La Shoah non è un trauma privato

di Bruno Segre

Bruno Segre è nato a Lucerna nel 1930 e ha vissuto direttamente la persecuzione antiebraica in Italia. Nel dopoguerra è stato collaboratore di Adriano Olivetti per il Movimento di Comunità. Attivo nel dialogo interreligioso, per alcuni anni ha diretto la rivista di vita e cultura ebraica “Kashet”. Dopo la pensione è divenuto esponente attivo di una minoranza critica della Comunità ebraica che, da una posizione sionista, laica e socialista, contesta la progressiva deriva nazionalista del sionismo israeliano. Non transfugo, ma disertore del fronte etnico, l’avrebbe definito Alex Langer. Casagrande ha recentemente pubblicato una lunga e bellissima intervista a cura di Alberto Saibene, Che razza di ebreo sono io, da cui è tratto il brano che segue. 

Yad

Ogni anno, dal 2000 in poi, sono andato nelle scuole a parlare di Shoah agli studenti. E avendo fatto “il mio dovere” anno dopo anno, posso testimoniare che, a motivo del carattere rituale della ricorrenza, la Giornata della memoria rischia di esaurirsi in una rievocazione retorica e sterile del male, in una sorta di postumo premio di consolazione offerto alle vittime e ai loro eredi.

Se il ricordo dell’orrore non si salda a un’interrogazione lucida circa il nostro orrido presente, e non suggerisce ai giovani l’idea di un futuro meno indecente del passato che abbiamo dietro le spalle, la rituale invocazione «ciò non deve accadere mai più» cade nel vuoto, non serve a nulla. Trasmettere la memoria della Shoah agli studenti delle scuole d’oggi, a settant’anni di distanza, ha un senso soltanto se riusciamo a educare le giovani generazioni a leggere la storia e a comprenderne criticamente la complessità, inducendole a mostrarsi pronte, in ogni evenienza, a prevenire e a impedire derive distruttive e criminali. Affinché la Giornata della memoria “funzioni” e significhi qualcosa per i nostri giovani, occorre che favorisca in loro la progettazione di un avvenire vivibile, da condividere fraternamente con tutti i figli degli uomini.

La Shoah rappresenta innegabilmente un capitolo specifico della storia degli ebrei. Infatti, nel “nuovo ordine” che Hitler intendeva instaurare, soltanto noi ebrei eravamo destinati alla distruzione totale, per principio e senza residui. La Shoah portò alla scomparsa di un pezzo rilevante della civiltà europea, quella degli ebrei dell’Europa centro-orientale. Fu dunque a pieno titolo una tragedia ebraica, immane e irredimibile.

Penso però che sia un errore farla passare come un nostro “trauma privato”. Chi usa questo approccio diffonde l’idea erronea che la Shoah sia una questione esclusivamente ebraica, e perciò di scarsa rilevanza per chiunque altro si trovi a fare parte della società contemporanea. Ricordare che anche i rom, gli omosessuali, i disabili e i Testimoni di Geova subirono dai nazifascisti persecuzioni per ciò che “erano” e non per ciò che “facevano”, non comporta affatto una banalizzazione della Shoah. Né la banalizza chi ci ricorda che la Shoah non fu l’unico inferno che la storia abbia partorito nel corso del catastrofico Ventesimo secolo. Una trentina d’anni prima della Shoah ci fu lo sterminio degli armeni, e nella seconda parte del secolo ebbero luogo le feroci stragi e le pulizie etniche in Bosnia, nel Kosovo, in Ruanda, in Cambogia solo per citarne alcune.

Se vogliamo presentare il genocidio degli ebrei d’Europa alle nuove generazioni in modo corretto, in tutta la sua complessità, occorre che lo facciamo rifluire laicamente nella corrente principale della storia dell’umanità. Esso non fu, come alcuni sostengono, un’eccezione patologica, una barbara ma temporanea deviazione dalla via maestra della storia. A mio avviso, il genocidio ebraico, compiutosi nel cuore stesso di quella cultura europea e cristiana che era stata la culla della modernità, è e continuerà a essere la matrice fondamentale per la comprensione del nostro tempo storico. La Shoah rivela con spietata chiarezza il contrasto fra i poderosi strumenti di ingegneria sociale creati dalla modernità e l’inettitudine della specie umana a crescere sul terreno della civiltà. La Shoah si porrà quindi per sempre quale paradigma e testimonianza della millenaria follia del mondo. In àmbito ebraico si sente spesso dire che lo Stato d’Israele sarebbe “figlio” della Shoah. Storicamente ciò non è vero giacché, parimenti alla Shoah, la stessa nascita del progetto sionista è “figlia” della giudeofobia di matrice teologica che per quasi duemila anni ha percorso il mondo cristiano.

Rilevo con dolore e imbarazzo che un uso rozzamente strumentale della memoria della Shoah è stato compiuto in varie occasioni da esponenti del governo di Israele, autoproclamatisi portavoce delle vittime. Per bocca di costoro, Israele cerca di sfruttare la memoria dello sterminio come certificazione della propria legittimità politica, come salvacondotto per le proprie scelte passate e future, e soprattutto come remunerazione anticipata delle ingiustizie commesse o, eventualmente, di quelle da commettere in futuro. A questo proposito, il caso limite è quello di Bibi Netanyahu e della menzogna da lui raccontata senza pudore al Congresso sionista mondiale nell’autunno 2015. Secondo Netanyahu, l’idea della Shoah sarebbe stata suggerita a Hitler niente meno che da Amin al-Husseini, il gran muftì di Gerusalemme. Una bubbola inventata dal premier israeliano per insinuare nelle schiere dei suoi elettori e tra i suoi fan all’estero l’idea che la colpa della Shoah vada attribuita ai palestinesi, o che vi sia una continuità fra la Shoah e l’intifada. Una fandonia che sdogana le fantasie sinistre dei negazionisti e che suona offensiva alle orecchie di tutti quelli che, come me, l’antisemitismo assassino del terzo Reich se lo ricordano personalmente.

 

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