Non abbiate paura!

di Piergiorgio Giacchè

Messina2

Non ci sono più i terremoti di una volta. Devastazioni tanto improvvise quanto inevitabili subite come fatalità e interpretate come maledizioni: letterali dis-grazie davanti alle quali il timore della natura e il timor di dio si mescolavano confusamente. Lo sgomento e l’abbandono, il lutto e la miseria dominavano poi a lungo, per i molti decenni di una storia secolare che va da Messina alla Marsica e poi al Belice e fino all’Irpinia… una storia e una geografia tutta o sempre meridionale, quindi aggravata da arretratezze e incurie che si danno ancora per scontate nel profondo sud, soprattutto quando sprofonda. Poi, dal Friuli all’Umbria e da L’Aquila a Modena i terremoti, spostandosi nello spazio e avanzando nel tempo, hanno cambiato cultura o almeno lettura: dal pigro fatalismo tradizionale si è passati a un vitalismo postmoderno, fatto di immediate e orgogliose reazioni popolari, di richieste di subitanei aiuti e di rapide ricostruzioni, di sfacciati interessi economici e invadenti interventi politici… Il terremoto – anzi, l’evento sismico – è stato studiato e sfidato come un fenomeno tellurico infine ordinario per quanto attiene al nostro Paese: qualcosa che magari non si può prevedere, ma per il quale ci si può e ci si deve preparare. Il “prima” ma anche il “dopo” terremoto attiva investimenti e produce perfino guadagni: c’è un’economia del disastro che – cinismo a parte e super partes – ha persino fatto la fortuna di terre sfortunate e spopolate. C’è stata anche una politica del soccorso e della ricostruzione che è servita a soccorrere la politica, anche se non a ricostruirla. No, non ci sono più i terremoti di una volta, quando si dava la responsabilità a dio e la colpa all’uomo; adesso il senso di colpa dovrebbe averlo la natura se avesse una coscienza, ma intanto la responsabilità è tutta degli uomini che non sanno quello che fanno o meglio non fanno quello che sanno. Si dovrebbe costruire meglio e rubare di meno affrontando un accidente che – a detta di tutti – non è più una sostanza. “Casa Italia” dovrà essere un giorno – cioè presto – galleggiante sopra le onde sismiche e fregarsene delle eruzioni vulcaniche (a proposito, quando toccherà di nuovo al Vesuvio?) e chissà anche delle meteoriti o dei marziani. Lo strano è che la destra reazionaria sognava una nuova geografia a colpi di new town da inaugurare con champagne, mentre la sinistra progressista difende la storia e si orienta verso il restauro di ogni nostro bene e presepe culturale. Così si è arrivati all’ultimo terremoto del 24 agosto e ancora in corso, che ha colpito a morte Amatrice e Arquata e Pescara del Tronto e ha ferito tutt’attorno le zone limitrofe. Il centro del Centro Italia ha tremato e fatto tremare anche gli abitanti di Roma e Perugia e Ascoli e Macerata e fino a dove le scosse si sono fatte sentire.

Non si può dire che non ci sia stato sufficiente coinvolgimento e perfino sovrabbondante attività di soccorso, e non vale riflettere – a scosse ancora non ferme – sull’efficienza del servizio civile e dei volontari o sull’efficacia dei primi stanziamenti e interventi. Non è ancora tempo e non è il nostro ruolo quello di discutere il pro e il contro della gestione concreta del dopo-terremoto o della questione di come affrontare il prima del prossimo sisma. Si è invece tentati di sostare nel mezzo di un terremoto in atto, e di riflettere sul cambio di atteggiamento con cui si affronta questa tragedia, e forse tutte le tragedie. In mezzo alle disgrazie e alle rovine di ieri lo spazio per il vissuto emotivo e il peso del trauma esistenziale erano giustamente imponenti e però rendevano impotenti. In mezzo alla rovina e alla disgrazia di oggi si diventa magari saccenti, spingendo la pubblica opinione a distrarsi dal dolore e farsi intanto motore della pubblica sicurezza – traguardo più mitico che utopico di ogni parte politica e rifugio di tutti i peccatori della cultura.

