Minori non accompagnati e donne migranti

di Carolina Purificati

illustrazione di Jacob Wegelius

Lo scorso febbraio l’Unicef ha pubblicato un rapporto sul viaggio dei minori non accompagnati sulla rotta del mediterraneo centrale, l’attraversata del Sahara e del Mediterraneo passando per la Libia. L’esito della ricerca, che si basa su 122 interviste a donne e minori provenienti da una decina di paesi diversi, dal Medio Oriente al Nord Africa e all’Africa sub-sahariana, che al momento dello studio (tra ottobre 2015 e maggio 2016) si trovavano in Libia, è sintetizzato nel titolo che recita “Un viaggio fatale per i bambini”. La raccolta dei dati è stata affidata alla IOCEA (l’Organizzazione Internazionale per la Cooperazione e gli Aiuti d’Emergenza), partner Unicef nella zona, e ha avuto luogo principalmente nella Libia nordoccidentale. Infatti, la situazione di caos che regna in Libia, ha impedito di fare ricerca in alcune parti del paese, specialmente quelle orientali e meridionali.  Più volte leggendo il rapporto, si trovano riferimenti alla complessa situazione politica e allo scarso livello di sicurezza che caratterizza il paese dal 2011, anno della caduta di Gheddafi e inizio di un feroce conflitto interno tra bande armate.

Parlare di minori non accompagnati e donne migranti in Libia,  le categorie più fragili tra i migranti, significa parlare delle conseguenze di sei anni di guerra, dell’efferatezza dei trafficanti, del business che prolifera intorno alla migrazione nonché del ruolo e le responsabilità degli accordi internazionali di contrasto ai flussi migratori.

Nonostante il delirio generale in cui versa il paese, la Libia continua ad essere un luogo di transito per chi parte dal corno d’Africa e dall’Africa Sub sahariana. Secondo le stime dell’OIM, a settembre 2016 erano 256.000 i migranti identificati in Libia, fra cui 28.031 donne (11%) e 23.102 bambini (9%), un terzo dei quali non accompagnati. Di queste, circa 181 mila persone sono arrivate in Italia l’anno scorso, mentre 4579 non ce l’hanno fatta, ovvero 1 su 40 di coloro che l’hanno tentata. Ma si ritiene che le cifre reali siano almeno tre volte superiori. Risultato? In assenza di canali legali di ingresso, il passaggio attraverso l’inferno delle carceri libiche e del mare resta l’unica opzione, facendo sì che chi ne esce vivo arriva spesso sull’altra sponda del mare a pezzi, fisicamente e psicologicamente, e ci impiega mesi prima di tornare a dormire senza incubi e a recuperare uno sguardo vigile.

Il rapporto si concentra sui minori stranieri, in special modo quelli non accompagnati, incasellati nella normativa sotto l’etichetta MSNA, che viaggiando da soli, senza la tutela di un adulto, “sono particolarmente esposti a violenze, abusi e sfruttamento di ogni tipo, compresa la tratta. Spesso sono costretti a elemosinare per procurarsi del cibo, e raramente hanno accesso a forme di assistenza per la salute fisica o mentale”. L’arrivo dei minori è un fatto relativamente recente e in aumento negli ultimi anni. Sono quasi 26.000 i minori soli, anche giovanissimi, arrivati via mare nel 2016, e quelli arrivati nel primo mese del 2017 sono il 24% in più rispetto a gennaio 2016. Sono praticamente triplicati nell’arco degli ultimi 5 anni ponendo una serie di questioni sul modo in cui arrivano, il perché partono dai loro paesi e come accoglierli una volta qui.

