Il futuro del teatro: le età dell’uomo

di Rodolfo Sacchettini

illustrazione di Anke Feuchtenberger

 

Tutto il mondo è un palcoscenico. E tutti gli uomini e tutte le donne non sono che attori, con le loro entrate, le loro uscite… E ciascuno nella vita recita molte parti, ed i suoi atti sono sette età… così fa dire Shakespeare al poeta Jacques in Come vi piace. E poi chiuderà il cerchio, dicendo che il teatro è lo specchio del mondo. Teatro e teatralità, vita e finzione… in quattro secoli lo specchio si sarà rotto mille volte, eppure il discorso tiene, resiste, continua a interrogare. Ribaltiamo per una volta i termini, lasciamo da parte lo specchio e osserviamo il potenziale Narciso che, come ricordava Carmelo Bene, è un mito tragico, che poco ha a che fare con la civetteria. Impossibile, in astratto, definire lo spettatore che decide di immergersi nel teatro per conoscere se stesso, ma è invece ipotizzabile ragionare su quale sia lo spettatore che si reca a teatro e genericamente comprenderne la motivazione, che di solito ha origine da fatti concreti e contingenti. E soprattutto comincia a diventare interessante capire se le sette età dell’uomo si specchino nel teatro. Si dovrebbe compiere un’analisi demografica precisa del pubblico. Sul fronte del “consumo culturale”, quanto ai media maggiori (tv, radio…), lo si fa da tempo, e i risultati a volte non sono scontati. Sorprende per esempio che da pochi anni a questa parte siano iniziate a comparire campagne pubblicitarie molto specifiche (pannolini e dentiere nelle ore e nei programmi più inaspettati…). 

In sintesi l’impressione più forte è questa: i consumi culturali riguardano sempre di più due sole generazioni gli under 18 e gli over 65. È da tempo che il pubblico si caratterizza per questi dati anagrafici, ma adesso la forbice si apre in maniera clamorosa. L’età del lavoro ha perso tempo. E andare a teatro richiede organizzazione, denaro, impegno. La crisi degli ultimi dieci anni e le abitudini mutate con la rivoluzione digitale e le televisioni satellitari, spingono a rimanere a casa. Il tempo libero è mangiato da altre attività. Nell’età del lavoro si va a teatro o si fruisce di consumi culturali spesso per motivi di lavoro. Chi lavora nella cultura consuma cultura, ma “gli altri” paiono farsi in numero sempre più ridotto. Complice la crescente necessità economica del botteghino, oggi gli over 65 iniziano a diventare gli interlocutori e i clienti più forti, con un possibile sbilancio dell’offerta generale. Quale teatro per gli under 18? Quale teatro per gli over 65? Possibili intersezioni? E per gli altri?

Questi che seguono sono sintetici appunti che non hanno alcuna pretesa, se non quella di condividere qualche inquietudine e di provocare un po’ di ronzio, sollecitando analisi più approfondite.

 

  1. Infanzia

Prima il bambino, che vagisce e sbava in braccio alla nutrice…

Nel mercato editoriale il settore dell’infanzia, così sostenuto dagli addetti ai lavori, è sostanzialmente l’unico che, nonostante la crisi economica, continua a “tirare”. I genitori per i loro figli tornano a spendere. E il discorso può valere anche per il teatro. La scena pensata per i più piccoli è forse in una fase di passaggio. Da una parte la crisi delle scuole, dall’altra un’attenzione nuova anche di altri artisti e compagnie, che arricchiscono il settore storico del teatro ragazzi. Qualcosa cambia e si rinnova. Si sperimentano forme inedite anche per i piccolissimi e si incrociano le esperienze in dialogo con altre arti (musica, arti visive, cinema, radio…). Sia nel pubblico (quando resiste), sia nel privato, c’è un’attenzione nuova. Il problema è che il sistema è sempre più fragile ed è quindi il pubblico dei bambini ad essersi spezzato. C’è chi segue cento laboratori, è sollecitato con mille stimoli, e partecipa ad esperienze evolute e raffinate, ma c’è una fetta crescente di bambini che non ha mai messo piede in un teatro. Le strade cominciano a separarsi molto presto.

