Bolivarismo venezuelano

illustranzione di Onze

Questo articolo è un’anticipazione del numero estivo degli Asini.

di Lucia Capuzzi

Se – come sostiene lo scrittore Roberto Bolaño – l’America Latina è stata il “manicomio d’Europa”, il Venezuela ne è indubbiamente il reparto sfuggito alla dismissione. La “lunga crisi” di Caracas è un concentrato di nodi irrisolti, nuove istanze, equilibri geopolitici mutevoli, retorica ottocentesca in bocca a personaggi da realismo magico. Ingredienti che rendono difficile per media ed esperti del Vecchio Continente districarsi. Le letture manichee abbondano. Da una parte, i giornali conservatori e liberal – in un’insolita alleanza – dipingono il governo come l’ultima dittatura comunista e l’opposizione, frammentata in una molteplicità di 15 partiti, dai più differenti programmi e propositi, come “paladina” della libertà. Dall’altra, i media più spiccatamente di sinistra interpretano la crisi come un “deja vu” del pre-golpe cileno quando, negli anni Settanta, gli Usa alimentarono gli scioperi per indebolire l’esecutivo socialista di Unidad Popular e, poi, sostennero l’intervento feroce di Augusto Pinochet. Non sempre, tali interpretazioni vengono fatte in malafede. Del resto, lo stesso Bolaño ammetteva di aver avuto sempre un problema con il Venezuela. Per ragioni “linguistiche”. Il popolare autore cileno-messicano giocava su paradossi e assonanze tra il nome del Paese e le sue vicende storico-politiche-letterarie. Anche alla radice del “desencuentro”, cioè incomprensione, tra analisi europea – e in particolare italiana – e complessità del caos venezuelano c’è un problema terminologico.
A che cosa corrisponde il “bolivarismo”, ovvero il sistema creato da Hugo Chávez a partire dal 1999 e, alla morte di quest’ultimo, proseguito maldestramente dal successore Nicolás Maduro? Perché è arrivato al capolinea e, nonostante ciò, l’agonia fatica a trasformarsi in morte naturale?  Come mai l’opposizione – riunita nella Mesa de Unidad Democrática (Mud) – non riesce a dargli il “colpo di grazia” nonostante la gravissima crisi politica ed economica?
Dal 4 aprile, le manifestazioni contro Maduro si sono fatte quotidiane. L’opposizione è determinata ad andare avanti fino a quando il governo non convocherà nuove elezioni. Quest’ultimo non cede. Nel frattempo, decine e decine di persone sono morte a causa della mano pesante delle forze di sicurezza per sedare i cortei. A innescare la miccia della protesta è stato l’intento di Maduro, consumato dieci giorni prima, di esautorare il Parlamento, controllato dalla Mud. Il passo indietro dell’esecutivo non è bastato a far sbollire una rabbia che s’è andata accumulando in anni. Quello che si sta consumando in piazza è l’ultimo atto di un conflitto di lungo corso. Tra i due modelli “classici” della politica latinoamericana: populismo antiliberale e liberalismo antidemocratico (in cui quest’ultimo termine va inteso in un senso sostanziale più che formale). Un confronto che in Venezuela s’è acutizzato negli anni Novanta. Cioè quando la Guerra fredda – e i suoi “danni collaterali” nel Sud del mondo – era ormai archiviata, nonostante nel Continente sopravvivesse, non proprio in modo brillante, l’isola della Revolución: Cuba. Sul crinale di questo passaggio d’epoca si colloca Hugo Chávez che ne è prodotto e acceleratore.  