Mi ricordo che il primo minore arrivato da solo l’ho conosciuto nel 2010 nella scuola di italiano in cui insegno. Allora, era una cosa del tutto eccezionale, eravamo abituati a lavorare con ragazzi e ragazze giovani, ma un 15enne solo era una novità. In Italia ci era arrivato dopo un viaggio durato anni, alcuni dei quali trascorsi in Grecia a Patrasso in un campo di fortuna in cui vivevano per lo più afghani. Lì aveva imparato a cucinare, a guadagnare facendo piccoli lavoretti. Un giorno la polizia ha fatto irruzione in casa sua, nel fuggi fuggi generale lui e il fratello maggiore sono scappati lasciandosi la famiglia alle spalle e senza averne più notizie. Tanti chilometri percorsi a piedi e poi l’attraversamento del mare nascosto sotto un tir diretto in Italia. Mancava poco che ci rimettesse la vita. Era poco meno di un adolescente, ma aveva già lo sguardo provato di chi ha già imparato il coraggio perché sa che non può mollare nemmeno un centimetro, perché nessuno sarà lì a riconquistarlo per lui.

Tante le storie contenute nel rapporto Unicef, soprattutto legate all’esperienza del viaggio e della detenzione in Libia. “Ci hanno arrestati e portati nella prigione di Zawia. Niente cibo. Niente acqua. Ci picchiano ogni giorno. Non ci sono medici né medicine”. Questa la testimonianza di Kamis, bambina nigeriana di 9 anni detenuta in uno dei 34 centri di detenzione esistenti secondo l’UNHCR. Il Dipartimento per la Lotta alla Migrazione Illegale del governo libico ne gestisce 24, capaci di ospitare tra i 4.000 e i 7.000 detenuti, mentre i gruppi armati trattengono migranti in un numero sconosciuto di altri centri di detenzione non ufficiali in cui la situazione è ancor più drammatica. Non tutti i centri sono accessibili alla comunità internazionale, ma per sapere cosa succede all’interno non è necessario entrarci, talmente sono numerosi i casi di persone che l’hanno vissuto sulla loro pelle e che ce lo raccontano una volta qui. A scuola lavoriamo molto con la narrazione e con il racconto, non conduciamo interviste dirette, ma siamo costantemente alla ricerca di una lingua che sia la viva espressione di sé, di pensiero, sentimento, esperienza e così, quando è il momento di uscire, le testimonianze di quegli inferni arrivano,  anche quando c’è ancora pochissimo lessico per descriverli; arrivano così all’improvviso con poche parole stentate, in grado comunque di creare intorno un ascolto denso, silenzioso, condiviso. La migrazione porta in sé la grande fatica della rielaborazione identitaria e spesso questa non può che avvenire a partire dalla rielaborazione dell’esperienza migratoria stessa. Il congelamento che fa seguito a una decisione imposta o poco riflettuta, gli abusi, le minacce e i rischi vissuti durante il viaggio possono lasciare ferite profonde da rimarginare o frammentazioni insanabili. Ci vuole un contesto di ascolto affettivo e attento alla persona, ci vuole tempo, ci vuole un clima di condivisione, ci vuole di poter ascrivere il proprio dolore al dolore del mondo, la violenza subita, alla violenza del mondo. Spesso a scuola utilizziamo temi simbolici, universali, evocativi, intimi, che le persone possono utilizzare come vogliono, ponendoli a servizio del loro desiderio espressivo.

Un anno abbiamo parlato di porte, porte chiuse che vorrei aprire, porte che ho dovuto forzare, porte che ho attraversato ecc. Uno studente etiope ha raccontato di una porta chiusa. Nel carcere in Libia, un ragazzo maliano che era imprigionato da due anni perché non aveva i soldi per pagare le guardie e farsi rilasciare si è impiccato. Era diventato matto, parlava da solo, non usciva mai, non vedeva la luce da due anni, non parlava con nessuno, è diventato matto. Adama con pochissima lingua in comune, ha voluto parlare di questa esperienza, perché di tutto il suo viaggio, questo è ciò che più lo tortura. La paura di impazzire.

Questo succedeva in un carcere gestito da un organo del governo libico che è riconosciuto dalla comunità internazionale, e non dalle varie milizie in conflitto tra loro. Le milizie infatti, anche loro interessate a lucrare sui migranti, gestiscono dei centri di detenzione che, a detta del rapporto, non sono altro che campi di lavoro forzato, fattorie, magazzini e prigioni improvvisate. Per le migliaia di bambini e donne migranti detenute sono posti infernali in cui si viene trattenuti per mesi, senza alcuna forma di giusto processo, in condizioni di squallore e in spazi angusti. Inoltre, gravi violazioni dei diritti dei prigionieri, tra cui violenza e brutalità, sono all’ordine del giorno. Ovviamente nelle carceri, legali o meno, ci arrivano dopo viaggi in mezzi di fortuna organizzati dai trafficanti. Questi ultimi fanno pagare cifre comprese tra i 200 e i 1.200 dollari a testa per il viaggio, che quasi il 75% dei partecipanti ha preso in prestito da familiari, amici o vicini per coprire questi costi.

