I cancelli delle elementari

di Giovanni Zoppoli

Questo pezzo è uscito, sotto la voce  “scuola”, sull’ultimo numero de “Lo straniero”. Ultimo in tutti i sensi. “Lo straniero”, 20 anni e 200 numeri, ha fatto quello che si proponeva di fare: descrivere il presente desiderando di cambiarlo; segnalare il meglio delle iniziative sociali e culturali e collegarle tra loro; raccontare pezzi di Italia o pezzi del nostro passato meno conosciuti ma capaci di mostrare come saremmo potuti diventare, come potremmo ancora diventare; scoprire, studiare e proporre opere e autori realmente necessari; connettere la ricerca del bello a quella del bene. Ai suoi lettori la rivista ha chiesto di intervenire non principalmente polemizzando, denunciando, scrivendo o partecipando a un dibattito pubblico che negli anni di pubblicazione si faceva via via più mortifero e inutile, ma cercando di mettere alla prova dei fatti le idee di cui si discuteva sulla rivista. 

Salto

illustrazione di Mara Cerri

Pietro si aggrappa alle sbarre del cancello. No! Grida forte, no, non voglio entrare! Non voglio! La mamma cerca di tirarlo via da quelle sbarre. Ma lui piange e grida forte il suo no. Addirittura scende la maestra dalle scale di quel primo giorno di scuola, arriva proprio dove c’è il piccolo Pietrino aggrappato alle sbarre e al vestito della mamma. Ma niente. Per quella mattina Pietro ha vinto, torna a casa con sua mamma, e niente scuola.

Che succederà domani? Pietro ci andrà a scuola? Dipende.

Prima che Casati (1859) e Coppino (1877) decretassero l’obbligatorietà della scuola elementare in Italia, Pietro probabilmente non avrebbe nemmeno conosciuto tanto accanimento da parte degli adulti. Cresciuto con i suoi sette fratelli senza conoscere asilo o cose del genere, passando dalle braccia di zia a quelle di nonna fin che era piccino. E appena sufficientemente grande ci sarebbe stato il lavoro e i ritagli di svago con altri ragazzini. Certo, se a scuola Pietro ci sarebbe andato o no, in quel tempo molto dipendeva dal ceto della sua famiglia e dal destino che gli avevano riservato. Aspettativa di vita circa 36 anni.

Per un Pietro più recente, un Pietro del 1970 poniamo, le cose non sarebbero andate così. Nessuno avrebbe messo in dubbio la perentoria obbligatorietà della scuola. Con le buone o con le cattive Pietro il giorno dopo a scuola ci sarebbe andato. E piano piano se ne sarebbe fatto una ragione, lui e pure la mamma, anche se dal figlio non avrebbe voluto staccarsi. Il maestro è un’autorità, lo Stato è l’autorità, mamma e figlio non possono che trovare un adattamento (più o meno sano) davanti all’autorità. Aspettativa di vita settant’anni circa.

Se il primo giorno di scuola di Pietro fosse oggi, 2016, in una qualsiasi città d’Italia. Di nuovo molto dipenderebbe dal ceto di provenienza.

Se Pietro venisse da una famiglia rom, per esempio, non avrebbe molte scelte perché la frequenza scolastica è usata per ricattare mamma e papà. Ma facciamo il caso che la famiglia di provenienza sia una di quelle di fascia medio-alta. Pietro, che non ha fino ad allora fatto nemmeno un giorno di asilo, già prima di mettere piede in classe sarebbe bollato come bambino un po’ “strano”. Il giorno dopo ci sarebbe andato a scuola, ma con genitori e maestri dotati ormai di armi affilate. La mamma (e anche il papà) sa quanto possa essere nociva una scuola come quella dove è stata costretta a iscrivere suo figlio. La maestra sa molte parole di psicologia, sa dei bambini con bisogni speciali di apprendimento. La mamma va a casa e si sfoga col papà, con la nonna e con altri intimi caccia il suo sdegno per una scuola tanto disumana. Non ci può pensare, non ci dorme la notte. Passano giorni, settimane, la famiglia è distrutta da un impatto così grave. La maestra si consulta con le colleghe più anziane, vede se può avere una diagnosi, sola con ventiquattro bambini in una classe! Ma come fa a stare appresso a uno che ancora piange a novembre? E comunque un sostegno sarebbe molto utile. La mamma (e pure il papà) sa di avere più di una possibilità. La prima che le viene in mente è intentare una causa legale contro una scuola tanto disumana col suo povero bambino. Potrebbe iscriverlo a quell’altra scuoletta dove ci sono pochi alunni, e la maestra appena la chiami addirittura ti risponde a telefono. Anche perché alcuni dicono che di bambini quella scuola ne ha talmente pochi, che il terrore di perdere la classe l’anno prossima porta le insegnanti a fare qualsiasi cosa chieda un genitore.

