Renitente alla scuola

di Luigi Monti

 

Quando quest’estate un mio amico irresponsabile, che grazie alla sua irresponsabilità mi ha sempre consigliato libri bellissimi, mi ha fatto leggere uno dei suoi amati autori irresponsabili, la prima cosa che mi è venuta da pensare è che in realtà, probabilmente contro le intenzioni del mio amico e del suo amato autore, due messaggi responsabili dal libro che mi aveva regalato li si poteva anche tirare fuori. L’autore è Thomas Bernhard, il libro è La cantina e i messaggi responsabili che ne ho tratto è che non sempre fallire a scuola è una tragedia e che fino a quando non impareremo a considerare la scuola come accessoria, marginale, al limite ininfluente nella vita delle persone è improbabile che riusciremo mai ad apportarle qualche miglioria (o riforma, come si dice in gergo pedagogico).

La cantina è il secondo dei cinque romanzi di Bernhard, scritti tra il 1975 e il 1982 (e pubblicati da Adelphi, sia separatamente che in volume unico), che compongono la sua cosiddetta Autobiografia. Cinque episodi che isolano in una stravagante e al tempo stesso classicissima unità di spazio, tempo e azione, cinque porzioni dell’infanzia e dell’adolescenza dell’autore austriaco. Il collegio, nazista prima e cattolico poi che, senza soluzione di continuità pedagogica, Bernhard ha frequentato a cavallo tra le medie e il ginnasio (L’origine. Un accenno). L’apprendistato in un negozio di alimentari nel più malfamato quartiere di Salisburgo (La cantina. Una via di scampo). L’anno e mezzo passato tra ospedali (Il respiro. Una decisione) e sanatori (Il freddo. Una segregazione) per curare i disturbi polmonari che lo tormenteranno per tutta la vita. E infine, ma cronologicamente l’inizio, gli anni di infanzia (Un bambino), quelli che potevano essere e in parte sono stati spensierati, ma che hanno visto le prime avvisaglie delle sue feroci lotte con il mondo. A fare da cornice, la seconda guerra mondiale, i bombardamenti e la loro scia di morte e distruzione, l’odiata Salisburgo, emblema di ipocrisia e ottusità piccolo borghese, una sgangherata famiglia tenuta insieme da funambolici equilibrismi, l’amato nonno, scrittore incompreso e solitario, ma soprattutto i miasmi di una società asfittica, delle istituzioni alienanti che la sorreggono (scuole, ospedali, collegi, centri di rieducazione) e di una cultura che invece di liberare corrompe lo spirito e le intelligenze. Il tutto impastato in lunghissimi, ma godibilissimi monologhi sempre in bilico tra tragedia, farsa e invettiva.

Non capita spesso di leggere storie credibili (tanto credibili da riuscire a immedesimarsi) che descrivono una condizione di improvvisa felicità e benessere. Eppure, se dovessimo riassumere La cantina potremmo dire che si tratta proprio della vicenda di un ragazzino che prima è disperato, sull’orlo del suicidio, e poi grazie alla decisione di lasciare la scuola vive l’anno più felice della sua vita.

Una mattina, all’età di sedici anni, mentre sta andando a scuola, il giovane protagonista del romanzo ha un’intuizione improvvisa: la scuola lo sta ammazzando. Il ginnasio di Salisburgo, già descritto nell’Origine con la sua micidiale miscela di sevizie naziste e moralismo cattolico, gli sta corrodendo l’anima. Se vuole salvarsi dalla depressione e dal suicidio deve letteralmente prendere un’altra direzione, cambiare strada. E così, preso da un’angoscia mortale ma finalmente lucido e consapevole di quello che vuole, si volta indietro, si dirige all’ufficio di collocamento e all’impiegata che lo riceve chiede un posto di apprendista nel quartiere più disastrato della città. L’impiegata fatica a comprendere la richiesta del ragazzo, ma lui insiste e scarta tutte le proposte di lavoro fino a quando la donna non estrae dal suo schedario l’indirizzo del negozio di alimentari, ricavato dagli spazi di una cantina, del signor Podlaha, nel quartiere di Scherzhauserfeld.

