Pulcinella e io

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di Bruno Leone. Incontro con Stefano De Matteis

 

…mi par di capire che in questo momento non hai un buon rapporto con Pulcinella?

Perché più passa il tempo più mi si confondono le idee. E poi non mi va più di dare delle definizioni. Ho sempre detto che il mio rapporto con la maschera era un incontro tra tradizione e innovazione. Con il tempo questa definizione mi puzzava di giustificativo. Era già un po’ di tempo che dicevo: Pulcinella non centra niente. Quello che faccio è al di fuori del tempo, non è né tradizione né sperimentazione: è semplicemente al di fuori del tempo e in questo senso continuamente attuale.

Oltretutto questo “continuamente attuale” per me è ancora più valido, perché i momenti di sicurezza che ho rispetto a Pulcinella, i momenti fermi, ce li ho principalmente durante lo spettacolo, quando incontro il pubblico, quando c’è questo raffronto con il reale. È la mia verifica assoluta, questa, al di la di tutti i discorsi e di tutti i dubbi.

Ultimamente sto vivendo un periodo particolarmente difficile: non ho voglia di lavorare e gli spettacoli li faccio solo quando, in un certo senso, mi costringono. Però ogni volta che ho fatto uno spettacolo, anche quando c’era un pubblico particolarmente difficile, ci sono stati sempre dei momenti magici: c’è stato un Pulcinella completamente vero, che esisteva in quel momento ed era innegabile. E questo per esempio è successo quando ho fatto spettacoli con i bambini a Vico Pazzariello a Napoli, come è scattato qualcosa quando l’ho fatto a Roma, da Nottetempo, dove c’erano intellettuali, professori… ed è stato un incontro abbastanza forte. Poi c’è stato anche il concerto di capodanno alla chiesa Donna Regina dove, con Luigi Crima musicista napoletano, abbiamo inserito Pulcinella, l’ambiente era enorme e la gente era entusiasta ed è andato benissimo. Tutto il resto sono chiacchiere.

 

Oggi, e direi per la prima volta, le strade di Napoli sono piene di  figuranti che si vestono da Pulcinella per fare le foto con i turisti. D’altra parte, tu sei l’unico Pulcinella che da trentacinque anni ha scelto la strada del mestiere e del lavoro in strada con il teatrino delle guarrattelle. Sicuramente avrai il polso della situazione e di cosa è cambiato in questi anni nel rapporto con il pubblico e nella funzione del Pulcinella.

Mah, mi peserebbe essere l’unico. Perché penso che è Pulcinella ad essere unico. Per me sono tutti Pulcinella anche quello che va in giro con il fischietto per i turisti, ognuno a suo modo rappresenta la maschera, anche nel modo che può sembrare il peggiore. Ogni cosa va presa per quello che è.

Anche rispetto la lezione delle guarrattelle, in realtà, oggi è abbastanza diffusa. Quello che forse caratterizza, non in maniera diversa ma in maniera più forte, il mio lavoro è l’improvvisazione, oggi è poco costruito. È retto sull’improvvisazione, però di tipo particolare: si basa su quanto, mentalmente, è oramai dentro di me, su quanto ho imparato nel tempo, che però ogni volta è come se lo facessi per la prima volta, in maniera unica… tranne quando sono particolarmente stanco, allora magari lavoro in automatico, ma questo lo considero come un falso Pulcinella. Questa sorta di improvvisazione non mi permette di prevedere lo spettacolo e così sono contento del lavoro a posteriori, ma prima penso sempre che può essere un fiasco, una cosa che non ha senso.

 

Tu hai acquisito una tecnica, un ritmo, una abilità, una qualità rappresentativa che permette a Pulcinella di incarnarsi in quel momento particolare in cui tu lo metti in scena.

Questo sarà anche vero ma avviene ormai in maniera quasi incosciente, è una tecnica incosciente, una saggezza incosciente… è come se io non avessi più tecnica.