Il nuovo Bolívar
Nel febbraio 1989 il Muro di Berlino era ancora in piedi. Non lo sarebbe rimasto a lungo. Ma questo il mondo non poteva prevederlo. Tanto meno Caracas che, all’epoca, aveva problemi più urgenti da risolvere. I prezzi del petrolio – principale risorsa del Paese che ha le riserve maggiori del mondo – continuavano a scendere. Per dare una boccata d’ossigeno all’economia, il presidente socialdemocratico Carlos Andrés Pérez aveva patteggiato un nuovo pacchetto di “riforme” con il Fondo monetario internazionale (Fmi) basate sul principio del rigore di bilancio. La spesa pubblica e i sussidi per i poveri – all’epoca l’80 per cento della popolazione – furono tagliati con l’accetta. Nel frattempo i prezzi dei servizi e perfino della benzina salirono alle stelle. Il 27 febbraio, una folla esasperata si riversò per Caracas per protestare contro un’élite politica corrotta a cui venivano imputati i mali nazionali. I dimostranti – esponenti delle classi popolari e dei ceti medi – non avevano tutti i torti. Dal 1958, al termine della dittatura di Marco Pérez Jiménez, un patto tra i principali partiti nazionali – democristiani e socialdemocratici –  aveva permesso una ripartizione “consensuale” del potere e della rendita petrolifera. Con annessi meccanismi distributivi basati su clientelismo e aiuti compensatori. Questi ultimi garantirono una discreta stabilità al Paese. Almeno fino a quando il prezzo del greggio cominciò a diminuire. E con esso la capacità dello Stato di garantirsi il consenso attraverso i sussidi. La rivolta di Caracas o “Caracazo” fu la conseguenza dell’incepparsi di tale ingranaggio. Ogni riferimento alla crisi attuale non è puramente casuale. Non è nemmeno necessario scomodare Marx per vedere come la storia si ripeta, con contorni farseschi. In questo clima convulso, è entrato in scena il pará Hugo Chávez, militare, ammiratore dell’eroe dell’indipendenza Simón Bolívar, anti-politico dalla personalità debordante. Chávez si è proposto di risolvere i problemi venezuelani con uno dei metodi latinoamericani classici: il golpe. Il fallimento di quest’ultimo e la breve detenzione, non hanno spento le ambizioni politiche del futuro “caudillo”. Quest’ultimo ha deciso, però, di ricorrere al “piano b”, ovvero all’altro sistema politico tradizionale di conquista del potere in voga in America Latina: la retorica – seguita dalla pratica – populista. Alle elezioni del 1998, Chávez ha dato fondo all’arsenale dell’antipolitica classica. In contrasto con le vecchie formazioni corrotte e incapaci, responsabili di aver accumulato immense fortune ai danni del popolo, di cui avevano tradito la fiducia, l’ormai ex pará si è presentato come l’uomo nuovo, l’outsider, determinato a “salvare” la democrazia in agonia in nome del popolo. Fin qui niente di troppo originale. Il punto è che sulla “pars destruens”, Chávez non aveva torto: la pseudo-democrazia consociativa venezuelana – forgiata sul modello della vicina Colombia – era stata incapace di garantire i diritti fondamentali, civili e sociali, della maggior parte dei cittadini. Il rito elettorale non era seguito da un potere di incidenza reale nelle scelte politiche. Per questo, la maggior parte considerava inutile tanto il voto quanto i propri rappresentanti. Chávez, dunque, ha avuto gioco facile non solo a vincere. Bensì, una volta diventato presidente, non ha incontrato grossa opposizione, se non da quei pochi che ne avevano beneficiato direttamente, nella successiva demolizione del “vecchio sistema”. Anzi, le prime riforme del sistema giudiziario del 1999 sono sembrate rispondere effettivamente a una necessità di rafforzare l’indipendenza della magistratura. Ben presto, però, la tensione tra la “volontà popolare” – di cui Chávez si è autoproclamato unico, legittimo interpretare –  e i contrappesi istituzionali propri di una democrazia, per quanto malandata, si è fatta stridente. Il presidente l’ha risolta svuotando questi ultimi, senza mai negarli. Un’opzione tipicamente populista. L’analista olandese Cass Mudd definisce il populismo come una risposta democratica non liberale al liberalismo non democratico. Tale formula aiuta a comprendere l’ascesa del chavismo. Il punto, però, è che nel suo modus operandi, il leader populista non favorisce il passaggio da una democrazia formale a una più sostanziale. Poiché elimina, più o meno direttamente, i meccanismi che dovrebbero garantirla. La soluzione del problema del deficit democratico, precedente al populismo e sua origine, viene solo rimandato. E i caudillos, “salvatori” delle democrazie latinoamericane, diventano complici del loro assassinio. In questo, Chávez non ha fatto eccezione.  