Così pensa la madre. Prova, ci va a parlare. Ma la potenziale maestra la guarda un po’ male, non le piace proprio il suo sguardo. La mamma allora cerca altre mamme sconcertate come lei (“ma ti rendi conto?!?” è la frase d’assalto della mamma sdegnata che cerca di conquistare le altre alla sua causa). Aver incontrato Valdo, aspirante maestro sfortunato e nemmeno abilitato, le è sembrata l’unica fortuna in mezzo a tanta sciagura. Cerca di convincere quante più mamme possibili a ritirare i figli e ad affidarli a Valdo. Homeschooling, homeschooling è la parola d’ordine della mamma. La ripete cento volte al giorno, con le cento mamme che chiama, incontra, tenta di convincere. Alla fine rimane l’unica, le altre fanno bla bla bla, ma alla fine è troppo comodo e i figli li lasciano in quella scuola orribile. Ma la mamma ( e pure il papà) non cede. Chiama Valdo, ritira il figlio da scuola, inizia così la sua homeschooling, almeno finché non troverà una soluzione migliore. Aspettativa di vita 80 anni circa.

Pietro, per conto suo, passerà il resto della vita a domandarsi che avrebbe fatto se avesse potuto scegliere per davvero. E, in ogni caso, avrebbe passato il resto dell’esistenza a chiedersi se avrebbe fatto meglio a rimanere saldamente attaccato a quelle sbarre. Se per il Pietro dell’Ottocento le conseguenze di una non scuola avrebbero potuto essere un lavoro pesante fin da piccolo e per altri trent’anni circa, per quello di oggi non è detto che le cose sarebbero andate meglio, e ancora per settantadue anni circa.

Due continuano a essere le principali funzioni della scuola: la prima è accompagnare il bambino nell’uscita dal nucleo familiare verso una collettività più allargata; la seconda insegnare qualcosa che possa tornagli utile per il resto della vita. E a guardare i risultati nessuna delle due sembrano riuscire molto bene alla moderna scuola. Rispetto alla prima funzione sembra ormai essersi consolidata una rassegnazione diffusa, secondo la quale il massimo che un maestro potrà fare è limitare i danni che la famiglia ha causato e continua a causare al suo alunno; mentre per un genitore il massimo risultato sarà limitare i danni che la scuola fa al figlio. Per la seconda funzione, quella dell’apprendimento di qualcosa di utile, la faccenda risulta ancora più complessa. Mastodontiche quantità di studi, circolari, leggi, telefonate, mail, post su facebook e altri social, libri, cartoline, corsi, concorsi, ricorsi, richiami disciplinari a opera di un’altrettanto enorme massa di genitori, ministri, sottosegretari, accademici, psicologi, maestri, sociologi che ogni giorno si consumano attorno a quelle due funzioni, non sembrano riuscire a produrre molto di più di una volontà di fuga dalla scuola dell’obbligo, da parte degli alunni quanto dei docenti.