“Gli altri esseri umani li trovai nella direzione opposta, in quanto non andai più all’odiato ginnasio, ma, ciò che fu la mia salvezza, a fare l’apprendista, cioè al mattino presto, contro ogni ragionevolezza, non andai più con il figlio del consigliere governativo lungo la Reichenhaller Strasse verso il centro della città, ma andai lungo la Rudolf-Biebl-Strasse verso la periferia con il garzone del fabbro che abitava nella casa accanto, e non passai più attraverso i giardini incolti e davanti alle artistiche ville per andare all’Alta Scuola della borghesia e della piccola borghesia, ma passai davanti all’Istituto dei ciechi e a quello dei sordomuti e sopra il terrapieno della ferrovia e attraverso i giardini al margine della città e accanto alle staccionate del campo sportivo vicino al manicomio di Lehen per andare all’Altra Scuola dei reietti e dei poveri, all’Alta Scuola dei pazzi e di quelli che sono dichiarati pazzi, nel quartiere di Scherzhauserfeld, in quello che è per antonomasia il quartiere degli orrori della città, fonte di quasi tutti i processi giudiziari di Salisburgo e nella cantina adibita a negozio di generi alimentari di Karl Podlaha, il quale era un essere umano distrutto e un sensibile temperamento viennese che sarebbe voluto diventare musicista e invece era sempre rimasto un piccolo bottegaio.”

Un’unica, interminabile, bellissima frase quella che apre La cantina e che ne condensa tutto il contenuto improntandone allo stesso tempo lo stile. Una frase e una situazione – lui che si ferma, fa dietrofront, e si dirige nella direzione opposta – che torneranno continuamente, in maniera ipnotica, lungo tutto il racconto, secondo le tipiche, ossessive ripetizioni a spirale dello scrittore austriaco. Variazioni sul tema che approfondiscono e spiegano questa folgorante intuizione iniziale, aggiungendo particolari, descrizioni d’ambiente, luoghi e stati d’animo. Ma tutto è già contenuto in questo incipit. Quello che viene dopo ne è solo un prolungamento e una meravigliosa divagazione.

Che cos’è che lo salva? Che cos’è che riporta ossigeno nella vita del giovane Thomas? Niente di più che esercitare un lavoro manuale, dedicarsi a cose pratiche e vere, entrare in contatto, nella maniera più utile, come ripete continuamente, con il mondo e le persone, prendere per la prima volta una decisione che ricada completamente sotto la sua responsabilità, mantenersi in maniera autonoma, senza dipendere da una famiglia ormai allo sfascio: “Da quel momento in poi, i miei non hanno più dovuto sborsare un centesimo per me. Dopo i sedici anni con la gratitudine ho chiuso. Di questo sono grato.”

La cantina, la sua “via di scampo” come precisa nel sottotitolo, è uno degli unici due negozi di alimentari della periferia più povera di Salisburgo, preso d’assalto da reduci, sottoproletari e dalle loro mogli alcolizzate, strozzati tutti dalla miseria e dalla guerra. Niente del suo apprendistato – scaricare sacchi di patate, aiutare le donne a portare la spesa, spazzare, travasare il rum delle damigiane – gli sembra così inutile, alienante e mortificante come le ore passate sui banchi del ginnasio. I discorsi dei clienti lo attraggono e attraverso di loro impara a conoscere il quartiere, la sua identità, le storie delle famiglie che lo abitano e acuisce il suo dono dell’“osservazione”.

A introdurlo in quel mondo malsano e vitalissimo, il signor Podlaha, l’amabile gerente dell’emporio, musicista dalle ambizioni frustrate, che gli insegna a stare in mezzo alla gente, così come l’amato nonno gli aveva insegnato a starne alla larga.

La credibilità e quindi la forza di immedesimazione e di chiarificazione che La cantina riesce a esercitare non è diminuita dalla sua dimensione narrativa. Perché non va dimenticato che di finzione letteraria si tratta. Oggi diremmo nonfiction e sarebbe uno dei rari casi in cui il termine risulterebbe usato a proposito: “Per tutta la vita ho sempre voluto dire la verità anche se ora so che erano solo menzogne. Alla fin fine quello che importa è soltanto il contenuto di verità della menzogna”. Detto in altri termini, è probabile che la decisione di abbandonare la scuola non sia stata solo frutto di un gesto per così dire eroico e di autoaffermazione. L’anno precedente Bernhard aveva subito una sonora bocciatura e se si aggiunge lo stato di miseria in cui versava la famiglia, è più probabile che il gesto epico descritto nel romanzo sia stato, nella realtà dei fatti, la presa d’atto di un’innegabile sconfitta. Ma questo non toglie l’elemento di verità contenuto in quella bellissima menzogna che è La cantina: la scuola lo stava ammazzando e l’emporio del signor Podlaha lo ha salvato.

