L’età del turismo

di Nicola De Cilia

Illustrazione di Luigi Bicco

Una visita a Oświęcim

Credo non tornerò più a Oświęcim. Oświęcim è il nome di un paese polacco, noto al mondo come Auschwitz. Ci sono stato tre volte, sempre accompagnando studenti, ma l’ultima visita mi ha lasciato un senso di amarezza e prostrazione da cui fatico a risollevarmi.

Nelle due occasioni precedenti, nonostante le mie perplessità, la visita al più noto dei lager d’Europa non mi aveva lasciato simili sensazioni. Anzi, l’ultima volta, nel 2014, avevo assistito a una sorta di epifania: il viaggio era stato preparato con gli studenti di due classi quinte in modo rigoroso, avevamo visto il film di Resnais Notte e nebbia, qualche sequenza di Shoah di Claude Lanzmann; era poi venuto uno storico a parlare di una giovane di Conegliano Veneto morta a Auschwitz. Eravamo partiti a metà febbraio, sotto un cielo grigio che ci aveva accompagnato fin dentro il campo di concentramento. Il comportamento dei ragazzi era stato ineccepibile: silenziosi e concentrati, seguivano nelle cuffie le spiegazioni delle guide; quando i diversi gruppi in cui eravamo divisi si incrociavano, gli sguardi rimanevano bassi, al massimo qualche sguardo fuggitivo, certo non ridente. A Birkenau, nella grande fabbrica dello sterminio a cielo aperto, camminavamo attraversando i resti delle baracche, sotto le nuvole che si ispessivano; le voci, come al termine di un funerale, avevano ritrovato un po’ di forza, ma non si sentiva berciare. Quel giorno, non c’erano molti visitatori, ne trovammo un gruppetto alla fine del percorso, al monumento che, tra i resti dei due forni crematori, sorge in memoria di tutte le vittime che hanno trovato la morte a Auschwitz: una collinetta di pietra e terra, con degli alberi piantati sopra. Mentre osservavo i boschi di betulle e querce che si ergono a ridosso del filo spinato, notai che il gruppetto di studenti stranieri si metteva in posa. Pensai a una foto ricordo e sibilai all’orecchio di chi mi stava vicino: “Che imbecilli!” Ma improvviso, si levò un canto a cappella, delicato, perfetto, una melodia che mi parve dolcissima. Per il breve tempo di una canzone, che sembrava sfidare il male del mondo, lì palpabile, tutto sembrò immobilizzarsi. Nulla ruppe l’incantesimo: non uno starnuto, non un commento, non un applauso. Il coro improvvisato si sciolse silenziosamente, ognuno riprese il suo percorso. Non condivisi con nessuno la profonda commozione provata; ritornati a casa, durante una lezione, ritornai su quegli attimi, ragionando con gli studenti su quella sorta di miracolo di cui eravamo stati testimoni.

Era destino forse che dovessi passare per una amaro contrappasso. Agli inizi di marzo 2017, mi è stato chiesto di accompagnare sei studenti del mio istituto, in una visita al campo di concentramento di Oświęcim organizzata dal comune di Conegliano. Tre autobus, per un totale di 160 persone circa, tra studenti provenienti da medie e superiori, pensionati, alpini, assessori e sindaci, più insegnanti accompagnatori. Davvero la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Quindici ore di viaggio per arrivare a Cracovia, poi, il giorno dopo, la visita al lager. Divisi in gruppi, sospinti dalle guide che invitavano i visitatori a non masticare chewingum , come un gregge istupidito, ci siamo intruppati nel campo principale, affollato di turisti (era un sabato di metà marzo). Nei padiglioni si accalcavano i visitatori di tutto il mondo, i cellulari fotografavano foto d’epoca, ogni macabro dettaglio, eccetto i capelli dentro le vetrine perché le guide lo vietano. Poi di corsa a Birkenau, per la cerimonia commemorativa davanti al monumento. Gli alpini srotolavano le bandiere, i sindaci deponevano le corone, si scattavano le foto ricordo e si ascoltavano i discorsi, e io mi sono defilato. Mentre non so chi tra le autorità ricordava il dovere della memoria affinché tutto questo non debba mai più accadere – almeno così mi pare di aver inteso da distante – ho visto un ragazzino allontanarsi e aggirarsi con fare circospetto, finché, trovato un albero sufficientemente largo che abbelliva il monumento, si sbottona la cerniera dei pantaloni. Mi ha fatto perfino pena quando, girando la testa ha incrociato il mio sguardo, richiudendo goffamente la patta, bagnandosi i pantaloni.

