Bar Bahar, tra la terra e il mare

di Bianca Ambrosio 

illustrazione di Mari Kanstad Johnsen

La prima di Bar Bahar è stato un evento imperdibile. Un’ora dopo che Maysaloun, la regista ha annunciato che il film sarebbe stato proiettato all’ International Film Festival di Haifa, i biglietti erano già esauriti. Molti hanno cercato di assicurarsi un posto in sala tramite vie alternative, certi che l’evento avrebbe avuto un che di memorabile. Io stessa ho fatto di tutto per partecipare e il giorno della proiezione mi sono precipitata a Haifa all’ultimo momento, dopo essere stata informata che, biglietti o meno, avrebbero fatto entrare tutti.

E infatti la sera della prima, una folla impaziente aspettava fuori da una delle sale della Cinémathèque. Insieme agli spettatori, uno dopo l’altra sono arrivati giovani che avevano tutta l’aria di essere gli interpreti del film o personaggi a cui questi ultimi si ispiravano. Avevano un fascino speciale e si distinguevano nettamente dai soliti visi più o meno noti della scena di artisti di Tel Aviv. Arrivavano con una signora presenza, un carisma singolare coronato da abbigliamenti scelti apposta per la serata di festa. Eccoli, i giovani del film di Maysaloun, protagonisti della scena underground Palestinese di Haifa. Si distinguevano persino dal microcosmo dell’Anna Loulou, bar di Yaffo frequentato da Palestinesi e Israeliani che rifiutano di identificarsi in categorie predefinite e preferiscono il limbo libero di coloro che si definiscono queer, non solo per quanto riguarda l’identità di genere, ma anche per quella etnico-politica. I ragazzi di quella sera erano diversi, e parevano avere un’identità più definita con una propria indipendenza, totalmente svincolata dall’identità degli ebrei israeliani. In quel senso, c’era qualcosa di radicale nel loro gruppo.

Mentre il pubblico in attesa si faceva irrequieto, la sala cominciava a riempirsi e alcuni hanno iniziato ad intrufolarsi di nascosto e ad assillare le maschere, che parevano sul punto di perdere il controllo della situazione. In ebraico, situazioni simili vengono definite con il termine “schuna”, ovvero un contesto in cui l’ordine rimane una parvenza e subentrano norme cosiddette “di quartiere”. L’atmosfera di quella sera era degna di un quartiere popolare che si rispetti. Ci è voluta ancora una buona mezz’ora prima dell’inizio del film e nel frattempo nuovi gruppi di spettatori hanno continuato a fare capolino in sala. Alcuni arrivavano di corsa fiondandosi sulle gradinate, increduli di essere arrivati in tempo. Altri facevano la loro entrata con disinvolta eleganza. Alla fine, un membro dello staff si è scusato per il prolungato ritardo, spiegando che molti degli invitati erano rimasti bloccati nel traffico. Si sono spente le luci e lo schermo si è illuminato dei visi di Leila, Nour e Salma.

L’atmosfera di quella sera è stata la conferma che l’evento aveva di per sé un valore politico, oltre che artistico. Forti e impudiche, le risate del pubblico sono risuonate più volte in sala, risate spesso provocate da sfumature della lingua araba che noi israeliani non potevamo cogliere. Erano risate liberatorie, di approvazione e incoraggiamento. Il pubblico era ammaliato dalle tre protagoniste, dal loro fascino libero e dalla loro contagiosa solidarietà femminile. Tel Aviv si è rivelata ancora una volta sorprendente, ma in maniera diversa dal solito; piuttosto che Berlino o New York, la Tel Aviv di Bar Bahar ricorda più le feste di Beirut o Teheran. E a fine film, riaccese le luci e sul ritmo della musica dei titoli di coda, il pubblico è scoppiato in un tripudio di battiti di mani che si è prolungato per lunghi minuti. Seduta in mezzo ai suoi genitori a centro sala, Maysaloun, si è’ alzata e lasciata abbracciare dal caloroso applauso dei presenti. Molti erano suoi amici e collaboratori, ma anche chi non la conosceva personalmente, la avvolse di ammirazione e gratitudine per quella coraggiosa opera prima.

In italiano “Bar Bahar”, “In between” è stato tradotto “Libere, disobbedienti, innamorate” e recensito come un “Sex and the City mediorientale”, testimonianza che la critica e probabilmente anche il pubblico italiano non si sono soffermati sui significati più profondi del film, nonché sulla sua valenza politica. Bar Bahar si sviluppa su più livelli, come se si trattasse di diverse maree che si intersecano nello stesso mare. Maysaloun spiega di aver voluto creare un film per le masse, ma che al contempo sfida e mette in discussione le norme sociali esistenti. Il film raggiunge lo spettatore tramite una prima marea, di superficie, che racconta le storie di tre giovani donne palestinesi a Tel Aviv con un linguaggio cinematografico semplice, a tratti quasi americano. Shlomi Elkabetz, il produttore della pellicola, ha chiamato questo espediente artistico “caramella amara”, ovvero la decisione di raccontare conflitti complessi e aspri con una leggerezza quasi frivola. Ma si tratta solo di un involucro che, una volta scartato, apre gli occhi a realtà complicate e dolorose. Sotto le acque di superficie, il displuvio fa spazio a maree più profonde.