 

  1. Età scolare

Poi il piagnucolante scolaro, con la sua cartella, il viso fresco e mattutino, che striscia con passo di lumaca verso la deprecata scuola…

Gli under 18 si muovono per lo più all’interno del rapporto storico che lega il teatro e la scuola. Più o meno tutti abbiamo fatto esperienza dello spettacolo mattutino realizzato appositamente per le classi, le famigerate matinée. Dall’evasione al divertimento, dalla scoperta al chiasso, dalla noia all’incomprensione, a ognuno il proprio ricordo. Fino a una decina di anni fa dicevamo: “basta portare questi poveri studenti a sorbirsi brutti pirandellacci di provincia nell’illusione scolastica che provino il brivido della modernità, confrontandosi con il teatro nel teatro; facciamo conoscer loro un teatro vivo, innovativo, selvatico”. Oggi un discorso di questo tipo inizia a fare acqua, almeno per due motivi: primo perché non è più scontato far uscire i ragazzi da scuola e far loro incontrare il teatro (dunque sono messe in discussione perfino le premesse), sia per motivi burocratici, sia per una regressione istituzionale generalizzata; in secondo luogo perché la scena “altra” si è infiacchita e a volte è meglio riuscire a far conoscere, con umiltà, un buon testo (quando è ben rappresentato), che, se non si è accompagnati da mediatori culturali che possano favorire l’esperienza del teatro, rischiare di perdersi in operazioni che possono risultare molto confuse.

 

  1. Adolescenza

Poi l’innamorato, sospiroso come una fornace con la sua melanconica ballata a gloria delle ciglia della sua bella…

Che le nuove generazioni stiano disertando i canonici luoghi di spettacolo inizia ad essere una analisi condivisa. Prova ne sono le iniziative, anche meritorie, di Comuni, Regioni, Fondazioni bancarie, Teatri, Ministeri, che facilitano l’accessibilità, abbattendo i prezzi dei biglietti. Si punta sull’abbassamento dei costi e sulla comunicazione. Di solito ci si dimentica, e non è poco, di investire su operatori e mediatori, facendo prevalere la campagna mediatica. Ma lo sforzo c’è. A volte si aggirano le scuole per parlare direttamente ai ragazzi.  Qualcosa si muove. Il Mibact si è inventato il “Bonus Cultura” di 500 euro per i nuovi diciottenni. Contrariamente alle aspettative pare che l’iniziativa non sia andata bene (poco più della metà dei diciottenni hanno aderito), un po’ perché il sistema burocratico-informatico di accreditamento si è rivelato, neanche a dirlo, infernale, un po’ perché molti studenti alla prospettiva di poter spendere una cifra non piccola in libri, musei, cinema, teatri… sono rimasti indifferenti. È come se avessero detto: ma a noi, alla fine, di tutta questa (vostra) “cultura” che cosa interessa? Una prospettiva che, se si pensa anche solo al potere attrattivo del consumo creativo-culturale, quindici o venti anni fa non sarebbe stata pensabile. Che conseguenze trarne?

 

  1. Giovinezza

Poi il soldato, facile alla bestemmia straniera e baffuto come un leopardo, puntiglioso sull’onore, pronto e violento alla lite, sempre in cerca di una gloria vana fin sulla bocca del cannone.