Basti guardare i dati su abbandono e dispersione scolastica (in continua ascesa) e a quelli sui Net (ovvero chi finisce per non studiare né lavorare). Sono bastati pochi più di trent’anni per archiviare i passi da gigante del secolo scorso. Quelli di una scuola che aveva tentato di fare il grande salto, da scuola dell’autorità a scuola dell’interesse autentico, basato sulla conoscenza con radici nell’affettività e nella relazione inter scambievole tra alunno e maestro. Salto compiuto grazie a maestri coraggiosi, con la forza di rompere col passato come don Milani o a quelli del Movimento di cooperazione educativa, non esperti o grandi professori pronti a fare sermoni o incredibili piroette, per poi velocissimamente uscire di scena. Semplicemente altri maestri in carne e ossa, in cerca di soluzioni a problemi che ogni giorno la scuola pone. Abbiamo in più occasioni parlato di questo passato, del modo in cui una pedagogia buona per tutti nacque dal contatto con gli ultimi (i più poveri come per Freinet, o i portatori di handicap come per Montessori). Abbiamo più volte messo in evidenza quanto i contenuti di questa pedagogia possano essere entrati nei testi (di studio o di legge) moderni. E, ahinoi, abbiamo detto altrettante volte di quanto queste spinte siano rimaste rinchiuse in quei testi. La scuola di oggi continua a svolgersi dietro ai banchi per la maggior parte della giornata, con una maestra che finge di sapere tutto e che deve infarcire di sapere le teste degli alunni a lei affidati. Per il resto ore d’aria, zeppe di lavoretti e sfoghi narcisistici di aspiranti artisti frustrati. All’asilo come alle superiori. Ed è ovvio che di eccezioni, per fortuna, ce ne sono tante.

Come è ovvio che non può essere scaricato sulla scuola il fallimento di una società basata su paure e rancori. Come stupirsi se le scuole non portano più i propri alunni fuori dall’aula (nemmeno nei cortili interni all’edificio scolastico), se quella scuola si trova in una città in cui i bambini fanno una vita da sorvegliati speciali? Mai un minuto senza la sorveglianza di un adulto, che sia l’istruttore di nuoto, il maestro o la baby sitter. Il vero spartiacque con la nostra epoca è stata l’interdizione permanente delle strade per i bambini. Dopo l’obbligo di frequentare quella che somiglia a un’istituzione totale, l’imposizione di una sorveglianza permanente. Distruggendo di fatto ogni possibilità di crescita autonoma dei propri figli e ogni spazio di libera sperimentazione. Come potrà essere compresa la consegna di Montessori rispetto al ruolo di maestro come “scienziato”, osservatore di quanto bambini “scienziati” (anche loro) riescono a esperire in autonomia?

Le conquiste bellissime e immense rispetto alle possibilità di fare scienze, matematica, italiano e le altre materie scolastiche anche con chi non era “normale”, le stesse che nel secolo scorso si sono estese alla scuola di tutti, oggi rimangono poco più che estetica, vetrina nelle mani del marketing dell’infanzia a servizio dei ceti medio alti. Il laboratorio di scrittura creativa, di ceramica, di circo… strumenti belli e potentissimi. Ma a che servono? A bambini sempre più annoiati da una vita senza rischio. Come dimenticare il diario in cui Freinet scopre la possibilità di imbastire una lezione di scienza a patire dall’inaspettata passione del più derelitto dei suoi scolari? Passione rilevata nell’ora di gioco del cortile di scuola. Quanto è grande la tristezza nel vedere oggi che fine hanno fatto quelle spinte? Cosa ne è rimasto dell’anelito verso la giustizia sociale che muoveva i primi iniziatori della pedagogia attiva contemporanea? Del loro bisogno di fare della scuola luogo di felicità? Sappiamo tutti che oggi molte classi di periferia somigliano sempre più alle classi speciali, classi in cui vengono ammassati bambini “scomodi” (figli di immigrati, rom, figli di detenuti), ma questo non sembra fare nemmeno più scandalo. Non ci voleva certo Trump per farci capire che il mondo si divide davvero in ricchi e poveri, e che l’opinione prevalente è che i poveri si arrangino da soli. Le spinte rivoluzionarie, quelle che erano alla base dei movimenti degli anni settanta e che riuscirono a portare un vento di rinnovamento anche nella scuola, oggi sono state sostituite da nuove mode psico-sociali, tutte tese a produrre iper-adattamento sociale. Con questo, vale la pena sottolinearlo ancora una volta, non intendiamo in alcun modo mancare di rispetto né dimenticare chi nella scuola dà anima e corpo, ogni giorno. Riteniamo al contrario che un’analisi veritiera serva soprattutto a chi nella scuola ci crede ancora. Riteniamo che sia molto più utile dissociarsi dai tanti che la scuola la stanno affossando con la propria sciatteria e cattiva fede (maestri, presidi, professori universitari, ministri, eccetera), piuttosto che continuare ad arroccarsi nella caduca certezza dell’appartenenza a un ceto pedagogico in caduta libera.