Per certi versi, solleva più dubbi una pisciata che un canto. E poi, è davvero più grave delle fotografie compulsive dei turisti? E come porsi di fronte alla retorica della commemorazione? Di ritorno in corriera, tra le barzellette e la musica sincopata dei cellulari, tra le bestemmie dei ragazzini dell’Itis che giocavano a carte e il padrenostro che l’assessore ha fatto recitare, avevo la sensazione dell’inutilità del tutto. Mi sentivo scandalizzato. Per una coscienza laica, c’è spazio per il senso del sacro?

Per me, Auschwitz era il luogo sacro per eccellenza – sapendo che “sacer” significa sia benedetto che maledetto – fondazione e fusione al tempo stesso della nostra umanità, specchio che ci rimanda il “selvaggio dolore di essere uomini”. Ma cos’è “sacro” per chi, estraneo a ogni religione, coltiva una coscienza laica? Se il sacro è qualcosa che esiste prima e oltre l’umano, che non può essere conosciuto ma solo riconosciuto da parte dell’uomo, come si concilia con la storia? Giulia Levi (“Memoria e olocausto”, Asini n.37) scrive che nessun evento storico sarà per sempre immune da manipolazioni e di ciò bisogna farsene una ragione. Significa che se anche Auschwitz è storia, prima o poi diventerà un monumento, pisciare sul quale non sarà altro che segno di maleducazione: infatti, chi si scandalizzerebbe se ciò avvenisse a Canne, Agnadello o Waterloo?

Oświęcim è un paese come altri, dopo si può tranquillamente andare a Cracovia e visitare il Collegio Maius dove studiò Copernico, fermarsi di fronte alla finestra dove si affacciava Woytila o  ammirare la Dama con l’ermellino di Leonardo. Gli studenti camminano per il centro della città, cercano il McDonald’s. La cattedrale al sabato chiude alle 17.00. Il ristorante tipico offre specialità della cucina polacca. Dal campanile si sente suonare la tromba ogni ora. Gli alpini si lamentano che la birra è scipita e il vino costa troppo. “Mostruoso è chi è nato dalle viscere di una donna morta.”

No, non tornerò più a Oświęcim.

Eppure…

Federica, una tra gli studenti che accompagnavo, passeggiava solitaria tra le rovine del forno crematorio e le querce impassibili che crescevano a scavalco del filo spinato. Incuriosito, l’ho raggiunta e le ho chiesto perché si fosse sottratta alla cerimonia. Ha fatto spallucce, mi ha guardato e mi ha chiesto: “E lei?” Ho fatto spallucce anch’io. Federica ha sorriso, poi mi ha detto che preferiva stare da sola a pensare, che era stanca di stare in gruppo. In quel momento, stavamo camminando vicino ai resti dei forni crematori, fatti esplodere dai tedeschi in fuga all’arrivo dell’Armata Rossa. Le ho fatto notare il cemento armato sbrecciato, da cui emergevano i ferri contorti e arrugginiti, dicendole che un grande artista tedesco aveva sicuramente preso spunto da ciò per alcune delle sue opere. Ha osservato con attenzione e mi ha chiesto il nome dell’artista, ma non lo conosceva. Ha promesso che lo cercherà. Poi si è allontanata verso gli alberi.

