Tornelli alla bolognese

di Piergiorgio Barbetta

fumetto di Andrea Pazienza

immagine di Andrea Pazienza

A Bologna è tempo di sgomberi. La Questura, sempre con il plauso del Comune, ha messo fine a tutte le numerose occupazioni abitative, compresa quella della palazzina ex Telecom, dove quasi trecento persone avevano dato vita a una forma di autogestione. È stato sgomberato il collettivo lgbt Atlantide, cui era stato assegnato uno spazio pubblico. All’indomani dello sciopero e della grande manifestazione per l’8 marzo è stato sgomberato uno spazio comunale in disuso occupato dalla “Consultoria transfemminista queer”. È sotto minaccia di sgombero il collettivo Làbas, che da quattro anni occupa una caserma abbandonata e in procinto di essere trasformata in albergo di lusso. E il Comune ha annunciato lo sfratto di XM24, uno spazio autogestito insediato da anni – con regolare convenzione – nei locali dell’ex mercato ortofrutticolo di proprietà comunale. Nelle scorse settimane, la città ha addirittura assistito all’irruzione della polizia nella biblioteca di Lettere dell’Università, occupata da alcuni collettivi che l’avevano riaperta agli studenti dopo la chiusura stabilita dal Rettore in reazione alla rimozione dei sistemi di controllo e selezione dell’accesso che gli stessi collettivi avevano attuato il giorno prima.
In questo articolo proponiamo una ricostruzione di quest’ultimo episodio, leggendolo nel contesto più ampio della situazione che da molti anni rende critica la fruizione del cuore della zona universitaria. Torneremo presto ad occuparci di ciò che sta accadendo a Bologna e delle ragioni per cui tutto questo non riguarda solo il capoluogo emiliano. (Gli asini)

 

Il 9 febbraio scorso la biblioteca di discipline umanistiche di Bologna è stata occupata da alcuni studenti che protestavano contro l’installazione di un nuovo sistema di controllo e di accesso. Il sistema, fra le altre cose, prevede il passaggio attraverso alcuni tornelli contapersone attivabili solo strisciando un badge elettronico. La celere è entrata nell’aula studio e ha sgomberato i locali della biblioteca. Sono seguite contestazioni, scontri e reazioni sdegnate di giornali, politici, cittadini e studenti, che hanno ritenuto necessario dissociarsi – tramite una petizione online – dall’operato del Cua (uno dei gruppi contestatari) e ribadire il loro parere favorevole ai tornelli e all’intervento della polizia.

La biblioteca si trova in una zona di Bologna che concentra in sé molte criticità. A poche centinaia di metri dalle torri, attraversando Largo Respighi, dove quotidianamente posteggiano volanti di carabinieri e poliziotti, si raggiunge la facciata del Teatro comunale. Scendendo i gradini del porticato a quasi ogni passante viene offerta una bici per poche decine di euro. Le bici sono ovviamente rubate. Dall’altra parte c’è il Cicu (la biblioteca di Scienze Giuridiche) e Palazzo Paleotti, una biblioteca d’ateneo, con postazioni numerate, accessi controllati, mezz’ora di pausa massima consentita che diventa un’ora per lo stacco del pranzo. Col bel tempo la piazza si riempie: il bivacco è un’attività gradita tra la variegata popolazione, che si disseta abusivamente bevendo birra. Da anni vigono infatti ordinanze di vario tipo che vietano di vendere alcolici in vetro, con il risultato di una imponente proliferazione della vendita abusiva. Col bello e col cattivo tempo, non è difficile incontrare qualche spacciatore avvicinandosi all’imbocco di via Petroni.

Non è una novità che la zona intorno a piazza Verdi veda avvicendarsi una popolazione così variegata: in quella piazza guardie e ladri convivono da sempre. Le contraddizioni della città lì sono più evidenti che altrove: crescenti disparità sociali, mancanza di spazi di aggregazione che offrano di meglio che un colorato ed economico cicchetto, logica repressiva e scacco della stessa (nonostante la fiorente microcriminalità e la frequenza di risse, la polizia interviene piuttosto raramente), consumo di sostanze stupefacenti e fenomeni legati alla marginalità. Nella zona il problema c’è e negarlo significa fare le scimmiette. Ma non riguarda solo il 36. Qualche anno fa c’era stato anche un morto, ma era stato trovato nei bagni del 38, tuttora accessibile senza alcun tipo di identificazione.

