Macron e quel che resta dei socialisti

di Francesco Ciafaloni

illustrazione di Franco Matticchio

illustrazione di Franco Matticchio

Pubblichiamo oggi un commento di Francesco Ciafaloni sulle elezioni francesi scritto tra il primo turno e il ballottaggio di ieri. Visti i risultati di questa notte, si possono aggiungere alcune considerazioni.
– Debrè, che è considerato il padre dell’attuale sistema istituzionale francese, sapeva il suo mestiere. Il sistema ha retto molto bene a uno scossone molto forte. Il vincitore Macron è stato votato, per scelta o per opposizione alla Le Pen, dal 44% degli aventi diritto al voto, non dei voti validi. Ci può piacere o no, ma è legittimo. Gli astenuti sono stati più del solito: i voti bianchi o nulli due o tre volte il solito, ma non siamo all’orribile 40% (che qualcuno vuole abbassare) dei voti validi richiesti dal sistema italiano per avere il 55% dei seggi.
– Come era chiaro dalla settimana scorsa, la barriera antifascista che aveva dato più dell’80% dei voti a Chirac contro Le Pen padre, non ha retto. E non basta chiamare populista anziché fascista la Le Pen per sterilizzarla.
– Ora ci sono le legislative, su cui ha puntato Melenchon rifiutandosi di appiattirsi su Macron, con un apprezzabile consenso misurato dai voti nulli. Macron avrà il seguito che si presume per il vincitore. Bisogna vedere se sarà più bravo Melenchon a stringere alleanze con ciò che resta dei socialisti, attraverso candidati bravi e condivisi, e a comunicare a tutti che non è chiuso al mondo ma solo ai monopoli, o la Le Pen a stringere alleanze con i repubblicani. Speriamo nei francesi.
Certo,  di ricatto in ricatto (se vince Berlusconi…, se vince la Lega…, se vince il candidato camorrista alle regionali…, se vince la Le Pen…) rischia di venire giù tutto. A cominciare dal buon senso e dal senso critico. Per non parlare di quel po’ di welfare che avevamo costruito. Votare sta diventando ormai solo scommettere di quale morte morire. (Gli asini)

 

I giornali italiani sono, per lo più, pieni di lodi del “doppio turno alla francese”, e in generale del maggioritario, mentre gli elettori italiani sembrano di nuovo favorevoli al proporzionale.

Certo, il doppio turno è meno iniquo (quello francese, alle legislative, ammette tutti quelli che hanno preso più del 20%), falsa meno, del cosiddetto premio di maggioranza, che trasforma la maggiore delle minoranze in maggioranza assoluta e, insieme alla elezione assicurata dei capolista, consegna il parlamento al segretario del partito vincitore, che, a suo tempo, ha nominato i capolista. Il maggioritario è sempre un po’ bolscevico, come si diceva una volta, incluso il modesto difetto che chi ha addentato la maggioranza, potendo, non la molla, se ha il controllo dell’economia o della forza. “La guardia è stanca,” disse Lenin per troncare la discussione parlamentare e porre fine al Governo Kerenskij.

In Francia, gli elettori possono scegliere chi gli dispiace di meno tra il primo e il secondo arrivato: eleggono il presidente che piace alla minoranza maggiore e non dispiace troppo agli altri, che altrimenti si coalizzerebbero per eleggere il secondo arrivato.

Il funzionamento virtuoso dipende però da condizioni sociali e politiche che hanno retto, con qualche crisi, per 70 anni ma ora non sono più vere, cioè che ci sia un consenso di fondo sul tipo di democrazia, e un sostanziale bipolarismo: una destra che sostiene la legge e l’ordine, le Grandi Scuole, le banche, i poteri costituiti, i ricchi; una sinistra socialista, che rispetta lo Stato democratico, ma sostiene di più l’uguaglianza, i lavoratori e i loro diritti, le libertà. Se ci sono forze radicalmente contrarie all’equilibrio sociale e politico presente, gli altri le isolano e travolgono.

Subito dopo la riforma costituzionale gollista, nel ’58, De Gaulle sconfisse Marrane, comunista, al primo turno, col 78,5% dei voti dei grandi elettori, che esistevano ancora; nel 2002, dopo un primo turno ancora più frammentato dell’attuale (Chirac, RPR, 19,9; Jean-Marie Le Pen, FN, 16,9%; Jospin, socialista, 16,2%; gli altri a seguire) Chirac rifiutò il confronto diretto con Le Pen, perché con loro non si parlava, e vinse con 82,21 % dei voti.

In tutte le altre elezioni (De Gaulle su Mitterand nel ’65 col 55,2% dei voti; Pompidou sul centrista Poher nel ’69 col 58,2%; Giscard d’Estaing su Mitterand, primo al primo turno, nel ’74 col 50,81%; Mitterand su Giscard d’Estaing, primo al primo turno, nell’81 col 51,8%; Mitterand su Chirac nell’88 col 54%; Chirac su Jospin, primo al primo turno, nel ’95, col 52,64%; Sarkozy su Royale nel ’57 col 53,06%; Hollande su Sarkozy nel 2012 col 51,64%) si tratta di vittorie di misura, qualche volta risicate, ma con i ruoli del partito del presidente e di quello di opposizione ben definiti. Con Hollande si verifica di fatto la confusione di ruoli avvenuto nel Regno Unito con Blair e in Italia, con Veltroni; più marcatamente con Renzi: sparisce il partito che difende il basso, che, in linea di massima, difende l’equità, i diritti. Questo non vuol dire che sia la destra a diventare difensore dell’uguaglianza e dei diritti; ma si apre lo spazio per una “destra sociale”, per la difesa del lavoro dei cittadini, contro i non cittadini, per la scomparsa della difesa del lavoro e l’affermazione del primato dell’efficienza politica, del taglio dei costi, della difesa della rendita.