Non se ne traggano però conclusioni generali – sarebbe davvero troppo anche per il mio amico irresponsabile e per il suo amato Bernhard: nessuna indicazione per future riforme scolastiche, nessuna presa di posizione pedagogica, nessuna assolutizzazione di una vicenda tutta personale, per di più trasfigurata dall’arte, seppur sublime, di un grande autore. Dubito per esempio che Bernhard sarebbe mai arrivato a dire, come fece don Milani con Alex Langer, che dalle università bisogna solo ritirarsi (piuttosto, se si vogliono fare paragoni illustri, vengono in mente Ivan Illich, altro celebre renitente alla scuola, che in tarda età tenne un bellissimo intervento pubblico dal titolo La scuola vista con gli occhi dei dropout in cui invitava a considerare i falliti scolastici come refusenik, come disertori, o Simone Weil che nella Prima radice scrisse che la scuola, dopo la guerra e il denaro, costituisce la principale causa di “sradicamento” dell’uomo moderno).

E poi un atto di diserzione che avvenga sotto l’ala calda e protettiva dei genitori – come accade quasi sempre oggi in vari contesti e sotto diverse sembianze, compresa quella illuminata delle “scuole libere” che alcuni genitori progressisti costruiscono a misura dei loro figli – penso sia una delle esperienze più nocive da far vivere a una ragazza o a un ragazzo in età scolastica.

Non se ne traggano conclusioni generali nemmeno in ragione del fatto che se un sedicenne oggi seguisse le orme del giovane Bernhard e si recasse nell’ufficio di collocamento della sua città (oggi centro per l’impiego) con ogni probabilità non ne ricaverebbe niente di più che un curriculum vitae in formato europeo.

Se tutto questo non bastasse, a suggerire di non trarne conseguenze assolutistiche è anche il finale della Cantina, uno dei più belli che io ricordi, marcato dall’unico capoverso delle oltre centoventi pagine, un finale che ribalta l’euforia resistenziale di tutto il romanzo: “tutto è lo stesso” diventa, in un’accezione quasi mistica, il motto e la morale dell’autore quando ripensa, a distanza di molti anni, alla sua fuga dal ginnasio.

Detto questo però, a inizio d’anno scolastico, tra gli auguri retorici della ministra Giannini agli studenti, i dibattiti soporiferi e lamentosi sulla riforma o quelli sull’utilità dello studio del latino, tipici di queste settimane, mi sembra un’operazione disintossicante e non del tutto inutile trascrivere di seguito alcuni dei passaggi pedagogici – o meglio, antipedagogici, come solo può essere oggi la pedagogia: critica di se stessa e dei poteri di cui è stata ed è al servizio – della Cantina (le pagine fanno riferimento alla prima edizione Adelphi del 1984).

 

Avevo la sensazione di essere scampato a una delle più grandi assurdità umane, cioè al ginnasio. All’improvviso sentii dentro di me: la mia esistenza è di nuovo un’esistenza utile. […] Il signor Podlaha mi fece conoscere il commesso (Herbert) e l’apprendista (Karl) e disse che di me e su di me non voleva sapere assolutamente nulla, dovevo solo sbrigare le formalità prescritte e per il resto rendermi utile. Aveva pronunciato effettivamente e di sua iniziativa la parola utile, senza darle importanza, come se la parola utile fosse una delle sue parole preferite. Quanto a me, quella parola era il mio motto. Avevo concluso, così mi sembrava, un periodo di inutilità, un periodo sciagurato, un’epoca atroce. Avevo avuto due possibilità, questo mi è chiaro ancora oggi, una, quella di ammazzarmi, per la quale mi era mancato il coraggio, e/o l’altra, quella di lasciare il ginnasio da un momento all’altro, ma io non mi ero ammazzato ed ero andato a fare l’apprendista. (pp. 10- 11)

***

Io non avevo la minima idea riguardo al mio futuro, non sapevo che cosa volevo diventare, non volevo diventare niente, mi ero semplicemente reso utile. Questo pensiero rappresentava per me un improvviso e inaspettato rifugio. Ero andato per anni e anni in una fabbrica per studiare ed ero stato seduto davanti a una macchina per imparare che aveva reso sordi i miei orecchi e pazzo il mio intelletto, e ora ad un tratto mi ritrovavo in compagnia di persone che non sapevano assolutamente nulla di questa fabbrica per studiare e non erano state guastate da questa macchina per imparare, giacché con essa non erano venute in contatto. (p. 12) 