Alcuni intervistati hanno denunciato abusi da parte dei trafficanti, dicendo di aver sempre avuto paura quando venivano spostati da un posto a un altro e consegnati a un trafficante diverso che non conoscevano. Le milizie, inoltre, controllano o sfruttano le “case di collegamento” in cui i migranti vengono trasferiti da un trafficante all’altro. È risaputo che i trafficanti prelevano i migranti dai centri di detenzione e li portano in queste case di collegamento, in cui vengono spesso costretti a lavorare per periodi indeterminati, in base alle richieste degli stessi trafficanti. Anche Luc me lo ha raccontato. Lui è musulmano di pelle nera, un Abid come i libici chiamano gli africani neri, schiavo. E’ stato tenuto prigioniero per soli due mesi grazie al fatto che non fosse cristiano, anche se le treccine e un tatuaggio gli hanno creato non pochi problemi. Erano Haram, vietate dalla religione, e ciò faceva di lui un cattivo musulmano. “non ho mai visto niente del genere, paura, maestra, paura”.

Di ciò che accade in Libia, degli abusi e delle gravi violazioni dei diritti umani siamo perfettamente a conoscenza da anni, sono ben documentate, dai rapporti di enti autorevoli come quest’ultimo dell’UNICEF (ma anche OIM, MSF e altri) come dalle innumerevoli testimonianze raccolte dagli attivisti e dagli operatori del settore in documentari, interviste, raccolte nei contesti di incontro delle persone migranti e pubblicate, anche con risonanza internazionale.

Mi ricordo che nel 2008 c’è stata l’anteprima di Come un uomo sulla terra, un documentario di Segre e Ymer,  prodotto dall’associazione Asinitas che raccoglieva all’epoca per la prima volta, la voce diretta dei migranti africani sulle modalità in cui la Libia stava operando il controllo dei flussi migratori dall’Africa, per conto e grazie ai finanziamenti di Italia ed Europa. Sono passati quasi 10 anni da quel tentativo di denuncia che chiamò in causa Commissione Europea, parlamentari e politici vari attraverso proiezioni e dibattiti. Era la prima volta che si stipulavano accordi con altri paesi per la protezione delle frontiere. Un fallimento fu, in termini di tutela della vita e dei diritti umani, ma di impatto nel contenimento dei numeri degli arrivi via mare, mediaticamente un vero successo per l’allora governo Berlusconi. In questi giorni i leader europei si sono incontrati a Roma, i reali accordi internazionali circa la vera guerra che svolgiamo sui confini, ormai sempre più spostati nelle terre di transito dei migranti (e sempre più affidata a chi pagato profumatamente sa fare il lavoro sporco al posto nostro), non sono chiari, non sono trasparenti, emergono solo per la loro crescente efferatezza. Chi è la comunità internazionale? Quella fatta dall’ONU e i suoi organismi che tentano di indagare e denunciare certe situazioni, come il rapporto Unicef fa, oppure quella dei capi di Stato che vanno a far patti con il diavolo pur di bloccare l’invasione? Una schizofrenia che regna sovrana prestando il fianco all’ipocrisia e al paradosso che porta i governi a proteggersi grazie al lavoro di ong e associazioni che vivono la contraddizione di esistere per tutelare le persone, mettere le pezze quando serve e porsi al centro del conflitto, ma di esistere anche in quanto parte fondamentale del meccanismo. E intanto la politica fa proclami, crea nemici e false soluzioni per legittimare la disumanità. Quanto a lungo durerà la stabilità di un sistema di gestione dei flussi migratori già traballante, quotidianamente messo alla prova da guerre, emergenze, fame e povertà, persone in fuga senza passaporto e senza diritti, atti di terrore. Lo stato delle cose è complicato: da una parte si risponde alzando muri, nella falsa illusione che si possa mettere un freno alla libertà di circolazione delle persone semplicemente respingendole, dall’altra ci sono i nostri diritti che sono in pericolo; il diritto internazionale, la dichiarazione dei diritti dell’uomo, i valori comuni europei di fratellanza e giustizia che naufragano a ogni decisione scellerata e semplicistica della politica.

