Cattivi maestri: Rocca e IL

di Matteo Moca

 

Lucien de Rubempre, illustrazione da ”Le Illusioni perdute” di Honore de Balzac

All’interno della cattedrale costruita da Honoré de Balzac intitolata Commedia Umana, e quindi all’interno di un labirinto complesso e tortuoso composto da capolavori, personaggi memorabili e saggi pungenti, uno dei volumi maggiori dal punto di vista della narrazione e dei protagonisti è anche forse quello che oggi parla di più a chi si trova a lavorare, frequentare o osservare il mondo della cultura, ovvero quel grande recipiente dove ormai rientrano svariate professioni e molteplici declinazioni delle stesse. Si tratta di Illusioni perdute, volume che non a caso, e vedremo perché, rientra nelle cosiddette Scene di vita di provincia. La storia è il racconto del fallimento professionale ed esistenziale di Lucien Rubempré (Oscar Wilde ebbe modo di dire che la sua morte sancì «one of the greatest tragedies of my life»), un giovane ragazzo di provincia bramoso di amore ma, soprattutto, di gloria. Per trovarla, Lucien, che si porta dietro la sua immagine di uomo di provincia con tutte le sue debolezza, decide di trasferirsi a Parigi per tentare di pubblicare i suoi romanzi, ma incontra solo rifiuti o inganni degli editori. Impossibilitato ad attendere il raggiungimento della gloria tramite la composizione di una grande opera letteraria, cede alla tentazione di darsi al giornalismo, inizia a scrivere di teatro e a frequentare quel mondo corrotto dove non esistono legami amicali che oltrepassino le leggi del mercato. Lucien ha successo ma la sua ambizione lo spinge a scelte sbagliate (come ad impersonare la parte del trasformista politico, pronto sempre, davanti ad una buona offerta, a passare da una parte all’altra della barricata), finché anche quelli che sembravano suoi amici lo tradiscono e lui, solo e povero, non può che tornare nella provincia da cui era venuto. Non è un caso infatti che Balzac scriva che «il giornalismo è un inferno, un abisso d’iniquità, di menzogne, di tradimenti, che non si può traversare e dal quale non si può uscire puri a meno di essere protetti, come Dante, dal divino alloro di Virgilio» oppure che «se la Stampa non esistesse, bisognerebbe non inventarla; ma ormai c’è, e noi ne viviamo». Ciò che rende Lucien un personaggio grandioso è che, stretto sempre tra due fuochi, quello della mondanità e quello della letteratura, si distingue sempre per la sua malleabilità e per il suo mimetismo (esempio perfetto quando l’editore Lousteau spiega a Lucien quali sono le motivazioni, non estetiche, per stroncare un libro). All’interno di questa parabola, Balzac non fa altro, per lui che, come scrisse Proust, vita e opera erano una sola storia, tratteggiare con sagacia e in maniera pungente il mondo dell’editoria parigina dell’Ottocento. Il critico Francesco Fiorentino, ha scritto che Illusioni perdute «costituisce la prima e più terribile requisitoria romanzesca contro il potere della stampa. Ha emesso una condanna che non avrà appello», ciò che a noi qui interessa è invece un aspetto adiacente a questo, quello che permette di leggere Illusioni perdute come un romanzo che racconta, anche, l’editoria di oggi.