In ogni caso e sotto ogni governo, il passaggio dal fatalismo piagnone al vitalismo ottimista sul prima o sul dopo, è servito a esorcizzare il “durante”. Non si sa se è un bene o un male, ma certo è una benefica reazione al posto della malefica rassegnazione di una volta. Il vantaggio è quello di porre l’urgenza di occuparsi dei vivi più in alto del bisogno di piangere i morti, mentre il rischio è quello di accelerare il passaggio dalla commozione alla rimozione, dallo smarrimento alla reazione, dalla sconfitta alla protesta, dalla dolorosa identificazione alla generosa solidarietà. Forse il lutto avrebbe bisogno di tempi più lunghi, ma è anche vero che il tempo dell’allerta e dello slancio collettivo non dura più di tanto e conviene approfittarsi dei momenti e degli uomini di buona volontà: momenti e uomini che ci regalano a tutti il senso e il nome di “comunità”, appena prima di tornare “audience” e ristabilire le distanze fra il mal comune che è toccato agli attori e il mezzo gaudio dei telespettatori.
Alla fine, grazie alla continua trasmissione in diretta, anche gli attori colpiti si abituano a vivere in differita la loro condizione e disperazione. Passare dall’evento alla sua notizia è un attimo, ma appunto in quell’istante l’esperienza viene archiviata in memoria. E ci si trova nudi ma da subito spinti alla mèta del futuro, come per un secondo miracolo che si aggiunge all’essere salvi per miracolo. Così, del senso di panico lungo come l’eternità si dice ma non si parla: del resto sul terrore e sul dolore personale non si hanno parole e al massimo si rubano immagini, che però non fanno testo. Il dramma umano collettivo che ieri finiva in storia o in leggenda, oggi è smembrato e privatizzato e silenziato. Se a valle la cultura è cambiata, è anche perché a monte la sacralità si è spenta: oggi la terra trema come ieri ma non c’è più un cielo a cui rivolgersi con preghiere o bestemmie, “ciascuno è solo sulla soglia della casa distrutta, ed è subito telegiornale…”
Mi rendo conto: la parodia non fa ridere, forse ancor meno delle lasagne all’italiana di Charlie Hebdo. Non c’è niente da ridere quando c’è un terremoto, ma nemmeno così tanto da trasmettere e discutere come invece il servizio pubblico e privato della comunicazione sta facendo incessantemente. Si comincia con giornalisti-scout (diversi dai più aggressivi giornalisti-scoop) che arrivano anche prima dei soccorritori a stabilire un collegamento mediatico ombelicale che è ormai più importante di quello stradale. Si continua con il commento e il conforto di esperti sismologi che tracciano radiografie del movimento tellurico e infine danno per settimane i numeri di migliaia di scosse anche impercettibili, al fine di alimentare l’allarme e intanto rassicurare sull’assestamento. Quindi – se non dal primo, dal secondo giorno – si segnalano e festeggiano tutti gli inizi o gli indizi di ritorno alla normalità, di voglia di vivere e bisogno di dimenticare. L’ottimismo è terapeutico e allora, in accelerazione esasperata, si montano tende che presto saranno case e si mostrano animazioni che anticipano le scuole, mentre si mettono a disposizione quasi più psicologi che pompieri, impegnati – non si sa con quali buone parole o con quali facce toste – a riordinare le rovine e ricostruire le pareti delle anime.