La categoria dei “giovani” nasce più o meno negli anni Sessanta. I venti-trentenni da allora in poi sono stati uno specifico motore politico, culturale ed anche economico. Il “Nuovo Teatro”, cioè il movimento largo che ha rinnovato l’arte scenica seguendo una molteplicità di estetiche, ma sempre in antagonismo con la parte cosiddetta “ufficiale”, è segnato dal succedersi di generazioni di giovani. Oggi però i “giovani” – sul numero intero della popolazione percentualmente sempre meno rilevanti – paiono privi (o privati) non solo dell’idea di futuro (come un po’ tutti), ma di un senso di appartenenza generazionale che li sostenga anche nel presente. Si preferisce ballare e lottare da soli, nell’illusione che sia più facile. Sfuma la competizione tra generazioni. È il compagno di strada il primo concorrente. Ci si affida perciò tutt’al più alle reti familiari che, malamente, continuano a rappresentare l’unica trama di riferimento. La disgregazione riguarda perciò anche la difficoltà di un racconto più complessivo della propria generazione, una rappresentazione culturale. Probabilmente oggi, guardando alla storia del teatro degli ultimi cinquant’anni, si assiste per la prima volta a un vuoto. Provocatoriamente si può dire che a teatro (ma forse il discorso può valere per molti altri settori) i venti-venticinquenni non ci sono più: sono spariti sia dal palcoscenico sia dal pubblico. Sono fuggiti altrove. Dopo l’ultima emersione a metà degli anni zero (Teatro Sotterraneo, Menoventi, Muta Imago, Fibre Parallele…), oggi, dieci anni dopo, non ci sono nuovi gruppi giovani. Le cose che nascono, al di là dei casi singoli, sono più che altro fenomeni espressivi, dal carattere amatoriale, poco vincolati a vicende teatrali. I ventenni che frequentano i teatri sono spettatori, ma non riescono a farsi pubblico, cioè a essere portatori di una domanda differente e specifica. La scomparsa dei giovani da alcuni luoghi è la constatazione più evidente di un fenomeno ancora più grande che riguarda in generale la scomparsa del pubblico, sia perché diminuisce, sia perché la sua domanda si fa generica o del tutto individuale.

 

  1. Maturità

Poi il giudice, con la sua rotonda pancia sazia di un buon cappone, sguardo severo, barba ben tagliata, pieno di sagge massime e di luoghi comuni, e così recita la sua parte.

A pancia piena il teatro può trasformarsi in ottimo digestivo, a volte facendosi moderatamente pensoso, a volte ricercando gag e sketch che strappino qualche rassicurante risata. Chi ha fame a teatro ci va di malavoglia, perché è convinto di trovarci solo qualche briciola. Ma anche a pancia piena sarebbe augurabile che si ripensasse a un servizio migliore. Ciò di cui poco si parla è ad esempio la necessità di una riflessione seria sul repertorio. Invece di proporre, o riproporre, sempre gli stessi testi e gli stessi autori, i teatri potrebbero pensare a produzioni di opere un po’ meno note e altrettanto curiose, cercando ganci con domande vive che interroghino i classici. Produrre oggi Pirandello o Goldoni o Shakesperare o una tragedia greca non dovrebbe essere la stessa cosa. Bisognerebbe al contempo ragionare su una tradizione registica e attoriale di “mestiere” che pare in via d’estinzione, sopravvivendo qua e là, ma in maniera fragile. Quanti sono oggi i registi capaci di mettere in scena un testo senza sbavature ed evitando improbabili re-interpretazioni? Quanti sono gli attori che sanno restituire un testo, una storia, un personaggio, senza birignao, automatismi o superficialità? Potrebbe essere una strada da affrontare seriamente: recuperare un teatro di parola, con testi antichi e nuovi, che sappia trasmettere un pensiero, una domanda, un racconto. Un teatro “borghese”, ma dignitosamente borghese.

 

  1. Senilità

La sesta età lo muta nel magro e squallido Pantalone, con le sue pantofole, gli occhiali sul naso e la borsa al fianco; e le calze della gioventù, ben conservate, sono troppo larghe per le sue gambe ischeletrite, e la sua voce, un tempo robusta, ora sibila e geme. La scena finale, l’ultima di questa strana e avventurosa storia è la seconda infanzia e il totale oblio, senza più denti, senza vista, senza gusto, senza più niente.