Le sue riforme – la nuova Costituzione, tuttora vigente, la possibilità di rielezione indefinita, la creazione di poteri paralleli, in ambito poliziesco, sindacale, politico, a quelli tradizionali – hanno reso le istituzioni vuoti simulacri. La compressione di diritti civili classici sono state evidenti: dalle multe e ritiro delle licenze ai media critici, ai licenziamenti arbitrari di funzionari poco compiacenti, fino agli arresti arbitrari di rivali politici.
L’essersi affermato nella stagione del post-Guerra fredda, in un contesto internazionale più complesso e instabile per i contraccolpi della globalizzazione, ha impresso, tuttavia, al populismo venezuelano delle caratteristiche uniche. Chávez si è inserito nelle contraddizioni del mondo multipolare e negli squilibri tra Nord e Sud, ha saputo sviscerarle e denunciarle, acquistando un prestigio inedito per i caudillos tradizionali. Eppure l’ex pará è rimasto, per molti aspetti, un leader Ottocentesco. Il fautore del “socialismo del Ventunesimo secolo” era convinto che la storia fosse il prodotto delle imprese di un pugno d’eroi. Come Bolívar, alla cui “spada” s’è metaforicamente aggrappato nei 14 anni di governo. Certo, Chávez ha ampliato il “pantheon” politico di riferimento con rivoluzionari più recenti dell’epopea latinoamericana, a cominciare dal vecchio Líder Máximo Fidel Castro. Il bolivarismo, del resto, è sempre stato un ibrido, dai contenuti mutevoli e spesso contradditori. A unificarlo, la persona del proprio artefice. Oltre a un’ingente dose di carisma personale e la fedeltà delle Forze armate, divenute l’asse portante del sistema, Chávez aveva a disposizione uno strumento chiave per portare avanti il suo programma: i soldi del petrolio. Con il prezzo del greggio moltiplicato per sette nei primi anni del Duemila, rispetto al decennio precedente, il presidente ha potuto aggiudicarsi il controllo della macchina economica, neutralizzando l’élite tradizionale a colpi di nazionalizzazioni: 1.163 in totale Ma sono stati soprattutto i sussidi a trasformare Chávez, agli occhi della gran parte di popolazione dimenticata nei decenni precedenti, nell’eroe del popolo. Le “misiones”, campagne di aiuto governativo, in effetti, sono riuscite a ridurre la povertà di venti punti percentuali e a dimezzare l’analfabetismo. Garantendo, al contempo, al presidente la fedeltà incondizionata dei beneficiari, cioè una quota consistente della popolazione. Al club dei sostenitori, si sono sommati poi i “boliburgueses”, cioè la nuova élite che ha accumulato fortune in termini di incarichi nelle imprese statalizzate, grazie alla vicinanza con l’esecutivo. Parallelamente alla macchina amministrativa – due milioni di funzionari pubblici in più – è lievitata la corruzione, a discapito della qualità aziendale. La capacità produttiva s’è contratta, costringendo il Paese a importare praticamente tutto, dal cibo ai manufatti. Poco male fin quando c’è stato l’oro nero con cui fare acquisti. Quando, però, come nel decennio precedente, i prezzi del greggio sono crollati, l’intera impalcatura ha cominciato a scricchiolare. Chávez non se n’è preoccupato fino alla fine. Non rientrava nella sua forma mentis. L’autoproclamato erede di Simón Bolívar non ha mai concepito il futuro del Venezuela senza se stesso al comando. Sognava – lo ha detto più volte – di celebrare il 200esimo anniversario della morte del suo eroe al Palazzo di Miraflores. Ancora, nel 2012, prostrato dal cancro e quasi in fin di vita, Chávez ha combattuto per strappare la vittoria al rivale, Henrique Capriles. Da buon personaggio shakespeariano, il caudillo è morto, il 5 marzo 2013, sul campo di battaglia, con le armi della retorica in pugno. Mentre nuvole nero petrolio s’addensavano sull’orizzonte nazionale.
 