E’ notizia del 21 marzo il buon esito dell’incontro  del cosiddetto Gruppo di Contatto formato dai ministri dell’Interno di un gruppo di testa dei Paesi europei (Italia, Austria, Francia, Malta, Germania, Slovenia, Svizzera) e Nord Africani (Algeria, Tunisia e Libia), tenutosi a Roma. Le coste libiche verranno pattugliate da 10 motovedette italo-libiche e contemporaneamente si costruiranno dei «campi di intrattenimento», supervisionati dalle organizzazioni umanitarie e l’Uhncr.  Nell’epoca dell’entertainment questo nome è proprio azzeccato: rassicura e rimanda ai divertimenti del Luna Park. Il Ministro dice che tale operazione servirà a “governare” la tratta di esseri umani e la minaccia del terrorismo islamico aggiungendo che  «Nel momento in cui le autorità libiche faranno il servizio di ricerca e soccorso nelle loro acque riporteranno i migranti in campi di accoglienza fatti insieme alle organizzazioni umanitarie e nel pieno rispetto dei diritti umani: questo è incancellabile». 

Siamo tutti felici di sperare che sia come dice il Ministro che usa con astuzia le parole chiavi del momento: terrorismo e tratta. In nome di queste barbarie e insidie si può giustificare qualsiasi decisione, la nostra sicurezza e quella dei migranti prima di tutto. Se qualcuno avesse ancora qualche dubbio, ci pensano le organizzazioni umanitarie a dissolverlo: un vero sigillo di garanzia del PIENO rispetto dei diritti.

Tornando al rapporto, si chiude con un capitolo dedicato alle raccomandazioni strategiche per la crisi nel mediterraneo centrale chiamando in causa la Libia, paesi limitrofi, Unione Africana, Unione Europea, organizzazioni internazionali e nazionali con il sostegno della comunità dei donatori per:

  • Proteggere i bambini rifugiati e migranti, soprattutto quelli non accompagnati, da sfruttamento e violenza
  • Porre fine alla detenzione di bambini che richiedono lo status di rifugiati o che migrano, introducendo una serie di alternative praticabili
  • Fare in modo che tutti i bambini rifugiati e migranti abbiano accesso all’istruzione e offrire loro accesso all’assistenza sanitaria e ad altri servizi di qualità
  • Tenere unite le famiglie come modo migliore di proteggere i bambini e regolarizzarli
  • Esercitare pressioni in favore di azioni volte ad affrontare le cause profonde dei movimenti di rifugiati e migranti su vasta scala
  • Promuovere misure per combattere la xenofobia, la discriminazione e l’emarginazione nei paesi di transito e di destinazione.

Il problema non viene posto all’origine, un bambino che scappa da una guerra, dalla fame, dalle vessazioni di un regime o dallo sfruttamento dovrebbe poter raggiungere la protezione internazionale in sicurezza. I corridoi umanitari, già praticati in piccole esperienze di nicchia, sono l’unica soluzione che esula dalla messa a sistema della disumanità.

Ad ogni modo è evidente che le raccomandazioni dell’UNICEF per la gestione della crisi nel mediterraneo resteranno carta straccia nei cassetti dei potenti, il business e gli equilibri di scambio economico/politico non consentono né di creare alternative praticabili, né affrontare le cause profonde delle migrazioni, né di regolarizzazione dei transitanti.

In compenso, (a seguito dell’accordo sopra citato) il prossimo rapporto diffuso dall’Unicef potrebbe avere un titolo meno negativo di questo e concludere con meno raccomandazioni e più plausi: “L’intrattenimento dei migranti in Libia”, mica male.

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