Conosciamo anche gli slanci vitali che negli ultimi anni cominciano di nuovo a muoversi, proprio da dentro la scuola (le molte realtà che si riconoscono attorno alla rivista “Gli Asini”, il movimento delle scuole libertarie, la rete di “Tuttaun’altrascuola”, e alcuni gruppi dell’Mce, per citarne solo alcuni).

Ma ciò non toglie che quanto ancora continua ad accadere nella quotidianità prevalente rimane desolante. Qualche settimana fa un maestro vicino alla pensione mi raccontava con rassegnazione che lui quando ha cominciato a lavorare a scuola ci andava anche di domenica. Ma oggi, dai! Chi ce la fa più, ma che senso ha lavorare in una scuola così? Tutti i maestri sanno che quello che si fa a scuola è una cosa e la pedagogia è un’altra. Quello che sta succedendo ora – continuava il maestro – è che dopo tanti anni spesi a dare tanta attenzione a chi era in difficoltà, oggi si ricomincia a concentrarsi sui “normali”. E non c’è da stupirsi se fino da piccolissimi le giornate di scuola sono basate sulla competizione, sulla paura del giudizio del maestro, sull’importanza di un buon risultato (anche se falso, come nella maggior parte delle prove Invalsi). Non è così che oggi funziona la società? E allora mica si possono produrre disadattati? Anche tutte queste storie sulla lettura, ma quale lettura? Se oggi l’attenzione di un adulto non va oltre l’estensione di un post?

Le profezia delle “tre i” di Berlusconi si sono perfettamente adempiute. Oggi si può parlare di innovazione didattica sole se promuovi abilità su Informatica, Inglese e Impresa. Tutto il resto è fuffa.

Gli unici ancora capaci di creare “crisi”, e quindi di portare cambiamento, sono gli studenti con qualche difficoltà psico-fisica, oggi bollati con infinite categorie. È l’unico argomento che ancora interessa per davvero la scuola di tutti e per il quale le maestre hanno davvero bisogno di chi li aiuti. Per i poveri si è provveduto altrimenti, ma quest’altro piano non è tanto facilmente liquidabile (almeno al momento). Eppure a fronte di una delle migliori leggi del mondo (mai attuate per davvero, perché le insegnanti di sostegno rimangono per lo più estromesse dalla loro funzione, salvo anche in questo caso rare eccezioni), oggi sembra che la formazione relativa a handicap e difficoltà di apprendimento sia diventato il vero cavallo di troia per l’affermazione definitiva di una cultura meccanicistica. Modalità purtroppo sempre diffuse come dislessia o problematiche come l’autismo (troppo a lungo sottovalutate o non prese in considerazione affatto) sono diventate spesso gli unici argomenti su cui gli stessi insegnanti chiedono di fare formazione, con soluzioni il più immediate possibili. E la maggior parte di queste soluzioni sono di matrice cognitivo comportamentista. E non essendoci altro come formazione autentica di cui gli insegnanti si nutrano, queste modalità finiscono sempre più per essere utilizzate indiscriminatamente anche per chi non ha alcun tipo di difficoltà. Alla varietà di metodi nell’insegnamento-apprendimento della letto-scrittura (metodo naturale incluso) che nel secolo scorso andava imponendosi, oggi sembra essersi sostituta quasi del tutto la modalità causa/effetto, premio/ castigo, insomma poco più di Pavlov.

