Dentro l’Ex-Moi

di Francesco Migliaccio

illustrazione di Paolo Bacilieri

illustrazione di Paolo Bacilieri

 

A Torino esiste un’aula dove s’incontrano italiani e migranti. È il luogo di una scuola serale, informale, regolata dall’improvvisazione. Si trova al piano terra di una palazzina occupata dove abitano migranti africani. Da tre anni frequento l’aula e queste sono note, memorie e pensieri che ho raccolto nel tempo.

Erano trascorse poche settimane dalla nascita della scuola e sulla cattedra tenevamo il quaderno rosso dei nomi. In un’assemblea di insegnanti si decise di registrare gli studenti che partecipavano alle lezioni. Alcuni di noi hanno lavorato nella scuola: forse un’abitudine irriflessa – una tentazione rituale all’appello – si era depositata in noi. Ma come archiviare i nomi di studenti che compaiono una sera e poi mai più, studenti che partecipano senza regolarità,  oppure di altri che lasciano la città per un po’ e ritornano dopo mesi? Dopo poco ci siamo dimenticati del quaderno rosso; ora si esce dall’aula con un cenno di saluto.

Come la frequenza in classe, anche le conoscenze della lingua sono varie. Nell’aula ci raggiungono parlanti esperti, ragazzi alle prime armi, analfabeti. Noi insegnanti siamo spesso in tre, quattro, e possiamo seguire gruppi diversi di studenti. A volte sono loro a chiederci di svolgere un compito specifico, magari un esercizio affidato dalla scuola istituzionale. Così le attività tendono a frammentarsi fino a diventare individuali. Nel tempo abbiamo tentato di organizzare lezioni collettive e uguali per tutti. Uno di noi si rivolge ai presenti senza distinzioni, gli altri insegnanti seguono chi ha più bisogno di aiuto.  Alcuni di noi desideravano inventare un luogo dove tutti siano partecipi e collaborino l’uno con l’altro. Ma forse il nostro desiderio è frutto d’una tensione ideale. Non sono mancate le proteste degli studenti: “Se sono più bravo, perché devo aspettare gli altri?”; “Io queste cose non le capisco, troppo difficili”; “Torniamo alla divisione in gruppi”; alcuni si isolavano in un angolo e svolgevano compiti per conto loro. Lentamente ho compreso che la lezione è un negoziato che accoglie diverse esigenze. Ho dovuto abbandonare gli schemi di insegnamento astratti e ho imparato ad adeguarmi alle circostanze. Una lezione collettiva ha una buona riuscita solo se nasce nella contingenza d’una serata.

La giornata di un rifugiato – così ho intuito – mi pare congelata in un limbo. Tempo vuoto in attesa di niente. Molti decidono di mescere le ore nell’alcol. Alcune sere ho osservato la luce accesa che dall’aula si spande fioca sulla strada. La nostra scuola improvvisata forse è un rifugio dove passare il tempo e interrompere la continuità della giornata: un’occasione per distrarsi, discutere un poco, scherzare con le ragazze accanto alla lavagna, incontrare i connazionali o gli amici. L’aula è uno dei modi di abitare il palazzo. Come il piccolo spaccio di alimentari di Juma, o la stanza del barbiere approntata al piano terra. Da tempo la parola “studenti” mi appare inadeguata per definire i ragazzi della scuola di italiano; allora scelgo di usare “abitanti”.

E noi, con il nostro italiano senza pecche, siamo “insegnanti”? Fra di noi ci sono studenti di giurisprudenza, medicina, infermieristica, ci sono antropologi. Conosciamo l’italiano, cerchiamo di trasmetterlo, ma non siamo insegnanti. Questa parola, poi, si trascina dietro rapporti di forza antichi. A volte gli abitanti mi chiamano “maestro”, “chef”, “capo”. Ma io chi sono, e chi sono gli attivisti che s’aggirano fra la scuola e il comitato di gestione delle palazzine occupate? A volte penso di essere un marginale sballottato in un presente che disorienta. Forse fra il cortile e la scuola si stabiliscono alleanze fra uomini in sbandamento, per quanto diverse possano essere le origini e le storie di ciascuno. In altre occasioni questo pensiero mi pare falso e insopportabile: quale diritto ho di tracciare analogie fra chi è nato in Italia e chi viene da laggiù? Mi resta un’ultima mossa: “noi” siamo coloro che attraversano la città per passare qualche ora nelle palazzine. “Noi” non è un nome, ma una particella cangiante che vaga di frase in frase. Parola abbastanza ambigua e imprendibile per lasciare i dubbi in sospeso.

