Portogallo: vitalità e contraddizioni

di Livia Apa

Illustrazione di Michele Rocchetti

Il Portogallo è decisamente tornato di moda. Un po’ dappertutto sulla stampa europea spuntano articoli sull’attuale esperimento di governo portoghese, passato agli onori della cronaca con il nome di gerigonça ( letteralmente marchingegno sconnesso), che nelle parole dell’opinionista Vasco Pulido Valente, dopo le elezioni del 2015, servì a  definire la coalizione post-elettorale formatasi a sostegno del socialista António Costa. L’ attuale primo ministro, capo di un governo socialista che si avvale dell’appoggio esterno del Partido Comunista Português e del Bloco de Esquerda, partito della sinistra radicale con una significativa componente troskista che ha ottenuto ben 19 deputati, due in più dello stesso Partito Comunista, raggiunge così la maggioranza dei deputati e, pur con qualche scossone, sta riuscendo a governare il paese. Questa esperienza, in cui, in assoluta controtendenza europea, la sinistra ha deciso di stare unita per provare a far risorgere il paese dopo gli anni della Troika e del governo di Pedro Passos Coelho, sta inaspettatamente tenendo, con buoni risultati, primo fra tutti la riduzione del deficit del PIL che si è ridotto in un anno dal 4,4 al 2, 1%, costituendo  il miglior risultato economico dal 25 Aprile ad oggi. Gli anni bui della Troika, durante i quali, va ricordato l’impatto delle misure economiche imposte al Portogallo furono due volte più dure che quelle imposte alla Grecia, hanno fatto precipitare il paese in un tunnel fatto di disoccupazione e crescente miseria tangibile, come dimostravano a Lisbona i numerosi esercizi commerciali chiusi anche nella tradizionale zona del commercio della baixa cittadina, gli innumerevoli cartelli che proponevano case in vendita,  o quelle restituite alle banche, crisi che si è venuta ad innestare su un tessuto produttivo classicamente fragile per un paese dotato di poche materie prime e con altrettanti pochi prodotti spendibili sul piano dell’esportazione.

I recenti anni della crisi sono stati un forte trauma per la società portoghese incredula dopo l’apparente momento di benessere diffuso legato soprattutto ad una concessione di credito bancario individuale facile e alla iniezione poderosa di fondi europei vissuto dal paese negli anni Novanta a ridosso appunto dell’entrata nell’Unione Europea. Con la Troika il paese si è visto ripiombare invece in un atmosfera scura e senza orizzonte di speranza, per’altro molto cara agli anni del Salazarismo il cui motto era “ orgogliosamente soli”, rivisitata dalla retorica degli anni della presidenza di Anibal Cavaco Silva, che ha riproposto un immaginario del paese secondo il quale il sacrificio avrebbe temprato i portoghesi e li avrebbe riportati ai valori della tradizione e ai sani valori della nazione. Prova di questo clima di depressione collettiva è per esempio il fatto che la gente non sia praticamente mai scesa per strada a protestare significativamente contro le misure imposte dall’ Europa, chiudendosi invece su sé stessa, registrandosi, in buona sostanza, l’assenza di un movimento anti-troika significativo.

La crisi è diventato uno dei temi più agglutinanti e più fecondi del recentissimo cinema portoghese contemporaneo. Film come quello di   Miguel Gomes, As Mil e uma Noites , o São Jorge di Marco Martins, hanno saputo scavare nelle fratture di un paese disperato, con centinaia di giovani in fuga, di tecnici specializzati che tentavano di ritornare nelle antiche colonie per trovare lavoro, un paese frantumato da una precarizzazione del lavoro senza precedenti, da un sistema fiscale e di previdenza sociale assassino, in cui i servizi minimi e l’accesso ai beni di prima sopravvivenza sono stati interdetti ad una sostanziale fascia della popolazione. Il Paese oggi però pare ritrovare un po’ di speranza. L’attuale governo è stato sicuramente capace di restituire al Portogallo quell’immagine progressista e laica che negli ultimi venti anni parte delle amministrazioni locali, soprattutto della capitale, avevano saputo dare al paese. Dalla fine degli anni Ottanta Lisbona è progressivamente diventata una capitale della movida, segnatamente gay frendly, il che ha portato gradualmente nella città un sostanziale flusso di turismo. Anche a livello legislativo però il Portogallo ha saputo battersi per il riconoscimento di importanti diritti civili come l’approvazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso o l’adozione per le coppie omosessuali, trovando un grande consenso a livello dell’opinione pubblica anche grazie al lavoro svolto da varie associazioni e al sostegno di alcune figure pubbliche legate al mondo universitario, dell’informazione e del mondo dello spettacolo. Va ricordato forse, che cammino ben più tormentato ha avuto invece l’approvazione della legge per la depenalizzazione dell’aborto che, bocciata in un primo referendum nel 1998, senza  aver  contato inspiegabilmente sullo sperato sostegno dell’opinione pubblica femminile,  è stata approvata con nuovo referendum soltanto nel  2007.