Azzerato ogni serio dibattito su valutazione e climi di classe, il sistema dei voti rimane l’unico indiscusso strumento di valutazione (salvo eccezioni, stavolta davvero pochissime). Ma anche di questo come stupirsi? Come potrebbe la scuola opporsi a una tendenza sovranazionale tanto forte? Volponi come Pasolini, Alice Miller come Lowen, De Borde come Illich è da un secolo che cercano di metterci in guardia. Che cosa può essere più utile alla società del consumo e dello spettacolo al suo apogeo di un uomo macchina, scollato da sentimenti ed emozioni?

Io continuo ad augurarmi che domani Pietro decida di lasciare le sbarre e di entrare a scuola con le sue proprie gambe. Mi auguro che la sua maestra abbia ricevuto nel frattempo una lettera in cui c’è scritto che da domani potrà anche starsene a casa, purché non faccia più danni, almeno finché non troverà un lavoro capace di renderla più felice. Mi auguro che la mamma (e pure il papà) di Pietro vada a curarsi, che trovi un nuovo amore o una passione capace di riempire il grande vuoto che l’assilla. Mi auguro che Valdo, che sa fare il maestro perché non ha mai smesso di essere alunno e ama la compagnia dei bambini, possa andare a insegnare nella scuola di Pietro, pur non avendo alcun titolo.

Ovviamente questo passa per il fatto che anche ministri, sottosegretari, funzionari, rettori e docenti universitari siano passati a miglior vita o abbiano avuto una seria crisi di coscienza, decidendo finalmente di rimettersi a lavorare come ogni altro essere umano. Pietro si troverebbe così in una scuola dove continuare a scegliere quello che vuole imparare, insieme ad altri che come lui hanno sete di conoscere, altri bambini con cui scontrarsi e adulti da cui farsi guidare. Pietro scoprirebbe probabilmente che quella è una scuola senza sbarre. Non era lui a essere sbagliato, e non lo erano nemmeno la maestra o la mamma. Lo sbaglio erano le sbarre.

Ma forse quella non si chiamerebbe nemmeno più scuola.

illustrazione di Mara Cerri

illustrazione di Mara Cerri

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Comments (3)

  • valentina

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    grazie per queste riflessioni.assolutamente veritiere della realta’quotidiana cheviviamo in famiglia e a scuola.grazie per lo spazio di liberta’e di confronto che offrite ad insegnanti che,come me,non vogliono piu’ vivere nella zona di confort

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  • Loredana Bondi

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    Articolo,anzi riflessione,molto interessante e condivisibile…Ho dedicato ( e ancora dedico nonostante sia in pensione) il mio tempo a studiare,parlare, scrivere e vivere esperienze di “scuola”, perchè credo che occorra non smettere mai di opporsi alla mediocritá e alla ipocrisia di un sistema sociale che finge di sapere e si accontenta di adottare il “nuovo” che avanza imbastendolo di “vere e proprie” regole di esclusione…di chi non é conforme sl sistema…La cosa che opprime ulteriormente a danno delle nuove generazioni di bambini e bambine sono questi nuovi genitori, omologati ad immagini stereotipate di personaggi della rete o sedicenti eletti alla difesa del proprio figlio, qualsiasi cosa succeda. Sono un vero e proprio esercito opprimente , che come gli insegnanti ,si pongono di fronte ai bambini o subissandoli di comportamenti stereotipati o di assenza di quell’affettivitá “razionale”( anche se può apparire un paradosso )che serve a crescere fin dai primi giorni di vita. Siamo davvero in una situazione allarmante: maestri e genitori che non solo non hanno coscienza e conoscenza di un loro ver ruolo( senza generalizzare, ma in generale) ,sono pienamente funzionali al sistema e crescono bambini omologati al sistema, sennò è assicurata l’esclusione .Non parliamo poi di coloro che giá hanno problematiche psico fisiche (o presunte tali) …Sembrano trascorsi secoli da quando finalmente avevamo ottenuto il diritto di tutti i bambini ad entrare a scuola, di vivere, apprendere e far apprendere il valore della condivisione, dell’accettazione degli altri che non sono diversi , ma hanno diverso modo di approcciarsi al mondo, questo mondo che va conosciuto,rispettato e amato. Beh, le cose da dire sono tante e forse si rischia di

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  • Loredana Bondi

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    …(continua) passare per stranieri!

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