Nuovi femminismi: Non una di Meno

di Camilla VeneriIncontro con Gabriele Vitello

illustrazione di Mariana Chiesa

illustrazione di Mariana Chiesa

 

Il movimento “Ni Una Menos”(“Non Una di Meno”) nasce nel 2015 in Argentina a seguito di un appello di giornaliste, attiviste e artiste per dire basta ai femminicidi e alla violenza maschile sulle donne. Presto si diffonde in tutto il paese come spazio politico di autodeterminazione delle donne, per la costruzione di una società libera dal sessismo e dalla violenza.

Lo slogan coniato dal movimento – “se non valiamo, allora non produciamo” – evoca piani politici molto interessanti già elaborati dal femminismo degli anni Settanta. A partire da questo slogan, le donne argentine sono riuscite a dar luogo a una mobilitazione di massa che si è espressa nella forma dello sciopero, inteso come sottrazione dalle funzione produttive e riproduttive all’interno della società, ma anche come strumento che permette di rendere visibili, riconoscibili e pubblici i corpi e le vite delle donne, in una dimensione di indisponibilità e di sottrazione dai meccanismi di cattura, di dominio e di valorizzazione del capitale neoliberista. Non è una novità. In Italia e in Spagna, in ambito femminista e queer è già da dieci anni che si tenta di ragionare sulla forma dello sciopero con lo stesso obiettivo: evidenziare il ruolo delle donne all’interno della società, non solo denunciandone la posizione subalterna nel mercato del lavoro, ma anche – allacciandosi al dibattito sul lavoro gratuito domestico – il ruolo nel campo della riproduzione sociale.

Il senso del nome scelto è chiaro: “Non Una di Meno”, perché nessuna dovrà più essere uccisa, sfregiata, picchiata, annichilita e isolata; “Non Una di Meno”, perché tutte insieme ci riprenderemo gli spazi, i tempi e il reddito che ci spetta. Il movimento unisce, dunque, questioni di carattere culturale a temi sociali. La lotta contro la violenza sulle donne è strettamente legata alla lotta contro il neoliberismo.

Dall’Argentina il movimento è dilagato verso altri continenti. Basti pensare alla giornata di sciopero delle donne polacche del 3 ottobre scorso contro l’ennesima proposta di legge antiabortista neofondamentalista (in un ordinamento in cui l’aborto era già permesso solo come intervento emergenziale a seguito di stupri e violenze sessuali), giornata che ha bloccato un paese intero, arrestandone l’ondata sessista e reazionaria; così come la marcia del 21 gennaio scorso a Washington e in tutti gli Stati Uniti d’America, in cui le donne si sono messe alla guida del movimento di opposizione sociale e politica all’idea razzista, sessista, omofoba e neoliberale di Trump.

 

In Italia

In Italia tutto è nato la scorsa estate, a giugno, dopo l’ennesimo stupro e assassinio di una donna, un episodio sicuramente non isolato ma molto cruento e scioccante: Sara di Pietrantonio, una studentessa di 22 anni bruciata viva in via della Magliana a Roma dal compagno. Il dibattito mediatico che ne è seguito è stato penoso come al solito: giornali e telegiornali interpretavano la violenza del fidanzato come conseguenza del troppo amore per la ragazza.

Dopo quest’omicidio c’è stata quindi una prima assemblea romana che – questa è la particolarità dell’Italia – ha messo insieme soggetti diversi e compositi: il femminismo storico, i collettivi femministi di nuova generazione, i collettivi trans femministi e queer, quelli legati ai centri sociali e, infine, i centri anti-violenza.

In maniera lungimirante ci si è dati subito un obiettivo chiaro: superare il Piano straordinario antiviolenza del 2015 e scriverne uno nuovo da presentare al Governo, nel quale venissero recepite le linee dettate dalla convenzione di Istanbul rispetto al contrasto alla violenza. La convenzione del Consiglio d’Europa per il contrasto alla violenza sulle donne, firmata a Istanbul nel 2012, e che l’Italia ha accolto con votazione sia in Senato che in Camera nel 2013, prevede una serie di azioni e politiche attive di contrasto alla violenza e, in generale, ridefinisce i limiti concettuali della violenza, aggiungendo anche forme di violenza simbolica, psicologica e materiale, e restituendo una legittimazione politica alla dimensione strutturale e culturale della violenza maschile sulle donne.

La prima assemblea è stata a giugno e poi da settembre il movimento è cresciuto piano piano in tutto il territorio nazionale. Sono nate così numerose assemblee cittadine: inizialmente nelle città più grandi, dove erano già sedimentate forze di esperienza femminista. Spesso le assemblee sono composte da reti di collettivi femministi, centri sociali, collettivi trans, femministi e queer, centri antiviolenza.

Una data spartiacque è rappresentata dal 26 novembre. In concomitanza con la giornata mondiale contro la violenza sulle donne del 25 novembre, è stata indetta una manifestazione che ha letteralmente invaso la città di Roma. Un corteo di più di 250.000 persone che ha messo insieme realtà diverse come i centri antiviolenza che fanno riferimento a DIRE (la rete italiana dei centri antiviolenza), centri antiviolenza autogestiti, movimenti femministi di ogni orientamento, le donne dell’UDI, la rete IODECIDO, nata qualche anno fa all’epoca del dibattito sulla 194, la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza. È stato necessario un grande sforzo di mediazione e traduzione di linguaggi, storie politiche e generazioni diverse.