Eça de Queiroz, geniale scrittore della modernità dell’Ottocento portoghese scrisse che “il Portogallo è Lisbona e il resto è paesaggio”, e facendo sue queste parole si può osservare che l’immagine del Paese viene ancora troppo spesso confusa con quella di Lisbona, che è poi l’unico spazio veramente urbano del paese. Alla volontà di fare di Lisbona una capitale gay friendly si è venuta a sommare, a partire soprattutto dai primi anni del nuovo millennio, l’immagine di Lisbona come capitale multirazziale, costruendo però un complesso e non poco schizofrenico rapporto con la presunta vocazione multiculturale del paese e della sua memoria coloniale che è stata, durante l’infinita dittatura salazarista, uno dei cardini su cui si è costruita l’ultima fase dell’esperienza d’oltremare, sostenuta dall’ideologia luso-tropicalista costruita all’occorrenza dall’antropologo brasiliano Gilberto Freyre che ha contribuito a creare l’idea del colonialismo “gentile” portoghese.

Il Portogallo, diversamente dagli altri imperi coloniali, non sarebbe per Freyre tacciabile di razzismo, vista la capacità dei portoghesi di “adattarsi ai tropici”( da qui il termine luso-tropicalista) e visto soprattutto il fatto che i portoghesi avrebbero “inventato il mulatto”, creando così per primi una società creola dove la mescolanza delle razze costituiva uno dei principi fondanti della storia dell’espansione marittima nazionale. Un’idea di questo tipo è stata usata a bypassare, durante l’ultima fase del salazarismo, ogni tensione di tipo razziale, ma la sua eco si mantiene viva ancora oggi visto che circa la metà dei portoghesi sostiene che il razzismo in Portogallo non esiste. Se è vero che il primo ministro Costa è per origine indiano di Goa, e la ministra della giustizia è donna negra e angolana, e che questo è un segnale importante per il resto dell’Europa, specialmente quella del sud, è vero anche che entrambi, in dichiarazioni pubbliche, continuano a promuovere un rinnovato discorso di sostegno alla lusofonia, che rende implicito la vicinanza culturale tra i paesi che condividono la stessa lingua ufficiale. L’idea di un paese capace storicamente di accogliere e di mischiarsi, non razzista quasi per DNA, è servita di supporto ad un’idea del Portogallo in cui non esistono tensioni razziali.

Ma i dati dell’osservatorio sulla discriminazione relative all’insuccesso scolastico e all’inserimento nel mondo del lavoro in realtà ci dicono ben altro. Le recenti dichiarazioni di António Costa che in più occasioni si è dichiarato disposto ad accogliere parte dei rifugiati che il resto dell’Europa non vuole, in assoluta controtendenza agli altri paesi, è un segnale importante ma non sufficiente a credere che il razzismo appartenga al passato remoto del paese e sembra tener conto soprattutto della necessità di ripopolare l’interno del paese dove mancano braccia per le attività agricole che invece sono in forte crescita anche per il settore delle esportazioni. La programmazione culturale, la concessione di spazi associativi, e tanti bar promuovono l’immagine di una Lisbona multiculturale che fa sognare i giovani europei e la vita meno cara che in capitali, hanno fatto di Lisbona una delle mete turistiche più ambite anche per i pensionati italiani che addirittura in Portogallo si sono trasferiti, portando come conseguenza ad un aumento degli affitti del 46% nelle zone del centro cittadino, le cui case vengono usate per affitti temporanei ai turisti. A tale aumento contribuisce, anche se in parte ancora non troppo significativa per il momento, la politica di concessione dei cosiddetti golden visa a stranieri (soprattutto cinesi) che dimostrano di investire capitali significativi nel paese e di creare posti di lavoro.

Tutto questo sta cambiando il volto della città, lentamente anche quello di Porto. Accanto a  questo processo di “turisticizzazione” su grande scala, come del resto accaduto in tante altre città europee, c’è stato un movimento parallelo di ripulitura dell’immagine dei quartieri meno qualificati soprattutto nell’immediata periferia delle due principali città del paese. Storicamente, dalla fine degli anni Sessanta, da quando cioè un certo numero di capoverdiani sono arrivati in Portogallo per lavorare nell’edilizia, e poi in maniera più significativa dopo il 1974 e dell’inizio del processo di decolonizzazione, quando si aggiungono soprattutto angolani e guineani, intorno a Lisbona soprattutto si cominciano a creare primi fuochi di baracche abitate da africani e poi via via di piccole unità abitative frutto di autocostruzioni in cui la presenza africana rimane sostanzialmente relegata ai margini del tessuto urbano.