Se ancora pochi anni fa, in Francia, la critica ai socialisti perché troppo moderati – come spesso erano – veniva da sinistra, da comunisti, trotskisti e operaisti, che potevano facilmente convergere sul candidato socialista al ballottaggio, l’adozione del Code du travail nel 2017, contro il parlamento, da parte di Hollande (come, in Italia, la riforma delle pensioni da parte di Monti, aggravata dal jobs act di Renzi) viene oggi criticata soprattutto da destra, da Marine Le Pen, all’interno di una politica di difesa dei soli lavoratori francesi, di opposizione all’immigrazione, di antislamismo.

La crisi, la sconfitta al primo turno, dei candidati dei due partiti maggiori (Fillon, repubblicano, terzo, Hamon, socialista, al 7%), la nascita e la vittoria al primo turno di “En marche” di Macron, già ministro di Hollande, la tenuta della Le Pen, il successo del vecchio socialista Melenchon, “France insoumise”, che arriva quarto, in sostanziale parità, al 20%, con i due che lo precedono, a soli 4 punti dal vincitore, hanno prodotto una situazione inedita. E commenti insensati in Italia.

 

Che fare?

La domanda ci riguarda solo come osservatori, commentatori; riguarda direttamente Melenchon e i suoi elettori. Ezio Mauro, sulla Repubblica del 4 maggio, attacca frontalmente Melenchon che sarebbe per il “né – né” come ai tempi del rifiuto delle Br e dello Stato. “C’è quasi un odio antropologico — che non ha nulla a che fare con la politica — per la figura fisica e insieme fantasmatica del tecnocrate che gioca la sfida del governo, mettendo le sue carte sul tavolo, senza camuffare la sua cultura e i suoi programmi nell’opportunismo della rincorsa populista.” Forse Melenchon odia i tecnocrati. Ma perché i suoi elettori dovrebbero votare a loro danno, contro di sé, per un candidato che non li degna di una parola, di una apertura, nella sua piattaforma? “L’odio nei confronti del riformismo ha bisogno di minimizzare i rischi del post-fascismo, per sdoganare l’astensione tranquillizzando le coscienze inquiete davanti alla xenofobia del Front” prosegue Mauro. Già il riformismo! È la neolingua neoliberale che chiama riforma l’accettazione del dominio dei ricchi. Perché Melenchon dovrebbe suicidarsi scegliendo di sostenere senza contropartite un concorrente che non ha degnato di attenzione la sua proposta di revocare il Code du travail? Dopo tutto se Macron è stato votato da un votante francese su quattro, Melenchon lo è stato da uno su cinque. Ha il triplo dei voti di Hamon, sostenuto da Piketty, che avrei votato, fossi stato francese, ma è stato affondato dalla continuità con Hollande e dalla opposizione di metà del suo partito. Ha la maggioranza relativa a Marsiglia, Le Havre, Lille. In una Francia che sembra un quadro puntillista, il suo colore si vede bene. Le elezioni non finiscono domani e alle legislative le maggioranze locali conteranno. Melenchon ha chiarito che non voterà mai per la Le Pen, ha rivolto ai suoi sostenitori il quesito se astenersi, annullare il voto, votare per Macron, non ipotizzando neppure il voto a destra. I suoi elettori si sono divisi sostanzialmente in tre parti uguali. C’è il pericolo Le Pen; ma c’è anche il pericolo neoliberale.

Ho sentito quasi per intero il dibattito del 3 maggio. Al secondo turno in effetti voterei Macron, perché ha detto due cose sensate: ridurre il numero di allievi per classe alle elementari, alzato da Hollande; abolire le categorie privilegiate nelle pensioni, come in Italia non hanno fatto né Monti-Fornero (che avrebbero dovuto farlo per equità) né il governo cosiddetto di centrosinistra (che avrebbe dovuto farlo per equità e difesa dei lavoratori ordinari). Non è la revoca del Code travail che gli ha chiesto Melenchon, ma è qualcosa. Non toglierei la stima a chi si asterrà o annullerà. Non farei un fuoco di sbarramento contro chi ha votato Melenchon e voterà al secondo turno la pericolosa Le Pen, che non entra mai nei dettagli, ha come punto forte la xenofobia – e la capacità di dire “La France” con empatia e solennità come neppure De Gaulle. Bisogna dare un’uscita di sicurezza futura a sinistra anche agli incazzati che non sono capaci di mantenere una barriera a destra, che non si ricordano degli anni ’30 e della guerra di Algeria, a cui il sistema maggioritario non consente di essere rappresentati. Alle legislative, forse, avranno più spazio e non bisogna sbarrargli la strada. Meglio, bisognerebbe attuare un mutamento istituzionale che consenta loro di essere rappresentati meglio.

La barriera contro la Le Pen, purtroppo, è già caduta con l’accettazione di Dupont-Aignan di essere nominato Primo Ministro in caso di vittoria. Spero non lo diventi mai: ma spero anche che nasca un nuovo partito socialista e che cominci ad esistere sulla scia di Melenchon, dalle prossime legislative.

 

 

Trackback from your site.

Comments (1)

  • Silvia Vegetti Finzi

    |

    Grazie del commento particolarmente informato e approfondito.

    Reply

Leave a comment