Maduro, l’uomo senza qualità
Perfino i più acerrimi nemici, gli hanno sempre riconosciuto un carisma magnetico. Chávez- “l’incantatore”, lo chiamavano. Dote che non possiede il suo successore: Nicolás Maduro. Ex autista di bus, sindacalista prestato al partito, il “delfino” è un personaggio grigio, dal basso profilo politico. L’unico merito indiscusso – agli occhi del popolo bolivariano – è quello di essere stato sempre un fedelissimo del defunto leader. Ragione per cui quest’ultimo ha deciso di indicarlo come erede, nell’ultimo discorso, il 12 dicembre 2012. Volontà a cui il resto del Partito socialista unido por el Venezuela (Psuv) – così si chiama il partito chavista – come di consueto, s’è adeguato. Candidandolo alle presidenziali del 14 aprile 2013. Vinte per una manciata di 235mila preferenze contro l’eterno secondo Henrique Capriles, rappresentante dell’opposizione riunitasi nella Mud. Duro per una leadership così debole e incolore affrontare lo tsunami economico provocato dal crollo del prezzo internazionale del petrolio. Dal 2013, la contrazione è stata costante, fino al picco negativo dell’inizio 2016: un barile è arrivato a costare meno di trenta dollari. Attualmente non raggiunge i cinquanta, meno della metà del valore avuto nell’età dell’oro del chavismo. Un colpo basso per qualunque Paese petrolifero. Nel caso venezuelano – in cui la diversificazione è quasi inesistente – si è trattato di un ferita letale per l’economia e l’impalcatura politica da essa sostenuta. La mancanza di liquidità ha costretto il governo a ridurre le importazioni. Dato che la produzione nazionale è alquanto dissestata, negli ultimi anni, nei negozi hanno cominciato a scarseggiare i beni di prima necessità. Fino all’attuale semi-assenza di cibo e medicine. Mentre il prezzo dei pochi articoli disponibili è salito alle stelle. Per l’anno in corso, il Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede un’inflazione di oltre 1.600 per cento. La situazione sociale è disperata: tutti, tranne una sparuta élite che accede ai dollari controllati dall’esecutivo, sono costretti a code estenuanti per procurarsi gli alimenti base. Senza alcuna garanzia di trovarli. Il numero di persone che rovista nelle spazzature è in crescita. I bambini delle baraccopoli svengono a scuola per il prolungato digiuno. Gli ospedali pubblici rimandano i pazienti a casa per l’impossibilità di curarli data l’assenza di medicine, cotone, aghi sterili, sutura.
Dal 6 dicembre 2015, quando alle politiche l’opposizione ha ottenuto la maggioranza in Parlamento, nel Paese, inoltre, è in corso una “guerra civile istituzionale a bassa intensità”. Lo scontro fra i due poteri – esecutivo e legislativo – è stato costante. Le leggi approvate dall’Assemblea sono state sistematicamente invalidate dalla Corte Suprema, fedele al presidente. Mentre i parlamentari hanno più volte cercato di sottoporre Maduro alla procedura di impeachment. Il tentato colpo di mano di quest’ultimo per liberarsi di un’Assemblea scomoda ha fatto esplodere la tensione latente. La Mud, messa alle strette, è ricorsa alla piazza. Dando vita a una serie di manifestazioni di protesta. Del resto, l’esecutivo le aveva lasciato pochi margini di azione. L’anno prima, Maduro aveva bloccato il referendum con cui l’opposizione voleva chiederne le dimissioni. Una possibilità prevista nella Costituzione del 1999, fortemente voluta da Chávez. In base a quest’ultima, oltrepassata la soglia di metà mandato, i cittadini – con una doppia raccolta di firme – possono convocare una consultazione sull’operato del presidente. Quest’ultimo è costretto a lasciare se i voti contro di lui equivalgono o superano quelli ottenuti per la vittoria. Il Consiglio elettorale ha, però, inficiato il procedimento prima che potesse arrivare a compimento. Mesi dopo, dunque, è bastata una scintilla perché la rabbia accumulata esplodesse. Le manifestazioni hanno provocato un’ulteriore radicalizzazione nel governo. Il primo maggio, il presidente ha annunciato la convocazione di un’Assemblea costituente “chavista” per riscrivere la Carta fondamentale, voluta tra l’altro, da Chávez. Oltre la metà dei 500 delegati sarà scelto all’interno delle organizzazioni comunitarie, dove il bolivarismo domina. Non sorprende, dunque, che la Mud abbia respinto l’idea al mittente. Mentre il braccio di ferro si fa, ogni giorno, più estenuante.
 