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 In un recente articolo di Tim Parks apparso su Internazionale (numero 1174) dal titolo Scrivere per appartenere, lo scrittore britannico da anni residente in Italia entra in una questione assai complicata: il fenomeno dell’appartenenza nella nostra letteratura. «Tutti sanno – scrive Parks – che fra i tratti distintivi della vita pubblica italiana ci sono le fazioni, nelle loro forme più varie: regionalismo, familismo, corporativismo, campanilismo». Per molti italiani quindi, seguendo il suo ragionamento e appoggiandosi a fatti concreti, il valore personale più importante è quello dell’appartenenza, «il riconoscersi come parte rispettata di un gruppo che a sua volta merita rispetto». Nulla di negativo in questo sentimento, la questione si fa però più complessa se si considera come sia raro che il gruppo di cui si fa parte corrisponda alla comunità più ampia e come  invece spesso sia in feroce conflitto con altri gruppi simili. La cosa che più colpisce è probabilmente come questi gruppi siano chiusi e come ognuno dei loro partecipanti vigili maniacalmente «su chi merita di essere incluso in una famiglia, un gruppo o una comunità» e come la minaccia dell’esclusione rischi di pregiudicare un’intera esistenza. Attraverso questo passaggio ci si ricongiunge alla riflessione sul romanzo di Balzac, perché, ed è di questo che si parla, ciò che più mina la trasparenza e l’onestà del contemporaneo mondo culturale ed editoriale, è proprio questa divisioni in gruppi, in conventicole avversarie l’un l’altra. Potrebbe sembrare una questione di poco conto, anche perché in ogni tempo e in ogni campo la riunione in gruppi avversari è sempre stata presente e spesso anche motore di dispute di grande livello. Ciò che però è cambiato nello scorrere dei secoli verso la nostra modernità, è l’adesione di tutti allo stato di cose vigente, l’assenza di ribellione. Nel campo della cultura, e in questo caso nel sottogruppo ancor più ristretto dell’editoria, ben poco si parla di originalità di pensiero, di opere, di capacità di distinguere e valutare, di una coscienza delle contraddizioni e di generosità. All’opposto si parla di cultura come di un vessillo da sbandierare, tra festival-sagre e dittature giornalistiche, e forse veramente è vero che in pochi hanno letto e assimilato il fulminante articolo di August Strindberg Sopravvalutazione del lavoro culturale, dove si invita artisti e scrittori a tornare coi piedi per terra, a dare alle cose il loro vero valore affinché si riesca a «non sopravvalutare, né se vediamo dei passi avanti né delle cadute, perché in tal modo ci risparmiamo dalle illusioni, il cui infrangersi paralizza la nostra forza. Andare avanti, avanti verso la crisi, nessuno osa negarlo, ma non procedere così in fretta. È un brutto periodo quello in cui viviamo, ma è tremendamente utile! non sopravvalutiamo gli effetti del nostro lavoro, in modo che i nostri figli non diventino disillusi e fiacchi quanto noi» (è difficile crederlo, ma l’autore di questo articolo è vissuto tra il 1849 e il 1912).

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Il panorama culturale letterario quindi racchiude al suo interno tutte queste dinamiche, in particolare il ragionamento sulle conventicole è assolutamente centrato. C’è la divisione in gruppi, c’è la difesa del proprio gruppo e l’estrema riluttanza ad aprire a nuovi ingressi. Stando così le condizioni, non è difficile per chiunque frequenti o quantomeno segua le vicende culturali italiani, intravedere questi gruppi, sempre le solite firme che girano come delle trottole e quindi la mancanza di motivazioni affinché esista un giornalismo più incisivo e pungente, una militanza forse oggi particolarmente necessaria e una rivendicazione stilistica che permetterebbe di distinguere una delle voci dal mormorio confuso. 

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Di recente Christian Rocca, direttore di IL, il magazine mensile del Sole 24 ore, ha pubblicato un libro per Marsilio dal titolo molto evocativo Non si può tornare indietro. Cronache brillanti dall’Italia che cambia. Si tratta di un libro che raccoglie interventi e brevi saggi dei collaboratori di IL, che sono anche poi i soliti collaboratori di altre riviste o di quotidiani, intervallati da sue piccole prefazioni ai capitoli. Nella premessa al libro, che racconta un po’ la storia di IL attraverso i suoi collaboratori da quando ne è diventato direttore, Rocca intreccia, o verrebbe da dire cuce, la storia del magazine a quella del PD di Renzi: «Il contesto è importante perché ogni volta che qualcuno etichetta “IL”, la rivista celebrata da questa antologia, come un magazine “renziano”, mi viene da ridere: quando abbiamo iniziato, semmai, era Renzi un lettore di “IL”». Per poi comunque voler dire, poco dopo, «al massimo, per evitare l’accusa di mitomania, si può dire che eravamo “renziani” prima ancora di Renzi» e che «certo, è vero che Renzi ha scritto su “IL” il suo manifesto politico, nell’ottobre del 2012, diventato un capitolo di un suo libro». Da queste poche righe, si può già trarre fuori alcuni elementi che segnano la “politica” editoriale di Rocca e le sue scelte. Innanzitutto il fatto che si “celebri” una rivista: le celebrazioni non andrebbero mai fatte, soprattutto se quello che si celebra non è altro che un triennio circa di articoli che, un peso vero e proprio forse non lo hanno mai avuto, ma sono solo un racconto parziale e di parte (e questo è quanto di più normale ci possa essere) di una stagione concitata, quella dell’ascesa di Matteo Renzi, e questa è l’altra caratteristica, e di un’intera generazione di trenta-quarantenni cinica e spietata. Si legga ad esempio «Abbiamo raccontato la nuova generazione dei trenta e quarantenni che ha preso il potere e ora lo maneggia, a volte con goffaggine, a volte con grande slancio riformatore, spesso con una bussola non finemente tarata. La sintonia tra “IL” e quello che è successo in questi anni è innegabile, ma il punto di contatto non è il renzismo: il punto di contatto è che l’Italia è cambiata, sta cambiando sul serio e c’è una rivista che sta raccontando questo cambiamento» oppure «i trentenni e i quarantenni hanno preso il potere. non sono stati cooptati, non sono stati omaggiato di “quote generazioni”. Se lo sono conquistati da soli il potere, anche con crudeltà e cinismo da far impallidire gli sceneggiatori di House of Cards». Credo che sia proprio questa la caratteristica di IL e di come il suo direttore l’ha disegnato, quella di occupare uno spazio che si stava aprendo e di creare un’offerta che rispondesse a queste esigenze. Nulla di eccezionale né illegale, una mossa commerciale che però starebbe meglio addosso ad un’azienda piuttosto che ad un magazine o una rivista, ma non credo sia di poco conto il fatto che IL sia un prodotto del Sole 24 Ore. Forse semplicemente per idiosincrasie personali, ma quando leggevo l’introduzione a questo libro, mi sono tornate in mente le righe che Berardinelli e Bellocchio hanno scritto per la ristampa anastatica della loro rivista Diario per Quodlibet qualche anno fa; si tratta di due mondi diversi ovviamente, e forse opposti e inconciliabili, però, per avere un’idea di come questo mondo opposto possa essere, forse non è inutile riportare qualche riga: «La decisione di fare insieme una nuova rivista e di chiamarla “Diario” nacque nel 1984. Si trattava di prendere atto del cambiamento dello scenario sociale e politico, contro la falsa coscienza di una sinistra che si immaginava immune dal contagio della cultura dominante, convinta di aver conservato una sua diversità culturale, come se la società italiana non aspettasse altro che di essere guidata e salvata. Avremmo potuto continuare a lungo con la nostra “opera a puntate”, con il nostro giornalismo inattuale, semplicemente sviluppando e ripetendo, come avviene normalmente in ogni rivista militante. Ma la nostra era stata un’impresa letteraria, più precisamente “diaristica”: quello che soprattutto valeva per noi era l’aver scritto, senza riferimenti politici e in solitudine, contro il mito della politica, la nuova classe media universale e lo strapotere delle comunicazioni di massa».

