Dopo il referendum

di Mauro Boarelli

illustrazione di Stefano Ricci

illustrazione di Stefano Ricci

Cercando di organizzare alcune riflessioni sugli esiti del referendum costituzionale, mi sono reso conto che il ragionamento ruotava intorno a cinque parole: ignorare, dividere, confondere, disperdere, nascondere. Cinque verbi accomunati dalla descrizione di azioni negative, cinque verbi che rinviano ad altrettanti aspetti della patologia del sistema politico.

Ignorare
Il risultato del referendum dimostra che gli apparati dell’informazione non sono più in grado di orientare l’opinione pubblica. L’irrilevanza della carta stampata era già evidente da tempo, mentre le residue certezze sull’influenza della televisione sono state messe in crisi in questa occasione. Dismesso definitivamente ogni residuo di funzione critica e trasformato in una estensione del sistema politico, il sistema dell’informazione ha perso ogni credibilità e ha raggiunto la sua massima inefficacia proprio nel momento in cui perseguiva la massima pervasività.
Neanche i partiti riescono ad orientare il proprio elettorato. Da questo punto di vista è il Pd  ad avere i problemi maggiori, perché è l’unico erede della tradizione dei partiti del Novecento ed ha quindi una base sociale di più antica formazione. Con questa base sociale il Pd è entrato in rotta di collisione sin dal momento della sua fondazione, e ciò che emerge all’indomani del referendum dall’analisi dei flussi elettorali sul piano nazionale e dall’analisi socio-demografica sul voto a Bologna (una realtà molto significativa per il partito post-comunista) conferma quello che era emerso con chiarezza in occasione delle ultime elezioni amministrative: l’abbandono da parte di una quota significativa dell’elettorato “storico”, l’attrazione di una quota dell’elettorato di centro-destra, la separazione dalle fasce di popolazione più precarie (i giovani e i cittadini a basso reddito).Nel primo commento a caldo, Matteo Renzi ha detto: “non siamo riusciti a spiegare”. Non lo sfiora l’idea che – al contrario – gli elettori abbiano compreso perfettamente e ciascuno – a proprio modo – abbia espresso un giudizio. La misura della politica non è più la realtà sociale, non è lo sforzo di comprenderla insieme al tentativo di trasformarla, ma l’efficacia degli strumenti di comunicazione, di cui si pretende il monopolio. Ridotto a un sistema chiuso e autoreferenziale basato sulla non-conoscenza, il sistema politico (come quello dell’informazione) stenta a comprendere che ignorare induce un meccanismo di reazione: è difficile conquistare il consenso di chi viene ignorato.

Dividere
La rapida carriera politica di Renzi sulla scena nazionale è iniziata all’insegna della “rottamazione”, vocabolo usato come sinonimo di cambiamento. La sua violenza simbolica  ha presto prodotto risultati nefasti sul piano della coesione sociale. La contrapposizione tra generazioni è stato uno dei frutti più velenosi maturato sull’albero del renzismo. Il referendum si è incaricato di “vendicare” un’altra contrapposizione, giocata però attraverso una rimozione: quella tra il Sud e il Nord. Questo nodo irrisolto nella storia del nostro paese è scomparso dal discorso politico per la pretesa renziana di adattare la realtà alla propria narrazione, una narrazione grondante ottimismo e insofferente vero qualsiasi forma di malessere sociale.
Il referendum costituzionale è stato l’apice del manicheismo insediato da Renzi al centro della sua azione di governo: la scelta tra sì e no è stata rappresentata come la scelta definitiva tra il cambiamento e la conservazione, disegnando in questo modo una caricatura del conflitto sociale. Per far passare questo messaggio, la Costituzione è stata ridotta a terreno di competizione politica e colpita in una delle sue funzioni principali: garantire la coesione sociale nonostante il mutare delle condizioni politiche. Una manovra irresponsabile che continuerà a provocare danni ancora a lungo.

