Un po’ stitica, per essere in seicento

di Federica Lucchesini

illustrazioni tratte da "Lemming", di Armin Greder (Else edizioni)

illustrazioni tratte da “Lemming”, di Armin Greder (Else edizioni)

Le pagine face book, la programmazione di Radio tre e svariati blog e siti di critica culturale pullulano in questi giorni di risposte e controanalisi alla Lettera aperta dei 600 docenti universitari riguardo le carenze linguistiche degli studenti italiani – un appello del “Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità”.

La maggior parte di questi contributi sono radicalmente critici e indignati in merito al suddetto contributo, giustamente. La povertà culturale e scientifica dell’appello, il suo classismo reazionario, la sua vecchiaia gretta sono lampanti e sono stati ben denunciati. Del resto “merito” è oggi una parola pericolosa e per chiunque stia cercando di capire l’ossessione valutativa e le nuove politiche di governamentalità suona come un allarme: “merito” copre una certa ferocia nel perseguire la distribuzione iniqua delle risorse della conoscenza. Molti dei seicento firmatari hanno potere, sicurezza e distanza da qualsiasi impegnata partecipazione intergenerazionale alla produzione e trasmissione culturale democratica. Inevitabilmente la loro lettera ha avuto eco nella comunicazione mainstream e ciò offre un buon pretesto per discutere assieme della elaborazione culturale delle grandi trasformazione sociali e per riflettere pubblicamente sulla scuola sganciati dall’urgenza dell’ultima riforma.

Conosco un cospicuo numero di impiegati a vari titolo nell’università italiana per non sapere che il lamento sull’incapacità di scrittura e lettura, sulle carenze espressive e quindi riflessive delle/dei ventenni è continuo e trasversale. E dura da tempo. I 600 non hanno addotto una cifra o un dato quantitativo dalla ricerca sociale ma noi – che quei dati sappiamo e vogliamo vederli – possiamo riconoscere che l’analfabetismo strumentale è alto nel nostro paese. Un paese in cui non si leggono libri, non si consuma cultura, in cui la mobilità sociale è azzerata e la disoccupazione giovanile ha toccato il 40%. Un paese che ha avuto la peggiore televisione d’Europa e ha sperimentato con il berlusconismo quello che potremmo chiamare un tecnopopulismo pulsionale ossia un immiserimento collettivo della partecipazione e della riflessione pubblica, di cui l’analfabetismo strumentale è sia mezzo che effetto. Un paese imprevedibile e ambiguo come sempre, che rimane tra i più ricchi al mondo nonostante l’arretratezza delle sue istituzioni.

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Un paese che negli anni ’50 conobbe una straordinaria stagione di creatività pedagogica, nel rialzarsi dalle macerie della guerra fascista: a fronte di tanta infanzia abbandonata e povera in Italia si ebbe un movimento pedagogico diffuso che portò alla creazione – attorno alla scuola pubblica di base – di un’area di pensiero e di competenza nelle tecniche didattiche ed educative avanzatissimo. Il Paese del CEMEA, di Ciari e del Movimento di Cooperazione Educativa MCE, di Zoebeli, di Ramondino e ARN, di Lodi, Milani, Malaguzzi e Honegger Fresco.

Fino agli anni ‘70 il fermento è continuato, con l’introduzione del tempo pieno, le 150 ore e le sperimentazioni. Nonostante le politiche sindacali sconsiderate, nonostante le assunzioni illogiche e clientelari, nonostante tanti e perenni difetti e i tempi che cambiavano. Oggi però abbiamo alle nostre spalle due decenni di tagli forsennati alla spesa per l’istruzione: la scuola pubblica – di certo secondo una coerente prospettiva neoliberista – è stata oggetto di reiterarti attentati, che l’hanno portata in condizioni di estrema difficoltà. Dunque, per tornare alle competenze linguistiche, è giusto dire che c’è un problema e chiedersi che fare. Ma non è legittimo farlo male come quei vecchi potenti. L’appello del Gruppo di Firenze è misero perché attribuisce solo alle politiche educative scolastiche una condizione di ignoranza e penuria culturale generale (per di più senza fare nemmeno lo sforzo di indicare la enorme portata delle trasformazioni sociali) ma – pur volendo restare circoscritti alle aule scolastiche – esso si rivela anche squallido e grottesco indicando quattro mezzucci repressivi come proposta attiva (selezione, dettati, esami nazionali ogni anno, controllo dei prof di liceo sulle maestre). I firmatari potrebbero usare il loro potere per domandare investimenti che si traducano in classi meno affollate, nel ripristino di compresenze e laboratori, nel garantire insegnanti ben formati in numero adeguato e in spazi dignitosi. Dare il meglio agli ultimi arrivati: davvero questa non è cultura? A scuola non si insegna più con tempo e risorse sufficienti e le classi sono sempre troppo numerose: non lo sappiamo forse? Non è importante?