Va detto che quegli stessi quartieri erano abitati allora, e lo saranno ancora a lungo, anche da portoghesi poveri e da una parte di popolazione di origine zigana stanziale spesso in possesso di documenti portoghesi, e che essi si sono, nel corso degli anni, popolati e ripopolati a seconda degli accadimenti occorsi negli antichi spazi coloniali. Se per esempio c’era una guerra, o una situazione di speciale tensione o di speciale deficit economico gli ex-colonizzati battevano alle porte dell’antica capitale dell’Impero, rimanendo però comunque relegati ai suoi margini. Nel 1993, immediatamente a ridosso dell’entrata nell’Unione Europea, viene varato il PER, il Plano Nacional de Realojamento, che ha come obbiettivo quello di migliorare le condizioni abitative delle fasce più svantaggiate della popolazione nazionale che viveva comunque in condizioni molto precarie spesso anche in pezzi del tessuto urbano della capitale che erano rimasti come nicchie di sopravvivenza alla rapida cementificazione della capitale. Negli anni immediatamente successivi, in occasione dell’Expo 98, interi quartieri di autocostruzione vengono sgomberati e parte degli abitanti spostati in nuovi quartieri dormitorio precari e senza alcuna rete di servizi. Ma dal PER nazionale, rimangono ovviamente esclusi tutti i cittadini che non si trovavano in situazione regolare o quelli che, spostandosi per motivi di lavoro, non sono stati mai censiti dai tecnici che si occupavano della messa in atto del piano.

Negli ultimi anni si è assistito ad un fenomeno nuovo legato soprattutto alle cosiddette seconde e terze generazioni: la costituzione nelle periferie di un tessuto associativo spesso fortemente politicizzato legato soprattutto alla cultura del rap e dell’hip hop, che organizza corsi di formazione alternativi, università popolari di divulgazione del pensiero negro, che rispondono così ad un indurimento delle politiche di controllo del territorio, alla violenza della polizia, che trova il suo culmine nelle demolizioni di fuochi abitativi abusivi ( che pur usufruiscono del sistema idrico ed elettrico con regolare contratto),  che continuano a rappresentare  l’unica alternativa per decine di famiglie che, rimanendo fuori dei parametri di inclusione del PER, rimangono fuori da qualsiasi possibilità di  soluzione della propria emergenza abitativa. Ovviamente le famiglie di origine africana, molte delle quali pur vivendo in Portogallo da molti anni, non riescono a risolvere il problema dei documenti, sono le più colpite. E lo saranno sempre di più visto che le maglie dell’attuale giurisprudenza tendono ad erodere quello che era stato finora un diritto acquisito ad uno ius solis non troppo temperato, spostandosi sempre di più verso un richiamo allo ius sanguinis mettendo in atto un sistema di progressiva chiusura anche nella concessione dei permessi e delle carte di soggiorno.

L’associazionismo giovanile delle periferie abitate soprattutto da popolazione di origine africana in questi giorni sta svolgendo azioni di sensibilizzazione per promuovere una nuova legge della nazionalità che ritorni invece al principio di uno ius solis non moderato. È chiaro che il progressivo abbandono dello ius solis voluto dagli ultimi governi, contravviene anche ai principi ispiratori di una comunità immaginata lusofona, anche se sempre Costa, rimuovendo forse la dura legge di Shengen, in una recente dichiarazione ha dichiarato di voler promuovere la possibilità di libera circolazione per i cittadini degli otto paesi della CPLP, la Comunidade dos Países de Língua Oficial Portuguesa. Tornando alle demolizioni esse arrivano spesso senza alcun preavviso e in un attimo si perde ogni cosa. Le ruspe radono tutto al suolo impedendo di salvare anche le cose più semplici. I casi di questo tipo che hanno avuto luogo ad Amadora nella periferia di Lisbona e nelle Ilhas di Porto sono stati al centro del rapporto presentato da Leilani Fahra, responsabile del diritto all’abitazione del Consiglio per le Nazioni Unite per i Diritti Umani, che ha visitato il Portogallo nello scorso dicembre ed ha denunciato in un  rapporto reso pubblico appena qualche giorno fa,  l’impatto che la crisi ha avuto sul problema della casa e le pratiche arbitrarie di demolizioni nei quartieri delle periferie urbane che hanno lasciato senza tetto nel corso degli ultimi anni quasi mille famiglie che si sono perse dentro le maglie di un  universalismo olimpico ed illuminista secondo cui tutti siamo uguali pur avendo diverse condizione di accesso ai diritti fondamentali.

Il problema dell’accesso ai beni primari come la casa, il lavoro e l’istruzione e la salute, sono la vera scommessa da vincere per il governo di Costa e la gerigonça, ma sono problemi di difficile soluzione anche perché rimasti irrisolti nella sostanza dalla Rivoluzione dei Garofani del 25 aprile 1974 ad oggi per una significativa fascia della popolazione. L’immagine di una capitale moderna e aperta e quella di un paese in grado di promuovere una legislazione progressista sui diritti civili è molto importante, ma non sufficiente forse a riscattare il paese da un’oggettiva e come atavica difficoltà di dare voce a tutte le parti del corpo nazionale di cui fanno parte oggi anche quei cittadini che sono figli dell’esperienza coloniale che sembra ancora oggi un labirinto da cui è difficile uscire.

 

 

 

 

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