Quando parla del suo film, Maysaloun racconta della centralità del “non luogo”, fisico e metafisico di cui fanno esperienza le sue protagoniste e della mancanza di appartenenza che ne consegue. Una traduzione più accurata del titolo in italiano avrebbe dato rilievo a questo tema, attorno a cui si sviluppa l’intero film. In arabo, “Bar Bahar”, significa “mare-terraferma”, un accostamento che fa riferimento all’ irrisolvibile tensione che vivono le tre giovani figure centrali, sospese tra il mare (Tel Aviv) e la terra (le rispettive famiglie residenti nel nord della Galilea). La regista precisa che le protagoniste del film non sono alla ricerca di stesse. Si sono infatti già trovate. Hanno già scoperto la propria identità. E’ l’ambiente circostante a essere incapace di accettarle e comprenderle per quello che sono.

E anche se a tratti nel film pare che le tre abbiano qualità simil-divine che permettono loro di non compromettere mai la propria libertà, le scelte coraggiose di Leila, Salma e Nour – alterego di Maysaloun e delle sue amiche nella vita reale – hanno un prezzo elevato. Un prezzo che annebbia il concetto di casa, scardina l’idea di appartenenza e le colloca in un non-luogo dove la solitudine è inevitabile. Le ragazze sono intrappolate in una sorta di paradosso del Comma 22, costrette a scegliere tra una lotta continua ed estenuante o una vita vissuta all’ombra delle figure maschili. E come sottolinea Leila in un monologo duro ma necessario, la solitudine delle ragazze è diversa da quella dei loro coetanei maschi. Una volta vissuto lo svago e i brividi di Tel Aviv, gli amici di Leila, Salma e Nour, sono sempre in tempo a lasciarsi alle spalle il passato più libertino e tornare a casa. Le giovani donne invece, una volta “macchiate” dal demone libero della città sul mare, sono segnate per sempre, additate come donne dai facili costumi e allontanate dalle proprie comunità. Per questo, una volta scelta l’opzione Tel Aviv, le giovani perdono la possibilità di tornare indietro.

Ho sentito alcuni critici commentare che le tematiche del film sono familiari e note, che il tema della liberazione delle donne (anche nel contesto della cultura araba) è già stato trattato e ritrattato. Anzitutto, mi permetto di dire, che siamo lungi dal poterci definire saturi dall’aver trattato temi di uguaglianza di genere. Sia per quanto riguarda il mondo arabo ma anche per quanto riguarda, ad esempio, l’Italia. Ma c’è dell’altro. Maysaloun non si è solo assunta la responsabilità politica di liberare le sue eroine dalle norme e i costumi della società patriarcale. Ha scelto di farlo in un modo tutto nuovo: ha raccontato il suo mondo fino in fondo, senza mezze misure o delicatezze. La giovane regista ha portato sullo schermo e fatto luce su di una realtà che fino ad ora era rimasta – come spesso rimangono le donne – nei retroscena. “Sullo schermo ci siamo noi e le nostre storie, e non quello che vogliono sentirci raccontare”, racconta Maysaloun. Per questo, ad esempio, le sue protagoniste non smettono di fumare sigarette. Nella realtà in cui sono cresciute, alle donne è proibito fumare. E allora le protagoniste del suo film non solo fumano, ma lo fanno in quantità esorbitanti. Perché secondo l’artista, ciò che è proibito va scardinato alla base; le sigarette hanno una caratterizzazione di per sé, sono la resilienza, l’attivismo.

Forse allo spettatore europeo le esperienze di Salma, Nour e Leila appaiono affascinanti e persino divertenti, ma per diversi ambienti della cultura mediorientale, sono un violento schiaffo in faccia. Alla fine della proiezione della prima del film, mentre molti dei giovani palestinesi presenti esprimevano ammirazione ed entusiasmo, una minoranza di spettatori provenienti da ambienti più conservatori della società palestinese, era visibilmente in imbarazzo. Erano sbalorditi di fronte all’audacia con cui la giovane artista aveva scardinato così tanti tabù della cultura araba riguardo le donne. Maysaloun non ha fatto sconti a nessuno, anche quando le sue denunce avrebbero prevedibilmente portato a conflitti di interesse e messo a disagio membri della sua stessa comunità.

C’è dell’altro ancora. La regista ha fatto tutto ciò nel contesto della realtà Israeliana, contesto che lei stessa riconosce come discriminatorio e oppressivo nei confronti della minoranza di cittadini palestinesi. Ma di nuovo, Maysaloun non si è lasciata intimidire da quello che facilmente avrebbe potuto risultare un conflitto di interessi e ha esposto i panni sporchi della cultura palestinese alla società israeliana. Molti avrebbero preferito astenersi, timorosi che un’esposizione di questo tipo avrebbe contribuito ad aumentare le già’ ingenti discriminazioni. Per Maysaloun la verità senza filtri va oltre i rischi di essere travisata e per quanto la riguarda, la resistenza palestinese all’oppressione israeliana e la resistenza delle donne palestinesi al patriarcato imposto dalla loro cultura sono battaglie parallele e non mutuamente esclusive. “Non riusciremo mai ad essere liberi come popolo, a riacquisire i nostri diritti sulla terra, risolvere il conflitto, se prima non liberiamo la coscienza di metà della nostra società, delle donne. Le due battaglie vanno di pari passo” – spiega Maysaloun. E in tutto ciò, è anche riuscita a mostrare agli israeliani un’intera parte di Tel Aviv che parla arabo e che nulla ha a che vedere con la città bianca di cui si pavoneggia l’intera nazione. Nella Tel Aviv di Bar Bahar, gli israeliani sono solo figure di sottofondo, l’ebraico lascia posto all’arabo, in un ennesimo atto radicale con cui la regista riesce a riappropriarsi di quello di cui spesso i suoi connazionali vengono espropriati.

 

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