Confondere
Il voto al referendum è stato in gran parte indipendente da un giudizio sul merito delle proposte di modifica costituzionale. La responsabilità principale è di Renzi, non solo per avere imposto una personalizzazione dello scontro, ma anche per averlo utilizzato come diversivo rispetto ai problemi reali: chi può davvero sostenere che la crisi economica, la disoccupazione, gli squilibri territoriali, la corruzione, le disfunzioni della pubblica amministrazione abbiano qualcosa a che fare con il bicameralismo “perfetto”?
Tuttavia questa miscela di incomprensibile autolesionismo e furbesca distrazione ha esasperato un processo che probabilmente avrebbe avuto luogo in ogni caso: i cittadini – in gran parte sfiduciati rispetto alla democrazia rappresentativa – hanno infatti colto questa occasione di democrazia diretta per lanciare un messaggio politico e riportare l’attenzione  dove veniva distolta. Ma se il voto referendario non ha espresso, se non in misura secondaria, un giudizio specifico sulla nuova forma costituzionale, ha testimoniato comunque che la Costituzione vigente racchiude un sistema di anticorpi ancora intatto nonostante almeno un ventennio di delegittimazioni costruite dalla destra come dalla sinistra: di fronte a una politica che mina la coesione sociale, la maggioranza della popolazione ha ritenuto pericoloso toccare la carta fondamentale dello Stato, prodotta in un’epoca di passioni politiche più forti e visioni istituzionali più lungimiranti, e anche per questo ancora in grado di proteggere rispetto alle scelte contingenti e di corto respiro, elaborate in modo confuso e approssimativo.

Disperdere
La sinistra ha poco da festeggiare. Non mi riferisco alla sterile sinistra del Pd, intorno alla quale non vale la pena dilungarsi. È la sinistra fuori dal Pd quella che deve preoccuparsi maggiormente. Poiché non esiste in forma organizzata, il suo apporto all’esito del voto è stato sostanzialmente nullo. Ciò non vuol dire che il voto contrario alla riforma non sia anche espressione di una opposizione di sinistra, ma questa ha agito in modo autonomo, come riflesso di una cultura ancora viva ma dispersa in mille rivoli. Il risultato del referendum non apre automaticamente alcuno spazio. Una eventualità del genere dipenderà esclusivamente dalla qualità dell’iniziativa politica che la sinistra saprà esprimere, dalla capacità di rintracciare i suoi principi fondativi, evitando – ancora una volta – di disperdere idee ed esperienze ancora attive, specie sul piano locale.

Nascondere
La Costituzione ha già subito altre modifiche sostanziali: quella riguardante il titolo V – varata in maniera frettolosa dal centrosinistra nel 2001 – e soprattutto quella che introdusse il principio del pareggio di bilancio nel 2012, quando il governo era guidato da Mario Monti (ma la stesura originaria è opera di Berlusconi e Tremonti). Approvata in tempi record e praticamente senza dibattito pubblico con il consenso di tutte le forze politiche, quella riforma condanna a vita il nostro paese a una politica di “austerità” e mina alle fondamenta il sistema del welfare. Ma di questo nessuno parla. Tra gli esponenti della “sinistra Pd” che oggi festeggiano lo scampato pericolo ci sono anche quelli che ieri hanno fortemente voluto quella norma suicida stringendo un patto di ferro con la destra. Una sinistra subalterna ai dettami del neoliberismo non ha ragione di esistere, e quello che è successo dopo lo ha dimostrato.

 

 

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Comments (1)

  • Gianluca D'Errico

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    Grazie Mauro, un ottimo inizio per cominciare a uscire dall’apnea alla quale siamo stati costretti dal dibattito pre referendum.
    Metterei il riflettore su due aspetti ai quali accenni.
    1. È oramai chiaro: da tutte le analisi del voto vien fuori che, detta cruda cruda, i ricchi hanno votato sì, i poveri no. Questa semplice, ma nuova e potenzialmente dirompente, circostanza aprirebbe praterie di lavoro politico e sociale da fare. Chi ne ha l’intenzione, la capacità e la forza?
    2. La costituzione materiale del nostro paese, i principi che di fatto regolano le nostre vite hanno oramai poco a che fare con i principi sanciti nella costituzione formale. Il tradimento della Costituzione si è già consumato da tempo. Questo dovrebbe essere il punto di partenza di una qualsiasi iniziativa “di sinistra”. Un esempio per capirci ( ma il discorso è molto più ampio): buona scuola, sblocca italia, job’s act. Il vero lascito con il quale fare i conti è questo. Queste tre leggi hanno deformato la costituzione materiale prima della proposta di riforma costituzionale. Partiamo da qui: formazione, lavoro, territorio. Insomma: usciamo dall’ingenuità che bastava difendere la Carta.

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