Secondo la relazione annuale del Dipartimento delle politiche antidroga, Bologna è la città in cui si muore di più di tossicodipendenza: nel solo 2015 si sono registrate 22 morti. Le città che seguono immediatamente in questa triste classifica sono Napoli, Torino e Roma (21 le prime due, 20 la seconda), tutte e tre con una popolazione di gran lunga superiore superiore a quella bolognese. Secondo il tossicologo del Ser.t. Salvatore Giancane nel 2003 i morti a Bologna erano stati 4. Se si guardano i dati relativi alla regione Emilia Romagna il numero di morti dal 2010 al 2015 è più che raddoppiato, da 20 a 41. Non a caso, proprio nel 2010 il futuro Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri – all’epoca Commissario straordinario del Comune di Bologna dopo lo scandalo che aveva costretto alle dimissioni il sindaco Delbono – chiuse il Drop-in, servizio a bassa soglia di riduzione del danno per l’assistenza alla tossicodipendenza.

La biblioteca di discipline umanistiche si inscrive in questa particolare geografia cittadina. Nel 2010 l’apertura della biblioteca in orari serali era stata prolungata e si erano già creati diversi problemi. Dopo qualche birra, abusiva o meno, un bagno è un luogo desiderabile e fino alle 22, il bagno del 36 restava di fatto aperto a chi ne avesse avuto bisogno. Finché, a fine 2015, eureka!, il Comune installa un vespasiano in via del Guasto e una turca con paravento in legno in Largo Respighi. La biblioteca si era organizzata in modo da tenere chiusi i bagni che si trovano ai primi piani (dove non era possibile controllare chi entrava) a partire dalle 18: potevano essere utilizzati solamente quelli al piano terra, di fronte alla scrivania dei bibliotecari. Questa precauzione non è evidentemente bastata: a detta del rettore Ubertini infatti, la decisione di installare dei tornelli al 36 era legata ai rischi derivanti dall’apertura in orari notturni. Ma allora perché non tenerli aperti solamente tra le 22 e le 24? Il 2 febbraio, una settimana prima che avvenissero i fatti che hanno tenuto impegnate le prime dei giornali locali per diversi giorni, gli studenti del Cua e di Labàs avevano recapitato alla prorettrice una raccolta di 600 firme per chiedere la rimozione dei tornelli. Tornelli che, è bene precisare, non sono come quelli del metrò. Si tratta di una doppia porta a vetri: chiusa una si apre l’altra, come in banca.

Lo spazio per il dialogo poteva essere almeno cercato dall’amministrazione universitaria, che invece ha fatto orecchie da mercante. Una prima considerazione da trarre è che, seppure in modi non particolarmente affabili (esiste un video della consegna delle firme, nella pagina Facebook del Cua), quelli che poi sono diventati “violenti” hanno avanzato le loro pretese con metodi pacifici. La violenza è arrivata dopo. E forse, sugli orari dell’attivazione dei tornelli, si sarebbe potuto negoziare.

È bene ripercorrere brevemente le fasi di questa escalation. Alla riapertura dell’Università dopo l’Epifania, il portone del 36 resta chiuso “per lavori di manutenzione”. Questo fino al 23 gennaio, giorno in cui la biblioteca riapre e cominciano le contestazioni. Nelle due settimane abbondanti che separano questa data dal 9 febbraio, sono state messe in atto pratiche di disobbedienza pacifiche. È in quel giorno che sono iniziate le violenze: l’occupazione della biblioteca, lo sgombero della polizia e la reazione dei collettivi. Fino ad allora c’era stata un’assemblea quasi ogni giorno. Il sabotaggio dei tornelli, fino al dies irae, era avvenuto semplicemente aprendo le porte di emergenza, senza danneggiare cose o persone.

Poco dopo gli scontri del 10 febbraio, è comparsa sul sito Change.org una nuova petizione, rimbalzata e commentata favorevolmente da politici, giornalisti e internauti. La richiesta della petizione era, in grassetto, un “atto di coraggio: lo sgombero completo di tutti coloro che minacciano la libertà e la dignità dell’istituzione accademica”. Dal punto di vista linguistico “sgombero completo” è un’azione semanticamente connessa a luoghi, non a persone. Si sgombera qualcuno da qualche posto. Non si può sgomberare qualcuno e basta: quello si chiama picchiare e i molti fascistoidi che hanno riempito di commenti i siti web in questi giorni lo sanno bene. In poche ore la petizione ha raggiunto più di 4000 firme. Qualcosa che, come lasciano intendere molti dei firmatari internauti, assomiglia a una sorta di pestaggio “educativo”.