Tre anni fa si sono esauriti i fondi per accogliere i rifugiati giunti nel 2011 dalla Libia. Le associazioni del terzo settore che avevano ottenuto i finanziamenti dall’Unione Europea hanno donato cinquecento euro a ciascun migrante e hanno indicato la porta di uscita dal centro di accoglienza. Nel marzo 2013 cinquecento rifugiati occuparono – con l’aiuto di due centri sociali cittadini e di altri militanti senza appartenenze – tre palazzine del villaggio olimpico in Via Giordano Bruno. Era il 2006 quando gli edifici furono costruiti nella vecchia area del mercato ortofrutticolo, l’Ex-Moi. Erano residenze destinate agli atleti dei giochi invernali. Con lo spegnimento dei riflettori le strutture sono state lasciate in abbandono. Ora le palazzine occupate sono quattro e vi vivono un migliaio di abitanti.

Sebbene siano recenti, le palazzine già mostrano segni di decadimento. L’impianto elettrico è difettoso, i muri sono mangiati dall’umidità, ogni tanto i bagni s’intasano. Una volta una donna s’è affacciata in aula e mi ha fatto segno: seguimi. Mi ha portato al primo piano e mi ha indicato il rivolo d’acqua che usciva dai tubi. Secchi erano sparsi per il corridoio, raccoglievano le perdite. Mentre apriva la porta del suo appartamento ha sospirato: “This is not life, not life”. Dentro ho intravisto una stanza che emanava una sensazione di calore accogliente.

Nei mesi successivi all’occupazione gli abitanti lottarono per ottenere la residenza. Ricordo ancora le dimostrazioni sotto il Palazzo di Città. Il comune concesse la residenza, ma solo alcuni dei relativi diritti di base sono stati assicurati. Da allora ogni abitante registrato non risiede in via Giordano Bruno, ma in una via inventata: via della Casa comunale 3. L’occupazione è illegale, il comune non può riconoscerla formalmente: questa è una prima spiegazione dell’espediente. Ma che cosa significa “risiedere” in un mondo di spostamenti attraversato da flussi di merci e di uomini? La residenza è stata una vittoria importante degli abitanti. Eppure da un punto di vista istituzionale quella via fittizia cela un imbarazzo, una inadeguatezza. La via della Casa comunale 3 è un disperato tentativo di immobilizzare forme di vita in transizione, uno spillo piantato nel margine vuoto di una mappa. I migranti non hanno smesso di spostarsi: seguono i lavori stagionali, tentano fortuna in altri paesi, ritornano. La trovata del comune non è un solo un trucco amministrativo, ma il sintomo di una incomprensione –  come se le istituzioni non avessero messo a fuoco quello che sta avvenendo.

Perché ci impegniamo all’Ex-Moi? Se ogni settimana trascorro le mie ore con gli abitanti, sto meglio con me stesso. Questa attività mi fa sentire un poco più giusto e nobile, e trovo un senso di serenità nonostante l’universale disgregazione delle cose. Così ho intuito che l’equilibrio instabile dell’occupazione dipende dai piccoli e grandi vantaggi che ogni soggetto coinvolto vi intravvede. Per gli abitanti è meglio avere un soffitto e una stanza, per quanto fatiscenti, che vivere per strada. Per le istituzioni l’occupazione, sebbene sia “illegale”, è la soluzione migliore: risolve un problema civile e umanitario a costo zero. (La gratuità è assicurata dal lavoro volontario di noi attivisti). Per i rampanti politici populisti una polemica sull’Ex-Moi è un’occasione per accrescere la visibilità mediatica, e i voti. Per alcuni attivisti le palazzine sono un bacino a cui attingere per riempire il pullman d’una importante manifestazione nazionale. Per giornalisti, scrittori, intellettuali come me, fotografi ed esperti narratori l’universo di via Giordano Bruno è l’occasione di raccontare una storia ricca di attrattive, un piccolo passo lungo il sentiero della carriera . Non vedo via di uscita dalle contraddizioni, ma posso prenderne coscienza almeno. Ora è necessario dubitare di tutto, osservare con sospetto anche queste parole.

Il giovedì sera  proiettavamo un film contro la parete dell’aula. Un giorno ho portato con me il documentario di Gianni Celati, Passar la vita a Diol Kadd. Lo scrittore raggiunge un piccolo villaggio del Senegal perché un suo amico vuole mettere in scena la commedia di Aristofane sulla ricchezza e la povertà. La vita in un mondo senza elettricità, fra case di paglia e di mattoni, galline, donne dai vestiti sgargianti, suggerisce un andamento del tempo diverso dal nostro, un tempo perduto che forse ci appartenne. Lo scrittore ritrova a Diol Kadd una pace libera dai progetti e dai desideri lanciati verso il futuro: nel villaggio il tempo scorre via senza che accada nulla di speciale. Alla fine del film Aliou, giovane senegalese, è venuto da me con il cellulare in mano. Mi ha mostrato una foto dall’alto della sua città, Tambacounda. Ricordo un fiume che lambiva alti palazzi luminosi. “Dillo al tuo amico Celati – ha affermato Aliou – che in Senegal ci sono anche città così”. Lo scrittore occidentale sogna il tempo africano come il giovane senegalese anela alla modernità occidentale. Siamo tutti affetti dal male della lontananza.