Dopo il corteo del 26 novembre, le assemblee cittadine si sono moltiplicate. Ora se ne contano in quasi tutte le città italiane. Tutte le assemblee hanno deciso di lavorare attorno a 8 tavoli tematici, ognuno dei quali dedicato a un contesto nel quale si produce la violenza: percorsi di fuoriuscita dalla violenza; piano legislativo e giuridico; lavoro e welfare; diritto alla salute sessuale e riproduttiva; educazione alle differenze, all’affettività e alla sessualità; sessismo nei mezzi d’informazione; femminismo migrante; sessismo nei movimenti.

 

Un soggetto moltitudinario

Quello del 26 novembre è stato un corteo unitario, senza spezzoni. Dopo il corteo ci sono stati i workshop sui vari tavoli tematici e un’assemblea conclusiva alla Sapienza di oltre 1000 donne. Questa grande partecipazione rappresenta qualcosa di imprevisto e inedito nella storia dei movimenti italiani degli ultimi decenni, un evento che di fatto ha riscritto le forme della partecipazione di piazza.

Diversamente da altre recenti mobilitazioni, “Non Una di Meno” è stato oscurato dai media. Solo dopo il 26 novembre le tv e i giornali hanno cominciato a parlarne. Internet ha svolto un ruolo cruciale: le militanti e le simpatizzanti del movimento si tenevano aggiornate attraverso il blog nonunadimeno.wordpress.com, dove è raccolto tutto il materiale, dal primo documento di lancio della rete fino ad oggi.

“Non Una di Meno” è un soggetto moltitudinario, che mette insieme storie, identità e linguaggi diversi. E’ il femminismo del 99% come è stato definito da Nancy Fraser, Angela Davis e altre femministe americane, accademiche e non. Una parte significativa del movimento è composta ad esempio da movimenti trans-femministi-queer interessati alla messa in discussione del concetto di genere nel solco della riflessione di J. Butler. La violenza sulle donne è, pertanto, anche violenza del genere che si esprime non solo verso le donne, ma anche verso tutte quelle soggettività che eccedono il binarismo e le aspettative di genere: gay, lesbiche, trans, intersex, ecc… L’assunzione da parte di tutto il movimento di questo passaggio teorico e politico favorirebbe la costruzione di un soggetto trans-femminista, che superi il ruolo imposto dal sesso di nascita offrendo a tutte la libertà di autodeterminarsi.

Il movimento argentino ha lanciato un appello per uno sciopero internazionale dell’8 marzo cui hanno aderito più di 30 paesi nel mondo, compresa l’Italia. Il 4 e il 5 febbraio a Bologna si sono tenuti degli incontri finalizzati alla costruzione dello sciopero. Più di 2000 donne hanno riempito le aule della facoltà di Giurisprudenza. L’ultima assemblea plenaria ha espresso la volontà di fare sciopero con o senza il sostegno dei sindacati. Al momento quasi tutti i sindacati di base del paese hanno aderito e dato copertura allo sciopero, organizzando assemblee nei posti di lavoro, organizzando le lavoratrici e sostenendo la lotta delle donne contro il potere sessista del capitale, che si esprime nella violenza maschile e di genere. Escludendo CISL e UIL che, per ragioni evidentemente di cultura politica, non stanno partecipando alla mobilitazione presente nel paese, la CGIL sta assumendo una posizione ambigua. Se, da un lato, ha dichiarato a livello nazionale di essere interessata alla giornata e di partecipare al percorso dell’8 marzo, di fatto non ha indetto uno sciopero generale. Solo la Federazione dei Lavoratori delle Conoscenza al momento ha aderito ufficialmente allo sciopero, tuttavia resta da verificare la partecipazione reale in piazza di questa sezione del sindacato confederale maggioritario.

Dagli incontri bolognesi sono emersi gli 8 punti per l’8 marzo, alla definizione dei quali hanno contribuito diversi gruppi. Tra questi il Fuxia Block, di cui faccio parte da diversi anni.

Il Fuxia Block, collettivo femminista e queer di Padova, fa riferimento a una progettualità politica più ampia di nome Bioslab, un laboratorio biopolitico occupato che fonda la sua analisi politica e le sue lotte su tre pilastri: l’approccio femminista, il rifiuto del modello lavorista in favore dell’introduzione del reddito di cittadinanza/autodeterminazione, e il ruolo dei saperi critici.

Come collettivo femminista, da oltre 10 anni lavoriamo sugli stereotipi di genere, sul potere del capitale che si traduce anche nella violenza contro le donne e nella violenza di genere, sul diritto alla salute sessuale e riproduttiva, sulle relazioni, sulla sessualità libera e autodeterminata. In occasione degli incontri di Bologna del 4 e 5 marzo abbiamo ripreso in mano l’analisi della violenza come dispositivo maschile e neoliberale che produce oppressione e subalternità nella vita delle donne e delle soggettività eccedenti e abbiamo rimesso al centro il reddito di autodeterminazione come strumento di liberazione economica e materiale che permetterebbe alle donne di liberarsi dal ricatto della violenza e del capitale e garantirebbe spazi di autodeterminazione e libertà, contro lo sfruttamento del mercato del lavoro e il lavoro gratuito di cura e riproduttivo.

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