Comparare le due petizioni confrontandone l’adesione su base numerica è un esercizio evidentemente scorretto: l’eco delle proteste si era propagata prima nelle immediate vicinanze. E in quelle immediate vicinanze l’installazione dei tornelli era stata vissuta come una provocazione. Può anche essere che in questa reazione ci fossero tracce di ingenuo idealismo. Ma in un’epoca in cui i muri sono messaggi potenti e i confini si impongono anche all’interno del tessuto urbano e sociale è così necessario dissociarsi da ingenuità e idealismo? In ogni caso quelle 600 firme erano di persone che si erano interessate immediatamente alla questione dei tornelli. Ciò lascia presumere che passassero quotidianamente dal 36 (le firme sono state raccolte in due giorni) e che il loro interesse alla questione fosse autentico e diretto.

Le firme alla petizione online al contrario sono rimbalzate telematicamente solo dopo gli scontri di piazza, che hanno generato molto scalpore e hanno notevolmente accresciuto la rilevanza della vicenda, in rete e fuori, confondendone però i termini: i tornelli vengono praticamente dimenticati, l’aggettivo “degradante” è accostato ad “anarchico” e i 600 che in due giorni avevano firmato per la rimozione dei tornelli in una biblioteca da 250 posti diventano un “ristrettissimo – ma agguerrito – gruppetto che gioca alla rivoluzione”. Così quella che è stata una reazione, per qualcuno scomposta, di alcuni manifestanti, diventa tout court protesta violenta e la violenza della polizia che entra in una biblioteca manganellando studenti bona et iusta.

Episodi infelici al 36 ce n’erano stati. Ma pensare di garantire sicurezza attraverso un tornello vuol dire ammettere che a) c’è un problema nella zona, b) l’Università non ha la minima intenzione di occuparsene, c) non è affatto un suo problema se una molestia, un furto o un buco avvengano in via Zamboni o in piazza Verdi, basta che non succeda nulla all’interno delle sue strutture e d) l’istituzione esclude dalla cultura chi non se la può permettere: neanche con la tessera del Polo Bibliotecario cittadino si poteva accedere da quelle cabine.

Aldilà della funzionalità del sistema, la chiusura dell’università all’esterno rappresenta una nuova ragione del mondo, che vuole la marginalità esclusa dai servizi, igienici, sociali o culturali che siano. A piazza Verdi e in via Zamboni, si spaccia, si sorride, si ruba, si beve, si studia, ci si bacia e si vendono bici rubate. Si muore anche. Sarà un tornello a risolvere i problemi della zona universitaria?

L’idea che uno spacciatore, un migrante o anche un ladro non possa andare in bagno, leggere un libro o usare la stessa macchinetta del caffè degli studenti è una piccola idea. Una di quelle piccole idee che alle ultime presidenziali americane hanno reso ragionevole per milioni di persone l’inquietante favola del great again. Una di quelle piccole idee che, quando orientano le politiche, nazionali o cittadine, rischiano di fare molti danni. È bene esserne consapevoli, a prescindere da ogni giudizio sul comportamento degli studenti.

 

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Comments (4)

  • Luciano

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    odo le unghie far rumore mentre scivolano sugli specchi, ma non vale la pena neanche discutere alcuni passaggi che forzano alcuni fatti per sostenere la tesi di fondo, tanto vi leggono in così pochi (e ahimè io son uno di questi)

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  • Luciano

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    Odo l’On. Giovanardi emettere rantoli di gioia per la brillante operazione di polizia bibliotecaria, ma soprattutto per il sostegno plebiscitario accordatole dall’opinione pubblica ParaDemocratica

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  • Roberto Porta

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    Sul senso dell’articolo c’è ben poco da aggiungere a quanto scrive Luciano2. Con i tempi che corrono, mi auguro che “gli asini” mantengano la lucidità e il coraggio di parlare “da pochi a pochi”.

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  • Enrico

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    E invece mi piacerebbe sentirli discutere questi passaggi forzati, sennò non capiamo perché questo articolo dovrebbe essere parziale. Coraggio.

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