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Sempre nell’introduzione al libro, Rocca scrive che gli interventi raccolti tentano di indagare le motivazioni che guidano i nuovi trentenni e quarantenni al potere, ma sopratutto che queste tentate risposte sono libere da «demagogia, senza spirito pedagogico, senza una patetica caricatura di battaglie ideologiche di un altro secolo» e incentrate sul «racconto brillante dei consumi, delle tendenze e delle passioni culturali contemporanee». Ma è difficile  credere a tutto questo e a eludere ciò che disse Gramsci, ovvero che tutto è politica, le stesse parole di Mann quando scrive, nella Montagna incantata che «L’amico dell’umanità non conosce differenza fra politica e apoliticità. L’apoliticità non esiste, tutto è politica». E infatti è lo stesso Rocca poco dopo a tornare sulle sue parole quando, dopo aver snocciolato dati sulla diminuzione della povertà (eppure, in uno dei suoi libri più importanti Luciano Gallino sottolineava come fossero i poveri a finanziare i ricchi e come la forbice non si stia affatto restringendo), si chiede cosa «ha consentito a un miliardo di persone di non fare più la fame» e si risponde in maniera sicura attraverso l’atteggiamento politico imperante negli ultimi decenni: «la globalizzazione dei mercati e la liberalizzazione del commercio, oltre a una migliore redistribuzione del reddito in Cina e del resto del mondo». Non è certo la sede per discutere questi diversi modi di osservare la realtà, ma lo stesso Gallino, coniando il termine finanzcapitalismo, sottolineava come l’economia attuale fosse «una mega-macchina che è stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli ecosistemi. L’estrazione di valore tende ad abbracciare ogni momento e aspetto dell’esistenza degli uni e degli altri, dalla nascita alla morte o all’estinzione». Forse solo punti di vista differenti.