 

II L’età del turismo

La gita di classe è parte di quel fenomeno sociale più ampio chiamato “turismo”: anzi, potremmo dire che le gite organizzate dalle scuole sono veri e propri corsi accelerati di turismo, in cui si impara a guardare senza vedere, a “consumare” il mondo viaggiando. Le segreterie scolastiche sono costrette a trasformarsi, spesso, in agenzie viaggi, anche perché i cosiddetti “viaggi di istruzione” garantiscono un appeal  indiscutibile nei confronti dell’utenza e questo contribuisce a ottenere un maggior numero di clienti. Visitare Auschwitz, o Srebrenica, o qualche altra capitale dell’orrore è una “variante seria” del turismo studentesco (che continua a preferire le grandi città) e garantisce una patente di serietà, tanto quanto una foglia di fico vela le “vergogne”, ma non per questo è meno responsabile dell’inebriante sensazione di avere “il mondo a disposizione” che sposta le masse in ogni luogo del pianeta. Ha ragione Marco d’Eramo quando nel suo Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo (Feltrinelli 2017) afferma che “Il turismo è perfino più importante dello sport e della pubblicità, tanto che la nostra epoca può essere seriamente definita come ‘l’età del turismo’, come si è parlato dell’età dell’acciaio o dell’epoca dell’imperialismo. Il turismo è diventato la più importante industria di questo nuovo secolo.” Il suo impatto sulle economie nazionali è lì a dimostrare la sua centralità: secondo dati del 2015, per l’Europa l’apporto (diretto e indiretto) del turismo al Pil europeo è stato del 9,4%. In Spagna il turismo contribuisce addirittura al 15,5% del Pil e al 15,6% dell’occupazione totale, in Francia rappresenta il 9,1% del Pil e contribuisce per il 10,1% all’occupazione, mentre in Italia fornisce il 10,2% del Pil e l’11,6% dell’occupazione.

L’indotto intorno al turismo è enorme, a cominciare dall’industria alberghiera e dalla quasi totalità di quella della ristorazione, fino al settore dei  trasporti: gli incassi dei voli internazionali ammontava nel 2015 a 718 miliardi di dollari, grazie anche al boom del low cost. A queste voci, bisogna poi aggiungere quella aeronautica (e aeroportuale), come anche la cantieristica navale da crociera e da diporto; una bella fetta di industria automobilistica e di edilizia (residenze secondarie, alberghi, villaggi turistici) e di costruzione stradale e autostradale, senza dimenticare l’industria dei souvenir, cartoline, guide turistiche, ecc.: con un’infrastruttura (e una sovrastruttura) così “pesante”, non è difficile comprendere perché il turismo sia anche l’industria più inquinante.

Un capitolo corrosivo del libro di Marco d’Eramo è dedicato all’Unesco, un’istituzione che si muove in perfetta consonanza con lo spirito dell’epoca, in un duplice senso; da un lato in sintonia con la svolta conservatrice imboccata dalla cultura occidentale, sia nell’accezione politica che in quella presunta “museale”; e dall’altro con la riconversione turistica dell’Occidente industrializzato. Il patrimonio culturale diventa valore di mercato, in quanto certificato come “autentico” dall’Unesco, vero e proprio attestato di legittimità (e di garanzia). È la copertura ideologica dell’industria turistica: “L’Unesco conferisce buona coscienza e consente di accettare le devastazioni turistiche in nome del salvataggio.”

Questo abnorme sviluppo, questo impatto devastante dal punto di vista di ecologia ambientale ma anche – per dirla con Bateson – di ecologia della mente, viene mappato da D’Eramo (che ha studiato Sociologia con Pierre Bordieu) a partire dalla sua nascita ottocentesca e nel suo sviluppo nel corso del ‘900. Il libro è un buon esempio di sociologia del quotidiano, si sforza di essere onesto di fronte a un argomento cha ha sempre suscitato pelosi distinguo tra “viaggiatori” e “turisti”, con i primi che ostentano uno snobistico senso di superiorità rispetto ai “turisti”, magari perché si portano nella valigia di Vuitton un libro di Chatwin (quando i veri viaggiatori di oggi sono quelli che chiamiamo migranti).