Un malato terminale?
La carta dell’Assemblea Costituente, come il tentato esautoramento del Parlamento, sono state le ennesime mosse a casaccio di un governo incapace di gestire la crisi. Maduro ne ha fatte molte: dal tentativo di nascondere la recessione, all’offensiva contro “l’accaparramento” di beni da parte di un’imprecisata fronda golpista, alle gabole sul referendum. Nonostante questo il suo governo traballa ma non cade. Almeno per ora. A che cosa si deve una simile resistenza? Secondo il politologo statunitense Steven Levitsky, il paradosso venezuelano consiste nel fatto che il chavismo è troppo autoritario per convivere con istituzioni democratiche. Al contempo, però, esso è troppo debole per poterle abolire senza collassare. La battaglia, dunque, va avanti con estenuanti tira e molla. Almeno fino a quando non si consumerà la rottura del fronte interno al bolivarismo. Quella che gli analisti definiscono “frattura dell’élite al potere”: il processo in base al quale i rampolli più influenti si smarcano dalla leadership, mettendo quest’ultima con le spalle al muro e costringendola al cambiamento. In parte, il fenomeno è già in atto. Dallo “strappo sul Parlamento”, alcuni funzionari di spicco hanno cominciato a esprimere posizioni critiche sull’operato del governo. E quest’ultimo non ha potuto metterli a tacere poiché sono cassa di risonanza di un malessere diffuso. Capofila di tale “presa di distanza” è la procuratrice generale, Luisa Ortega, ex fedelissima di Hugo Chávez e attuale spina nel fianco di Maduro. Il magistrato si è schierato apertamente contro il tentativo di imbrigliare il Parlamento. Non contenta ha cominciato a criticare l’idea dell’Assemblea costituente. Ortega, però, non si limita alle parole. La procuratrice ha presentato una serie di esposti contro le misure dell’esecutivo. Le istanze sono state respinte al mittente. Anzi, il Tribunale supremo sta cercando di destituire il magistrato ribelle. Che, nel frattempo, tira dritto. Segno che la sua non è una defezione isolata.
La principale preoccupazione di Maduro è costituita, tuttavia, dalle Forze armate. Più volte, l’opposizione ha fatto appello a queste ultime per ripristinare l’ordine costituzionale. Non si è trattato di mere boutade. Se Chávez poteva contare sul sostegno massiccio dei propri ex compagni d’armi, Maduro ha un rapporto ambivalente con i militari. Da una parte, questi ultimi hanno ricevuto enormi privilegi dal presidente. Il governo ha affidato loro, dallo scorso luglio, il controllo e la gestione degli approvvigionamenti in tempo di crisi. La militarizzazione della produzione e della distribuzione non ha risolto la penuria di cibo e farmaci. Ha, però, legato le sorti dell’esercito a quelle del traballante leader. Ricucendo lo strappo che si era creato qualche mese prima. Nel dicembre 2015, il ministro della Difesa, Vladimir Padrino López si è affrettato a riconoscere la vittoria dell’opposizione alle politiche, stroncando sul nascere ogni eventuale tentativo di ribaltone. Un duro colpo per Maduro che ha dovuto, però, far buon viso a cattivo gioco. Anzi, il presidente ha provato a blandire le Forze armate. La strategia non ha, comunque, evitato ulteriori intemperanze dei vertici militari. Quando il governo ha cercato di esautorare il Parlamento, il Consiglio di difesa gli ha “consigliato” il passo indietro. La situazione, troppo deteriorata, ha provocato un cambio di “paradigma” nell’esecutivo. La risposta è arrivata il 20 giugno con il “riassetto” dei vertici delle Forze armate. I comandanti dell’esercito e dell’aviazione sono diventati Jesús Suárez Chourio e Iván Hidalgo Terán, fedelissimi del numero due del chavismo, Diosdado Cabello. A lungo rivale di Maduro, quest’ultimo è considerato l’uomo di ferro del sistema, leader della componente più radicale, il solo in grado di farlo restare in piedi. Padrino López – considerato il “complice” della vittoria della Mud alle parlamentari – è l’unico ad essere rimasto al suo posto. Il generale ha perso, però, il comando operativo, affidato all’ammiraglio Remigio Ceballos Ichaso. Per la prima volta, a ricoprire l’incarico sarà un esponente della Marina, privilegiata rispetto all’esercito. Segno che il tradizionale puntello del governo risulta ora meno stabile. E che Padrino López fa paura: se non si può destituirlo, per non spingerlo tra le braccia degli anti-bolivariani, almeno va tenuto sotto controllo. La mossa può avere effetto fino a quando l’élite chavista non percepirà che la presa di distanza più vantaggiosa è del sostegno, in termini di vantaggi politici ed economici. Finora, non è ancora avvenuto. Anche per le laute prebende corrisposte, in particolare grazie all’accesso ai dollari. Questi vengono acquistati al cambio ufficiale con la moneta nazionale, il Bolívar, a prezzi relativamente bassi. Per poi essere rivenduti al mercato nero a cifre esorbitanti. Il crescente isolamento internazionale, il clamore della piazza, il deterioramento dell’economia rendono, tuttavia, il gioco sempre più rischioso. Prolungarlo all’infinito non è praticabile. La domanda è chi farà saltare il banco per primo. I militari? La dissidenza all’interno dell’esecutivo per preservare l’eredita del defunto leader? L’ala più intransigente per spazzare via definitivamente ogni simulacro di democrazia? L’opposizione?
 