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Una tale visione di insieme si rispecchia poi in tutti gli argomenti che vengono trattati, asserviti quindi a una visione generale mai messa in discussione, ma sempre patinata e vivace, lontana da possibili adombramenti o dubbi. È il caso della storia di copertina del numero di agosto (numero 83), nel quale il giornalista e scrittore Michele Masneri, in compagnia del fotografo Fabrizio Annibali, a sessant’anni dal Viaggio in Italia di Guido Piovene e ad una manciata da quello del direttore del Sole Roberto Napoletano, visita la provincia italiana, alla ricerca di specificità e peculiarità. Scritto bene, in maniera accattivante, e accompagnato da belle foto, il lunghissimo reportage pecca però, forse, per il suo punto di partenza ovvero quello di tentare di rispondere alla domanda tutto sommato abbastanza ridondante: si può vivere bene fuori dalle grandi città di Roma e Milano? La risposta è questo reportage. Le province che sono parte del viaggio però sono province particolari, sulla rampa di lancio da anni e ormai anch’esse artificiali, per esempio Matera, Parma con il suo Gin Marine, Brescia e la sua metropolitana, tra la strada del vino a San Michele di Appiano al lungomare di Salerno; anche i luoghi di riposo sono di alto livello, eccezionalmente descritti proprio per la loro bellezza, sono però spesso fuori dal tempo e dallo spazio, in provincia probabilmente perché non c’era più posto in città. Manca un ragionamento sullo stato effettivo della provincia, delle sue meraviglie e dei suoi drammi, un racconto che porti con sé la le immagini della provincia di Alice Rohrwacher o l’irriverenza di un capolavoro come Signori e signori di Pietro Germi. La sfocatura e la poca aderenza con il reale è ben chiara già dall’introduzione di Rocca: «Abolite le Province, in redazione ci siamo però convinti che la provincia sia più viva che mai. La provincia intesa come comunità di persone, non come ente locale, è una delle grandi ricchezze del nostro Paese, non solo dal punto di vista economico e industriale, ma anche da quello sociale e culturale». Ma la provincia, per che ci vive, non è poi quel luogo isolato dal resto delle città, ne è invece compagna perché, come scritto da Langer «nessuno può far finta di vivere in un’isola».

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Un altro episodio, a dir la verità abbastanza celebre tra i frequentatori della comunità letteraria online, ha riguardato direttamente il direttore Rocca, ed è la conferma di quanto l’unità e la coesione del gruppo e della conventicola siano al primo posto e non ammettano cedimenti. Dopo che il 27 aprile il comitato del PEN decise di assegnare il Toni and James C. Goodale Freedom of Expression Courage Award per il 2015 alla redazione di Charlie Hebdo, Claudia Durastanti, collaboratrice di IL e narratrice, espresse un commento non in linea con la linea editoriale di Christian Rocca, nel suo spazio personale, cioè il suo privato profilo Twitter. Questo tweet ha portato Durastanti a perdere la sua collaborazione, perché non in linea con il direttore, perché aveva espresso perplessità nei confronti degli insulti che gli scrittori che avevano rifiutato di partecipare alla cerimonia (tra cui, per fare un nome, Teju Cole) avevano ricevuto. E in un articolo molto personale e sincero, Durastanti arriva a chiedersi addirittura come uno spazio privato debba essere gestito in tempi di collaborazioni fugaci e insicure. Non si vuole certo alimentare il già acceso ondeggiare di malelingue, né semplicemente raccontare un gossip peraltro noto (Durastanti scrisse appunto un pezzo su questa sua disavventura), ma sottolineare ancora, e per l’ultima volta, come sia proprio la logica dei gruppi a dominare il mondo dell’editoria e della cultura in Italia e di come IL ne sia un esempio lampante.

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Non si è trattato certo di criticare una rivista in tutto e per tutto, non si è espresso un giudizio totale ma solo delle riflessioni a margine di un progetto editoriale: quello che si è cercato di fare, assecondando spunti disparati nei campi del sapere e nel tempo, è di mostrare che esiste un metodo di fare cultura che va in una linea direttamente opposta a quella tracciata, ad esempio, quello di Berardinelli e Bellocchio. Non vuol dire che quest’ultimo sia l’unico modo né che quelle debbano essere le uniche finalità di una rivista, ma certamente dentro un’ottica più grande e generale, l’ambiente chiuso, il non muoversi mai dalle posizioni e il non fare critica se non in maniera strumentale (ne è un esempio l’articolo sul Grande Romanzo Americano che serviva più a demolire arbitrariamente alcuni narratori contemporanei italiani piuttosto che portare nuove interessanti valutazioni su quello americano) non dovrebbero certo essere ciò che guida un direttore e la sua rivista per compiere, attraverso un prodotto che ha delle potenzialità ma che non le esprime fuori dal recinto dei suoi fidati lettori, un’operazione (mi si passi il termine economico) davvero lungimirante: una rivista che fronteggi le mutazioni del mondo e ne indaghi i motivi, indichi prodotti che non siano quelli che il mercato suggerisce, eserciti quella capacità di critica oggi purtroppo sconosciuta.

Rocca dirige IL da quattro anni, Edmund Wilson scrisse che gli anni buoni di una rivista sono più o meno cinque, il tempo è quindi poco.

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Comments (1)

  • Luciano

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    Wilson vale anche per gli Asini?

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