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In quella stitica letterina mancano informazione e rigore ma manca anche ogni generosità, ogni slancio utopico e ogni discorso politico esplicito, ingredienti senza i quali non si fa pedagogia né didattica. Al tempo della globalizzazione delle tecnologie informatiche si potrebbero organizzare feste del sapere, piccoli banchetti della conoscenza in ogni scuola: la possibilità, la gioia, la volontà, la curiosità di ciascuno di sapere potrebbero essere riconosciuti, tutelati e nutriti con più facilità. Ognuno col suo modo e i suoi tempi, ognuno in relazione agli altri. La connessione e la moltiplicazione delle risorse comunicative e rappresentative ci dispongono a una grande creatività in questo senso. Ma bambine e bambini arrivano agli 11 anni che odiano la scuola; in prima media – appena finisce il grande conforto dell’infanzia – odiano insegnanti, libri, compiti, studiare e leggere. Sono stanche, diffidenti, senza autonomia, timorosi. Perlomeno la maggioranza di loro, di certo la maggioranza di coloro che non hanno libri in casa o genitori entrambi laureati. Questo è lo scandalo della scuola, questo il campo di intervento culturale delle scuola. Non può riparare da sola un processo storico complessissimo che tocca le fondamenta antropologiche, le forme della politica, del lavoro, della conoscenza ma può starci dentro con pensiero e missione rinnovate.

Un secolo di pensiero pedagogico è stato distillato nelle accademie in retoriche inerti e mefitiche, inefficaci, neutralizzando un inestimabile patrimonio di sapienza e di tecniche. Le future maestre/i imparano slogan vuoti con un metodo che li smentisce ogni istante. In realtà è dimostrato, in più modi e da più scienze: si apprende in gruppo, cooperando, seguendo i tempi e l’inclinazione individuali nella produzione di opere collettive, attribuendo senso e contesto – ossia scopi sensati e riconosciuti – allo sforzo e alla fatica conoscitive. Si impara a scrivere se vi è qualcuno a cui sono indirizzate quelle parole e se esse avranno effetto; si impara a parlare e pensare se quel lavoro produce effetti: non perché si deve. Si apprende col corpo, con la narrazione e il gioco, con l’ascolto e il dialogo e facendo cose vere e per gli altri: ciò è vero perché è stato fatto, provato, studiato. Documentato, sperimentato, tramandato, rinnovato.

Ma –a parte tante eppure rade eccezioni – di norma e in generale la scuola è già come allora, come la vorrebbero i 600. Si ha paura delle note e della bocciatura in prima elementare, si pensa ai voti e alla paura come ai bei tempi e i risultati sono gli stessi: i pochi fatti per studiare e comandare e i tanti per essere macellati.

Ciò che l’epoca delle tecnologie informatiche e comunicative domanda è un nuovo pensiero e pratica dell’intergenerazionalità; una ridefinizione delle strutture trasmissive della conoscenza in cui nessuno si arroga la pretesa delle totalità, si scambiano saperi e contrattano poteri in un primato del dialogo e della cooperazione. La Buona Scuola di Renzi ha buttato in ruolo migliaia di persone che stavano in graduatoria da 15 anni mentre facevano altro e che di queste cose non sanno e non pensano niente. O gente logorata da anni di precariato che non farà altro che insegnare come le hanno insegnato ai tempi. Docenti che non avranno altra formazione che infarinature su LIM e programmini PC. Questa è stata un’altra tessera del progetto demolitivo della scuola di tutti. Non sono i corsi raffazzonati sulle ITC che servono alla scuola ma un serio e costoso progetto pluriennale di formazione e aggiornamento della classe docente. Perché non è stato perorato e chiesto questo da chi ha voce tanto grossa?

Per mandare definitivamente a male quel penoso appello fiorentino ricordiamo infine questo: la scuola primaria è un presidio democratico potente, è (dovrebbe e potrebbe essere) l’esperienza di comunità operosa e regolata che si incontra fuori dalla famiglia, dove poter divenire se stessi, dove l’individuo incontra il sapere e la forma di partecipazione autonoma al mondo civile. Nel paese in cui Montessori è stata sulle mille lire non esiste più – se non per alcune minoranze – una consapevolezza di tutto ciò. “Cosa insegnare e come” sono materia di ardua scelta politica e di duro lavoro culturale comune, sia dentro che fuori la scuola. I 600 professori universitari e di liceo ci propongono la severità e le selezione, il libro e il moschetto, vogliono che molto si conservi e si riveda il già visto. Se tutto andrà male avranno quel che desiderano e moriremo giovani e poveri a milioni.

Questo articolo uscirà sul n.37 de “Gli asini”. Abbonati ora per ricevere la versione cartacea. 

Naufragio

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Comments (2)

  • Nicola Zuccherini

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    Grazie per questo e per il balsamico Pontremoli, ma nei mesi scorsi avete pubblicato sugli Asini Galli della Loggia e Scotto di Luzio, che non solo hanno firmato la lettera ma direi ispirato, certo con altri ma più di altri, il punto di vista che esprime. Ci avete riflettuto?

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  • Giacomo Pontremoli

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    Gentile Nicola, rispondo a titolo personale. Su “Gli Asini” possono esserci, di volta in volta, diverse soluzioni a proposito dei numeri e degli interventi da ospitare, e credo che nessun intervento – compreso il mio per esempio – esaurisca o identifichi tutta l’area (plurale) della rivista, redattori e collaboratori. In quella occasione, in seguito ad un editoriale di Ernesto Galli Della Loggia (“Il Corriere della Sera”, 6 novembre 2015), una parte della redazione scelse di sottoporgli un questionario di domande critiche, dalle quali emergeva disaccordo nei suoi confronti (“Gli Asini” n. 30, dicembre 2015). Della Loggia rispose sullo stesso numero ribadendo la sua posizione, e comunicando nel testo disprezzo per le domande e per la rivista. Non fu quindi la pubblicazione di un suo articolo, ma la registrazione di un dissenso – sotto forma di intervista/questionario. Grazie a lei; un cordiale saluto, Giacomo

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