Papa Francesco, una voce di dialogo fuori dal coro
L’unico punto su cui l’intero arco politico venezuelano è d’accordo è l’inevitabilità dello scontro. Dello stesso parere sembra pure l’opinione pubblica internazionale. Con qualche, significativa eccezione. Tra cui spicca quella di papa Francesco, tra i più accaniti sostenitori di una soluzione diplomatica alla crisi di Caracas. Bergoglio è un’autorità morale per credenti e non credenti. Ma è pure – e l’ha dimostrato con dossier particolarmente tosti come Cuba o la guerra colombiana – un abile negoziatore. Perché non disdegna il piccolo risultato, senza rinunciare al grande sogno. Il suo sguardo di utopista del quotidiano è fisso sull’emergenza in atto in Venezuela. E non da ora. Lo dimostrano i reiterati riferimenti, solo per fare un esempio, durante i messaggi Urbi et Orbi di Natale e Pasqua 2016. Il dialogo è l’unica opzione possibile per far uscire il Paese dal tunnel. Francesco ne è convinto. Gli interlocutori, tuttavia, devono essere disposti ad assumersi la responsabilità del negoziato, impegnandosi ad adempiere ad alcune condizioni che lo rendano possibile. Altrimenti non c’è trattativa ma il “tin tin pirulero”, versione latinoamericana del “gioco delle parti”. Proprio su questa dinamica s’è infranto il tentativo compiuto alla fine dello scorso anno dall’Unione delle nazioni sudamericane (Unasur), in cui il Vaticano aveva accettato il ruolo di “facilitatore”. Il tavolo, aperto dopo un estenuante tira e molla il 31 ottobre, si è chiuso il medesimo giorno. L’impegno a reincontrarsi il successivo 13 gennaio non è mai stato compiuto. “La cosa non ha avuto esito perché le proposte non sono state accettate o venivano diluite”, ha detto il Pontefice sul volo di ritorno dal Cairo. Il riferimento è alla lettera riservata, inviata alle parti, dal segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, il primo dicembre scorso. Nel testo – diffuso dall’ala più intransigente del chavismo -, Parolin poneva una serie di condizioni per portare avanti le trattative, incluso il rinnovo per via elettorale di tutte le istituzioni, Parlamento incluso. Nessuno degli antagonisti, però, finora, è stato disposto a cedere. Il dialogo – cioè il riconoscimento di qualcosa di buono nell’avversario – è un’opzione non contemplata nell’eterna lotta venezuelana tra populismo autoritario e liberismo anti-democratico. Finora il Paese s’è dibattuto fra questi due mali: tra un ciclo e l’altro, l’auge e la caduta del prezzo del petrolio. La domanda è: Caracas è condannata a ripetere all’infinito questa tragica danza? Ora che la Colombia sembra essersi liberata della profezia di Melquíades, il Venezuela ha ereditato la condanna ad altri cent’anni di solitudine? La risposta dipenderà, in gran parte, da come si risolverà la crisi in atto. Se una parte farà piazza pulita dell’altra – almeno temporaneamente -, il gioco perverso ricomincerà invariato. Il dialogo fra i due Venezuela, dunque, non è solo una questione etica per disinnescare la spirale di violenza. E’ un’occasione storica per provare a mettere insieme i frammenti di un Paese rotto, già prima di Chávez.
 
 
 
 

Trackback from your site.

Leave a comment