“Solo accumulando studio – scrive verso la fine del suo saggio D’Eramo -, mi sono reso conto che dietro la critica del turismo c’era solo un rifiuto di guardarsi allo specchio e di riconoscere che quella del turista è semplicemente la peculiare percezione del mondo della nostra società.” Prendersela (esclusivamente) col turismo è sbagliare bersaglio: il turismo è solo un epifenomeno di una mutazione ben più profonda e onnipervasiva (e distruttiva). La globalizzazione con i voli low cost ha aperto un capitolo nuovo e nuove possibilità: “Fare qualcosa solo perché si può farla […]. È una delle molle più potenti dell’agire umano.” Chiedete a chi abita o lavora a Venezia che volto ha assunto il turismo oggi: agli onnipresenti turisti americani e europei in genere, si sommano le masse dei nuovi ricchi del subcontinente indiano o cinese, che il giorno prima hanno visitato Firenze, il giorno dopo saranno a Parigi (o Roma, o Londra, o Barcellona…). Stephen Britton, una delle fonti di D’Eramo, in Tourism, Capital and Place: Towards a Critical Geography of Tourism scrive: “Il viaggio ricreativo è, insieme con lo sport professionistico, gli svaghi all’aperto, la musica, il catering, i film, i video, i libri, i periodici, la televisione, l’arte e numerose altre attività di svago, una corsia preferenziale per il perseguimento e l’accumulazione del profitto.” In una società dominata dal rapporto di scambio mercantile, anche il tempo libero è merce.

 

III Considerazioni inattuali

Nicola Chiaromonte, verso la fine degli anni ’60, a un’amica[1] scriveva: “Oggi, la ‘cultura’ sta diventando uno degli ‘instrumenta regni’ più potenti – appunto perché la nostra società è una società tenuta insieme dalla ‘ratio’, dal sapere tecnico – e sostenuta (o ‘divertita’) nei suoi poveri ‘otia’ dai giochi (‘circenses’) letterari, artistici e cinematografici.” Possiamo dire, a 40 anni di distanza, che il turismo sia diventato il principale strumento di questa cultura. Per Chiaromonte, quella che chiamiamo “civiltà industriale” (o “scientifica” o “tecnologica”) è una rottura radicale appunto perché crede di possedere l’eredità di tutti i secoli passati. “Sa tutto di tutto – e non riconosce a nessun patto di non saper nulla – di non saper più nulla – del solo soggetto che importi: l’uomo – se stesso.” Il venir meno delle religioni storiche quale orizzonte di senso delle società non ha prodotto una religione umana, ma al contrario, una nuova forma di superstizione, una nuova idolatria. “La religione dell’al di qua delle cose – del momento che passa – dell’oblio di sé nella distrazione continua dall’esistenza di un mondo – dal fatto della mortalità – e persino dalla gioia profonda – perché la gioia chiede ‘altro’ – rimanda a un significato splendente e nascosto. Insomma, io non sarei lontano dall’affermare che l’attuale condizione dell’uomo civilizzato è la peggiore immaginabile.”

Il senso del sacro non è altro che il senso del limite, il sentimento (e la coscienza chiara) di essere parte di un tutto che non si conosce: il turismo, allora, nella sua apparente futilità, è il frutto maturo di quest’epoca, che ha nella dissoluzione di ogni limite la sua pietra angolare. “Il male è incurabile, ne sono convinto. Tranne in alcuni ‘isolotti’ sparsi, non c’è resistenza possibile. […] La giustezza e la giustizia non possono venire che dall’‘alto’, da una ragione che per forza è accessibile solo a pochi ‘devoti’. Qui sta il nodo della questione, credo. Nella possibilità che questi pochi esistano, si conoscano, si ritrovino, si raggruppino.”

Se ha senso resistere, lo si deve fare per coloro che, come Federica, stanchi di stare in gruppo, si allontanano verso gli alberi.

 

[1] Questa e le altre citazioni di Nicola Chiaromonte provengono dal libro Fra me e te la verità, ed. Una città, Forlì, 2013

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