di ridurre le emissioni inquinanti, siano obiettivi raggiungibili con poche decine di chilometri di impianti in Puglia.

Il Tap fa parte di un gasdotto che collega, Azerbaijan, Georgia, Turchia, Grecia e Albania: è il cosiddetto Southern gas corridor, una inziativa promossa dalla Commissione europea che intende sfruttare il giacimento di Shah Deniz, al largo delle coste azere. Le quote del giacimento sono detenute dall’inglese British Petroleum, dalla turca Tpao, dall’azera Socar, dall’iraniana Nico e, dulcis in fundo, dalla LUKoil, società petrolifera russa il cui ceo è Alekperov, un azero con alle spalle una solida carriera nell’industria dell’energia sovietica nonché il 48esimo uomo più ricco del mondo secondo Forbes, che tiene a sottolineare la sua selfmade fortune. L’argomento della Tap come possibile antidoto all’egemonia russa nel mercato del gas europeo scricchiola un poco, tenuto conto che una quota del giacimento di Shah Deniz è detenuta proprio da una società russa.

L’approdo europeo del Southern gas corridor è l’Italia, non la sola Puglia e i suoi oliveti. Nel marzo 2013 il governo Monti, attraverso la Strategia energetica nazionale, inscrive l’Italia nel «processo europeo di decarbonizzazione» e individua «l’opportunità di diventare un importante crocevia per l’ingresso di gas dal Sud verso l’Europa»: l’idea è di rendere la penisola un «Hub del gas sud-europeo». Il progetto prevedeva la costruzione della Rete adriatica, il cui promotore è la nostrana Snam Rete Gas. Il gasdotto sarebbe dovuto passare sulla costa. Questo tracciato è stato abbandonato a seguito delle rilevazioni della stessa ditta, a causa della possibile presenza di «strozzature» nel territorio costiero. La Snam decide così di spostare il tracciato sulla dorsale appenninica.

Il collettivo “Altrementi Valle Peligna”, uno dei gruppi del territorio abruzzese che si oppone al passaggio del gasdotto attraverso la dorsale appenninica, sostiene però che la decisione di spostare il percorso sia stata dettata da una valutazione economica: i costi di servitù delle aree interne sono sensibilmente inferiori rispetto a quelli costieri. Capita, seppur raramente, che l’opinione di un collettivo sia condivisa anche a livello istituzionale. Il 26 ottobre 2011 veniva infatti approvata una risoluzione delle VIII Commissione ambiente della Camera dei deputati, che sosteneva che           

«le ragioni del passaggio sull’asse appenninico sembrano essere dettate solo da interessi economici della società poiché le spese di servitù del passaggio sono più basse rispetto la   costa; la grande opera porterà guadagni alla Snam e profitti ai privati, i costi ambientali ed economici delle ambizioni della Snam invece, li sosterranno le comunità dell’Appennino; un’azienda privata, la British gas, si occuperà della distribuzione del metano, senza alcuna apparente ricaduta né contropartita per i territori interessati dal passaggio del condotto».

Il Governo si impegnava perciò

«ad assumere tutte le iniziative di competenza, anche dopo un necessario approfondimento attraverso un tavolo tecnico, ed in accordo con le amministrazioni interessate, per disporre la modifica del tracciato ed escludere la fascia appenninica al fine di evitare, sia gli alti costi ambientali che deriverebbero, sia l’elevato pericolo per la sicurezza dei cittadini dovuto al rischio sismico che metterebbe a dura prova la vulnerabilità del metanodotto».

Di lì a un mese, sarebbe caduto l’ultimo governo Berlusconi e cominciava una nuova epoca di relazioni tra l’Italia e l’Europa. Degno di nota è che l’istituto della Strategia energetica nazionale (Sen), introdotto nel 2008 come strumento di programmazione delle politiche energetiche, è stato abrogato grazie alla vittoria dei Sì al referendum del giugno 2011, reso esecutivo col d.p.r. n. 114/2011. Il progetto di trasformazione dello stivale in hub del gas europeo è stato stabilito attraverso un istituto illegittimo.

Grazie a Rete adriatica, l’Italia potrebbe diventare un gigantesco sito di transito e stoccaggio del gas con cui rifornire l’Europa settentrionale. Il progetto è stato inserito nei Projects of common interest (Pci) dell’UE, che godono di una disciplina particolarmente favorevole per quello che riguarda l’accesso ai permessi – è sufficiente che una sola autorità nazionale dia il consenso – costi amministrativi più bassi e un canale privilegiato di finanziamento, il Connecting europe facility (Cef). Perché un progetto diventi un Pci, bisogna che abbia un impatto significativo sul mercato dell’energia in almeno due paesi dell’Unione. Il che sottolinea la rilevanza di interessi europei nella costruzione del gasdotto Snam, che si allaccerebbe agli impianti del Gries, ad oggi canale di importazione e del Tarvisio.