Bisognerà fare con calma – tutti lo sanno – ma intanto bisogna dire in fretta, perché la paura del terremoto non è come le altre, è una paura che fa paura. E’ l’ultima paura metafisica o sovrannaturale, che ci sorprende quasi sempre di notte e arriva dal profondo della Madre Terra e rende fragile e ridicola tutta la nostra superficiale definizione di Territorio. E’ una paura che resta a lungo sottopelle e sotto mente, perché il terremoto ci annichilisce ancor prima di mandarci in rovina: ci fa sentire – magari una sola volta, ma una volta per tutte – infimi e inermi e inutili e infine persi prima ancora di perdere “tutto”. Un Tutto assoluto e maligno che sottrae valore ai Tutti che siamo, che manda in secondo piano quelli che “ci” sono morti e mette in primo piano le case e le cose “di una vita”, le sicurezze e le garanzie sociali ovvero le abitudini e le speranze individuali. Nella sventura è vero nasce anche la solidarietà, ma la paura resta una cattiva consigliera e si rivela matrigna dei peggiori sentimenti…
La Paura di quando la terra trema è maiuscola e profonda, e magari è per questo che un tempo si ricorreva ad altre maiuscole come la Fede e il Destino: non era poi così stupido quel fatalismo che mescolava la rassegnazione alla resurrezione. La ricostruzione non si pensava rapida e nemmeno obbligatoria ma, nel mezzo al disastro, era forse più larga la pietà e più alta la sensibilità. Adesso forse la solidarietà è meglio organizzata, e la tecnica e la scienza sono diventate più adulte, ma la comunicazione sociale e la coscienza politica si arrabattano con modelli infantili, se è vero che credono di poter scacciare la paura combattendo la solitudine e il buio: “non vi lasceremo soli” e “non spegneremo i riflettori” sono in effetti le due ricette e le due promesse contro la Paura.
Così, la corta coperta politica e la vasta copertura mediatica tessono insieme un manto di protezione e intanto di rimozione: forse consolano gli afflitti meno della madonna di una volta, ma – una volta ripresa per mano televisiva – la situazione è sotto conforto e soprattutto sotto controllo. Lentamente la realtà si affida al suo spettacolo e l’effetto calmante si diffonde sopra – se non dentro – la popolazione colpita a morte o condannata a vita dal terremoto.
Fra i morti e i vivi il terremoto traccia una separazione netta, spietata. Ma è anche l’evento che più di ogni altro li avvicina, e perfino li confonde. Non la morte ma la paura li unisce, perché, al contrario di quello che si crede, la paura non è della morte ma viceversa si muore di paura. Quella paura che ci mette in ginocchio e in preghiera, quella che durante un terremoto ci ricorda la precarietà e perfino la vanità della vita.
E’ comprensibile ma anche un po’ ridicolo che si cerchi di rimuoverla con la pubblicità del futuro o la ricostruzione del passato. Forse non c’è un altro modo e sicuramente per ora non ci sono altri media che migliorino un po’ la sceneggiatura… un copione che sotto sotto non fa che ripetere – e ci induce a ripetere a nostra volta – le due battute che i protagonisti dei film e telefilm all’americana dicono davanti ad ogni catastrofe e perfino in punto di morte: “va tutto bene!” e “dammi una seconda opportunità!”.
E’ proprio vero che si torna bambini quando si ha paura della paura.

Passeggiavo un giorno con don Achille, un amico prete che è il più intelligente e il più fidato che abbia mai conosciuto. Con cautela mi prendo la confidenza di fargli una domanda sulla vita e sulla morte, di quelle che restano in testa malgrado il logorio laico della vita moderna. “Come mai anche la Chiesa, che infine ha campato per secoli sul mistero della morte e la speranza della resurrezione, sembra adesso investire tutto sul vitalismo dell’al di qua e non più sulla vita eterna dell’al di là? Come mai la morte insomma è caduta in disgrazia o in archivio, e la paura che la fa avvertire e ce la fa vivere, è stata bandita e non è più blandita?”
Per la verità la domanda l’ho fatta più lunga e contorta e ricoperta di filosofia, ma la risposta del prete è stata breve e folgorante. Dopo un attimo di pausa, con una botta sulle spalle mi dice soltanto: “E’ il materialismo, caro mio!”

Questo articolo è uscito sul n.35-36 settembre/dicembre 2016 de “Gli asini”.
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