***

Soltanto ora, in quei primi giorni che passavo nel nuovo ambiente, avevo di nuovo un rapporto diretto e immediato con la gente, un rapporto così diretto e immediato con la gente non riuscivo più ad averlo da molti anni, all’inizio la mia testa e poi anche il mio animo erano rimasti quasi soffocati sotto la micidiale cappa della scuola e delle sue costrizioni didattiche, e tutto quel che esisteva al di fuori della scuola e delle sue costrizioni per anni e anni io lo avevo recepito soltanto in modo indistinto, attraverso la nebbia delle materie di studio, mentre ora vedevo di nuovo delle persone e con esse stabilivo un contatto immediato. Per anni e anni avevo passato la mia esistenza fra i libri e le cose scritte e in mezzo a delle teste che altro non erano se non libri e cose scritte, immerso nel tanfo i una storia ammuffita e inaridita, ininterrottamente, come se io stesso fossi già storia. (p. 14)

*** 

Con il meccanismo della scuola non avevo mai avuto il benché minimo rapporto e per questo motivo non avevo alcun rapporto con tutte quelle persone che avevano a che fare con questo meccanismo scolastico, mentre ero stato subito attratto con grande intensità da tutto ciò che aveva a che fare con la cantina, tutto in quella cantina e tutto ciò che aveva a che fare con quella cantina rappresentava per me un allettamento, ma non solo questo, mi dava anche un senso di appartenenza, di richiamo pressante, io sentivo di appartenere a quella cantina e a quella gente, mentre non avevo mai sentito di appartenere al mondo della scuola […] (p. 22)

***

Mentre in città la macchina per imparare stava già nuovamente pretendendo le sue vittime assurde, io, facendo dietrofront nell Reichenhaller Strasse, mi sottrassi a quella macchina, da un momento all’altro non volli più essere una delle migliaia e centinaia di migliaia e di milioni di vittime della macchina per imparare, di colpo girai i tacchi e lasciai che il figlio del consigliere governativo andasse da solo per la sua strada. Troppo evidenti mi erano quella mattina le conseguenze della mia inermità perché io potessi cedere ancora una volta, non volevo gettarmi dal Mönchsberg, volevo vivere, e così quella mattina feci dietrofront e per salvarmi la vita andai di corsa verso Mülln e verso Lehen, e correndo sempre più velocemente mi lasciai alle spalle tutto quello che negli ultimi anni era diventato per me un’abitudine micidiale, lasciai davvero e definitivamente tutto, e in preda a un’angoscia davvero mortale mi rifugiai dentro l’ufficio di collocamento, io non sono entrato nell’ufficio di collocamento come la maggior parte della gente, io sono fuggito in preda a un’angoscia mortale dentro l’ufficio di collocamento, capovolgendo nel giro di pochi minuti tutto dentro di me e opponendomi a tutto sono corso lungo le strade di Mülln e di Lehen entrando dentro l’ufficio di collocamento in preda a un’angoscia mortale. (p. 24)

***

La mia decisione l’avevo presa da solo e assolutamente per conto mio, dopo che per anni ero stato lasciato solo dai miei educatori che non vedevano per me alcuna via d’uscita, per loro io non contavo più niente, non avevano nessuna idea riguardo al mio futuro, loro stessi non avevano un futuro, questo lo sentivano, come potevano dunque vedere un futuro per me? (p. 54)

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Forse avrei potuto andare a scuola ancora per anni e stringere ogni giorno al mattino un’alleanza con quella che era una follia, un’assurdità e una malattia veramente mortale, protraendo per anni uno stato già da tempo insopportabile di totale ripugnanza verso tutto, alla fine non mi sarebbe rimasto altro che la separazione, e probabilmente, in quel caso, non soltanto la separazione dalla scuola e da tutto quello che era connesso con questa scuola sciagurata e che, se si prescinde dalla mia decisione, è stato quasi tutto, ma la separazione dalla mia vita, il frego finale sotto la mia esistenza ormai quasi perduta. (p. 57)