Maestri del teatro hanno più volte ripetuto che gli spettatori si dovrebbero chiedere se si sentono migliori, peggiori o terribilmente uguali, dopo essere andati a teatro. Lo spettacolo ha fornito nuove forme interpretative del reale o è andato a confermare o consolidare le convinzioni di partenza, i luoghi comuni? È stato detto pure che il regista e l’attore dovrebbero porsi nella situazione estrema di pensare agli spettatori come fossero ormai prossimi alla morte. Le due ore di spettacolo sono state necessarie? È valsa la pena passare le ultime ore della propria vita a teatro? Un artista, con questa enorme responsabilità addosso, che cosa dovrebbe proporre? Naturalmente siamo nel campo del paradosso, l’immagine va interpretata come esortazione a ricercare un teatro realmente necessario, che scavi in direzione di una qualche verità, si ponga domande radicali ed eviti le facili evasioni. Ma proviamo a uscire fuori dalla metafora e caliamoci in una realtà che, anch’essa estremizzata, preveda un pubblico nettamente anziano. Basta andare sul sito dell’Istat per capire che le prospettive in Italia non sono poi così diverse. Prendiamo l’indicatore di vecchiaia, un calcolo statistico usato spesso in demografia per descrivere in maniera approssimativa, ma chiara, il peso della popolazione anziana. L’indicatore di vecchiaia mette in rapporto la popolazione dai 65 anni in su con quella più giovane (under 14). Quando i valori sono superiori a 100, significa che c’è una presenza maggiore dei soggetti anziani. Nel 1961 l’indicatore è del 38,4; nel 2011 del 144,5, che rappresenterebbe circa il 20% della popolazione; nel 2065 gli over 65 supereranno il 30% della popolazione, cioè 1 su 3. Dentro il paradosso della realtà forse il discorso per il teatro dovrebbe dunque capovolgersi ancora. Di fronte a una platea che si fa sempre più anziana che margini di novità possono esserci? Soprattutto sul piano delle forme e degli immaginari di riferimento la ricerca si rallenta e si limita, prevalendo la nostalgia, il piacere del riconoscimento. Non si tratta, è ovvio, di ragionare sullo spettatore singolo, bensì di guardare a un insieme di persone. E soprattutto di immaginare gli atteggiamenti di chi produce volontariamente per il pubblico più adulto, seguendo le regole della “domanda”. Se si guarda a quanto ha fatto e sta facendo la televisione sull’ideazione dell’intrattenimento per gli anziani, non c’è da stare allegri: programmi nostalgici, ripetitivi, per lo più vacui, conservativi, da tenere come rumore di sottofondo più che da guardare. Per il teatro il rischio, già ampiamente in corso, è che si precipiti sempre di più in questa modalità televisiva che prevede uno spettacolo che debba distrarre dolcemente, riconciliare lo spettatore con la vita, consolare, ma con poco mestiere, in economia e seguendo regole soporifere.

La prospettiva, senza scatti d’orgoglio, sarà lasciarsi lentamente coinvolgere da un’idea senile del teatro e della cultura, depotenziati di senso, compiacenti, un midcult invecchiato, in esaurimento. Tutt’al più prevarranno le ragioni del rito sociale, che comunque, nella disgregazione diffusa, non sono nemmeno così tanto da deprecare. Ma che tipo di teatro sarà questo?

 

  1. Conclusioni provvisorie

Rimane sempre da indagare il rapporto mobile e conflittuale tra pubblico e artista. Il Novecento teatrale, il secolo delle avanguardie, è stato in fin dei conti anche l’invenzione di un pubblico minoritario e intergenerazionale. In un certo senso sono stati gli artisti e le compagnie a “inventarsi” il proprio pubblico, prima come riferimento ideale al proprio operare, poi concretamente nello svilupparsi del lavoro. Il crinale sul quale stiamo camminando, secondo alcuni, consisterebbe nell’esaurimento di questa prospettiva, con il pubblico adesso a imporre i propri rappresentanti, o per meglio dire, nella maggioranza dei casi, con il pubblico piegato alle imposizioni mainstream. Masscult, midcult e ora mainstream… cultura come manipolazione o come liberazione? Tra i tanti dubbi e nel mare magnum delle offerte, questa domanda forse potrebbe diventare utilmente discriminante per giudicare e scegliere.

Se la polarizzazione dell’età complessiva del paese è un dato importante e da tenere presente nelle sue molteplici implicazioni, nella cartografia del futuro i fattori discriminanti potranno essere molti altri, tra i più prevedibili e già in corso: il radicale cambiamento nella composizione della popolazione, sempre più varia e meticcia, e la polarizzazione tra ricchi e poveri, che potrebbe diventare ancora più clamorosa, con il nascere, in entrambi casi, di nuove necessità ed esigenze, anche culturali ed espressive.

 

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