A volte mi vien da pensare che il “rifugiato” sia una categoria funzionale quanto quella di “clandestino”. Una sera mi sono tornate in mente letture passate sullo stoccaggio del caffè. I principali produttori congelano tonnellate di caffè se l’offerta eccede le richieste. Lo stoccaggio permette di ritirare dal mercato l’esubero della produzione, e attendere momenti migliori. Anche la promessa di merce stoccata influenza i prezzi e può accadere che le riserve debbano essere bruciate. Quella sera ho avuto una visione. I “rifugiati” mi sono apparsi come riserve di lavoratori in congelamento. Il loro tempo d’attesa è il tempo vuoto di merce stoccata. Non lavorano, ma sono mantenuti in vita come lavoratori potenziali: la loro esistenza influenza l’andamento dei salari. Allora ho pensato che le frontiere non sono cortine di ferro, ma meccanismi porosi amministrati per regolare il costo del lavoro in Europa. (Poi ho pensato che noi, nonostante tutte le manifestazioni, contribuiamo allo stoccaggio di forza lavoro all’Ex-Moi, e senza ricevere un salario).

Ecco, ora non mi paiono folli o irrazionali le minacce di chi desidera dare fuoco alle palazzine dell’Ex-Moi: lavoratori “italiani” sfruttati sognano, disperati e rancorosi, di annientare le eccedenze. Noi ci indigniamo, denunciamo un razzismo montante, ci appelliamo al dovere di ospitalità. Così l’argomento umanitario stende un velo  d’oblio sui rapporti di lavoro. Il “rifugiato” è un’attribuzione scaltra perché cela i meccanismi di sfruttamento dietro al sipario della giustizia umanitaria e dei buoni sentimenti. Ad aprile il comune di Torino ha deliberato che 26 rifugiati inseriti in un progetto Sprar dovranno aiutare gratuitamente i netturbini nella pulizia della città. Sulle pettorine fluorescenti porteranno scritto “Grazie Torino”.

Era inverno, in classe faceva freddo, e io ho proposto agli abitanti un brano di Luigi Tenco: Ciao amore, ciao. Un migrante lascia “la solita strada, bianca come il sale”, abbandona un mondo di “campi da arare”. E allontanandosi saluta la donna che rimane. Nel nuovo mondo trova una città grigia di fumo, si sente smarrito ed  è roso dalla “voglia di tornare”, ma non ha più un soldo per il viaggio. Ci siamo soffermati sulle parole difficili, poi è nato un dialogo sul migrante malinconico della canzone. Youssef ha detto che “dovrebbe fare i soldi per comprare un biglietto alla donna, così lei lo raggiunge”. Ahmed ha sorriso: “No, deve trovarsi una donna nel nuovo posto dove è arrivato”.

Un giovedì sera Sarda ha portato un film in poulaar. Il poulaar è la lingua del suo popolo, i peul. Mentre scorrevano le immagini due ragazzi proponevano una traduzione simultanea in francese. In un villaggio un truffatore vende ai forestieri terre da coltivare che, a loro insaputa, appartengono a un vecchio cimitero. Quando gli acquirenti scoprono il raggiro esplodono scene di urla, inseguimenti e mazzate. Nel pieno della baruffa ridevamo tutti con lo stesso trasporto.

Una sera di marzo ho raggiunto la scuola, la luce era già accesa. Tra le serrande abbassate ho notato la presenza di dieci abitanti, erano seduti ai banchi e sembravano intenti a scrivere parole apparse alla lavagna. Che strano, ho pensato. Avrei dovuto essere solo a insegnare quella sera, perché le altre ragazze erano impegnate altrove. Sono entrato nell’aula e ho visto Youssef in piedi, stringeva un gesso enorme, spesso come il suo polso. Aveva scritto il presente del verbo essere e mostrava le desinenze a tre ragazzi somali seduti in prima fila. “Ripetete: io sono tu sei lui lei…”. E i somali ripetevano: “lui lei è noi siamo”. Youssef correggeva: “Voi siete, non site, siete”. Mi sono seduto anche io al banco per assistere alla lezione: visione da un futuro sperato. Youssef mi ha lanciato un segno per dire: “vieni tu a insegnare”. “Ma no Youssef vai avanti, finisci il presente”. Lui s’è fatto serio: “Quanto mi paghi per una lezione?”. E io come avrei potuto pagare Youssef del Chad? “Pagami, e io ti faccio una bella lezione del presente”, ha insistito. “Youssef, finora chi ha pagato me?”. L’amico ha allargato le braccia: “Io non so dove hai trovato i soldi tu, ma io non lavoro senza soldi”. Si è aggiustato il cappello di pelle che porta sempre, ha sorriso ed è andato a sedersi. Abbiamo studiato le tre declinazioni dei verbi, poi abbiamo declinato verbi strani come “andare” e “capire”.

 

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