Il clamore sollevato intorno alla Tap alza una densa cortina di nebbia intorno agli obiettivi generali delle politiche energetiche europee – rendere l’Italia un hub del gas – e ai costi che queste comportano per il nostro paese, in termini di sicurezza e di impatto ambientale. Trasportare il gas da Brindisi a Minerbio, in provincia di Bologna, attraverso la dorsale appenninica significa infatti attraversare le zone più sismiche della penisola: il tracciato di Rete Adriatica è pericolosamente vicino a tutti gli epicentri dei terremoti che, dalla fine degli anni novanta del secolo scorso ad oggi, hanno fatto tremare il centro Italia. Paganica (una frazione de L’Aquila), Montereale, Norcia, Amatrice, Arquata del Tronto sono solo alcune delle città che saranno attraversate più o meno direttamente da quest’opera: un metanodotto lungo 687 km, con un condotto di 1,2 m di diametro, posto a 5 metri di profondità e con una servitù di pertinenza di 40 metri (20 per lato). Nel tratto che interessa Abruzzo, Lazio, Umbria e Marche (il segmento Sulmona-Foligno, uno dei cinque lotti di cui è composta l’opera), su 30 località appenniniche attraversate dall’opera, 15 sono a zona sismica 1 e 15 a zona sismica 2, quelle a rischio più elevato. Ma Snam rassicura: il gasdotto non attraverserà le faglie e, in ogni caso, l’azienda garantisce che la sismicità dei territori non compromette la sicurezza del metanodotto. Il che ricorda le rassicurazioni della Protezione civile de L’Aquila, quando, a seguito delle scosse che si susseguivano dalla fine del 2008 e a una settimana esatta dal terribile 6 aprile, il vice di Bertolaso Bernardo de Bernardinis invitava gli aquilani a «bere del Montepulciano di quelli d.o.c.» per rasserenarsi. Non molto di meglio fece il capo Guido Bertolaso che, riferendosi al tecnico che aveva predetto un evento sismico di grande entità proprio nella zona, aveva dichiarato «basta con questi imbecilli che si divertono a diffondere notizie false». Il suddetto tecnico Giampaolo Giuliani era stato addirittura denunciato per procurato allarme.

Il 2 aprile i vari comitati per l’ambiente che si oppongono al metanodotto Brindisi-Minerbio si sono costituiti in Coordinamento Nazionale No Tubo. Nel comunicato stampa si «ritiene necessaria l’unificazione delle lotte, l’opposizione all’opera nella sua interezza e un raccordo con le lotte dei NOTAP del Salento». C’era bisogno di unità, tanto più che lo spacchettamento del metanodotto in cinque lotti funzionali ha la manifesta funzione di evitare una valutazione complessiva di impatto ambientale: divide et impera. Sempre la citata risoluzione della Commissione per l’Ambiente del 2011, sosteneva che

«alla luce delle caratteristiche del progetto e della sua rilevanza, appare irragionevole la   decisione [di Snam Rete Gas, ndr] di procedere attraverso una serie di procedure di valutazione di impatto ambientale (Via) parziali e minimali; […] è grave l’assenza di una valutazione sull’impatto complessivo di una struttura che interessa dieci regioni del Paese e che ha una indubbia valenza strategica».

Oltre ad aver sottoposto i lotti a valutazioni differenti ed indipendenti, Snam Rete Gas ha in cantiere un’altra opera chiave: la centrale di compressione e di spinta, costituita da 3 turbine da 30mw di potenza termica ognuna, che occuperà una superficie di 12 ettari a poche centinaia di metri dal centro abitato (loc. Case Pente). Lavorerà bruciando gas ed emettendo ossidi di azoto, monossido di carbonio e nanoparticelle (concentrazione totale di circa 64 microgrammi /m3 h) e rumore (fino a 60 decibel). Tutto ciò, nel bel mezzo della valle Peligna, sottoposta, oltre che ad un elevato rischio sismico, a fenomeni atmosferici particolari, come quello dell’inversione termica, che impedisce il ricambio dell’aria. L’iter per le autorizzazioni della centrale ha, come di consueto, viaggiato in autonomia rispetto a quelli degli altri cinque lotti. Per avviare i lavori della centrale manca ormai solo la firma del governo. Si potrebbe discutere sul senso di costruire una centrale di compressione e spinta, quando non si hanno ancora le autorizzazioni definitive per costruire gli impianti che dovranno portare il gas a quella stessa centrale e quindi, in teoria, non si sa ancora se quel gas arriverà o meno. Le risposte possibili, crediamo, siano solo di due ordini, nessuno dei quali rassicurante. Da una parte, avviare la centrale potrebbe accelerare le autorizzazioni per il gasdotto, influenzare le valutazioni di impatto ambientale e ridurre in questo modo la capacità di opposizione delle popolazioni nei confronti dell’opera: i giuristi chiamano questi processi «forza normativa del fattuale», la risposta legislativa e legittimante a processi in atto al di fuori di un contesto normativo. Dall’altra potrebbe trattarsi di mera speculazione e, se la centrale si dovesse fare e il gasdotto no, quella diventerà semplicemente una delle tante vestigia post-industriali abbandonate che costellano il territorio italiano ed europeo, la cui periodica «rigenerazione e riqualificazione» rappresenta solamente l’autorizzazione pubblica all’anarchia della speculazione privata. Tertium non datur.

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