***

Quanto a me, nel momento preciso in cui il signor Podlaha mi assunse, fui un uomo libero. Ero libero e mi sentivo libero. Avevo fatto tutto di mia libera volontà. Se prima facevo tutto di malavoglia, ora facevo tutto di mia spontanea volontà, senza opporre alcuna resistenza e per mio diletto. Pur senza credere di aver scoperto il senso della vita, o quanto meno il senso della mia vita, sapevo comunque che la mia decisione era giusta. Oggi debbo dire che il momento decisivo per quella che in seguito sarebbe stata la mia vita fu quello in cui feci dietrofront nella Reichenhaller Strasse. È probabile che altrimenti non avrei nemmeno vissuto quella che in seguito è stata la mia vita. Le circostanze che alla fine hanno schiacciato e ucciso mio nonno e mia madre avrebbero probabilmente schiacciato e ucciso anche me. In quanto ginnasiale sarei stato schiacciato e ucciso, in quanto apprendista commerciante in una cantina del quartiere di Scherzhauserfeld, per di più sottoposto al controllo e agli ordini di Karl Podlaha, sono invece sopravvissuto. (p. 60)

***

Alla scuola professionale non si trattava di studenti, bensì di apprendisti che non volevano affatto essere studenti. E i professori erano in fondo dei negozianti, oppure dei cosiddetti esperti di economia, e benché per la maggior parte fossero presuntuosi e ottusi non meno dei professori di ginnasio, erano comunque persone più sopportabili. Quanto a me personalmente, con il mio trauma scolastico, a differenza degli altri apprendisti che non avevano conosciuto l’inferno del ginnasio, ma soltanto la scuola media o addirittura soltanto la scuola elementare, non ero molto entusiasta di queste giornate di scuola. Anche qui in definitiva imparavamo l’angustia mentale e la meschinità e la vanità e la propensione alla menzogna, ma il tutto non era così rivoltante, contorto e perverso come lo erano stati gli eccessi umanistici del ginnasio. Soprattutto dominava un tono franco, anche se rude, i metodi erano quelli abitualmente usati dagli esercenti e da coloro che portano avanti una lotta economica. Quello che qui era bugiardo non era così bugiardo come al ginnasio, quello che qui si insegnava non era a lunghissima scadenza perfettamente inutile come al ginnasio. (p. 61)

***

Nulla ricordava laggiù, nemmeno alla lontana, la città e tutto ciò che per anni nella città mi aveva tormentato spingendomi alla disperazione e a pensieri quasi esclusivamente di suicidio. Qui non c’erano professori di matematica, né professori di latino, né professori di greco, e non c’era neppure un direttore dispotico al cui solo apparire io mi sentissi inevitabilmente mozzare il respiro, qui non c’era nessuna istituzione micidiale. Qui non c’era la continua necessità di controllarsi, di chinare il capo, di fingere e di mentire pur di sopravvivere. Qui tutto quello che ero non veniva continuamente esposto agli sguardi critici, già di per sé micidiali, e non si pretendevano continuamente da me cose inaudite, disumane, o meglio la disumanità stessa. […] Non si era di continuo esposti al pericolo di essere attaccati a causa della propria ostinazione, tutt’a un tratto la personalità non veniva più mortificata e maciullata dalle regole dell’apparato borghese, apparato che devasta l’essere umano, perché nelle città come Salisburgo, che hanno un grado di stupidità terrificante, si pizzicano e si sbatacchiano qua e là continuamente gli esseri umani, gli si lavora addosso senza posa di martello e di lima fino a quando di un essere umano non rimane altro che un ripugnante e insulso prodotto dell’arte decorativa. […]  Altrimenti in tutta l’Europa abbiamo solo a che fare con esseri umani artificiali, che vengono trasformati in esseri umani artificiali nelle scuole, se in Europa vediamo un essere umano, un qualsiasi essere umano, noi abbiamo a che fare con un essere umano artificiale, con un disgustoso prodotto umano dell’arte decorativa riprodotto in milioni e, in un tempo chissà quanto breve, in miliardi di esemplari, il quale è stato manipolato da giganteschi sistemi scolastici che incessantemente e impietosamente divorano gli uomini, insomma è un unico ripugnante marionettismo industriale quello che sentiamo rintronarci nelle orecchie se ancora riusciamo a udire, e non troviamo un solo essere umano naturale. (pp. 93-95)

***

Ora io imparavo, e lo facevo di mia iniziativa, il mestiere di commerciante, e studiavo, parimenti di mia iniziativa, la musica, e una cosa la imparavo scrupolosamente e con la massima determinazione, così come studiavo con la massima determinazione anche l’altra. Di mia iniziativa, questo era il punto. Non facevo a me stesso nessuna concessione, e questo mi ha salvato e, fino a un certo punto, mi ha reso felice. È stato un periodo felice quello durante il quale non ho fatto a me stesso nessuna concessione. (p. 107)

 

Questo articolo uscirà su “Lo straniero” n. 196 di ottobre 2016.

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