Questa cosa la riscontro anche nell’insegnamento. Anni fa ho deciso di insegnare per mettermi a confronto con la tecnica, perché l’insegnamento ti costringe a verificare la tecnica. Da questo punto di vista può succedere che, come insegnante, sono un fallimento, cioè che dal punto di vista tecnico non riesco a funzionare. Però poi la cosa strana è che i risultati invece sono eccellenti. Le persone che hanno fatto corsi con me alla fine sono diventati bravi burattinai. È una cosa misteriosa. È come se nell’insegnamento, le lezioni si basassero sull’attesa del miracolo. E poi questo miracolo succede, ma attraverso centomila spinte diverse.

All’inizio dei corsi alcuni allievi se ne vanno perché può capitare che si sentano disorientati, ma alla fine quelli che restano sono quasi sempre contenti. Tanto è vero che mi richiamano a insegnare, anche se ogni volta mi dico che devo cominciare a rifiutare. Anche su questo fronte sto abbastanza in crisi.

Tu parli di tecnica, di sapienza. Ma io mi chiedo dove sta questa tecnica, questa sapienza? Spesso mi hanno detto che dovrei scrivere un libro. Solo che parlare è bello, ma cosa potrei scrivere in un libro? Non lo so neanche io.

Comincio a pensare che, forse, c’è un conflitto aperto proprio con Pulcinella: mi dà sempre di più i nervi che lui risolve tutte le cose e io non ci riesco a risolverle nello stesso modo! La vita di Pulcinella è perfetta, sbagliando arriva sempre al risultato che gli sta bene, raggiunge il suo scopo rispetto a un problema. A me pongono una questione e io la risolvo con lo spettacolo. Questa è una cosa bellissima ma mi fa rabbia perché nella vita – checché ne dica Agamben – non è così facile. Allora può nascere un conflitto tra me e lui.

 

Hai fatto lo spettacolo e partecipato alla presentazione del libro che Giorgio Agamben ha scritto su Pulcinella, cosa ne dici?

Il libro di Agamben mi ha colpito molto perché ci sono alcuni punti essenziali. A partire dal Pulcinella come via di fuga dalle cose. Non è che sono un esperto di filosofia, però mi sono riconosciuto in molti argomenti. Anche per me Pulcinella è stata una via di fuga, non filosofica o concettuale, ma reale e concreta. E questo non solo per me. Io sono stato assunto al Comune di Napoli come architetto e avrei dovuto fare l’impiegato. Mi sono inventato Pulcinella e per tutta la vita sono riuscito a fare le Guarrattelle e sono sfuggito a questo destino che mi imponeva una cosa diversa, è stato un modo per scappare da quelle situazioni.

Lo stesso vale per alcuni ragazzi con cui ho lavorato – uno stava in carcere, un altro aveva problemi di tossicodipendenza – tramite Pulcinella sono sfuggiti a un destino che poteva essere a senso unico, perché la vita li aveva messi su un canale che non andava molto bene. E grazie a Pulcinella ne sono usciti fuori, almeno per un periodo.

Il fatto di trovare una similitudine tra storia di vita vere e un concetto filosofico in effetti è una cosa che mi ha intrigato e colpito. Naturalmente anche l’ex-ergo, Ubi fracassorium, ibi fuggitorum, che è una citazione che lui fa, vuol dire, grosso modo, la stessa cosa: dove ci sta casino uno trova una via d’uscita. Per me questa è stata anche una modalità per entrare in rapporto con culture diverse, anche lontane. Ho fatto laboratori e spettacoli con gli hezbollah a Beirut e attraverso Pulcinella, nonostante la situazione di pericolo, ci stavo e trovavo sempre una via d’uscita, non ho mai sentito il pericolo… oddio, non mi sono mai trovato in situazioni di pericolo reale però mi sembrava che ci fosse sempre una via di uscita anche attraverso Pulcinella.

A volte si trattava di una via d’uscita che era anche una via di incontro: ho incontrato un Sarawi, che era un saggio, e lui parlava solo arabo e quindi non c’era possibilità di comunicazione, però attraverso Pulcinella è nata una grande amicizia e ci parlavamo senza parlare. Questo permette di fare discorsi che vanno oltre.

Un’altra cosa che mi ha colpito del libro di Agamben è che mi sembra che nascosto dietro questo libro ci sia un aspetto umano che riguarda lui come persona non come filosofo; il riferimento al Tiepolo che a un certo punto della sua vita realizza gli affreschi pulcinelleschi, mi ha fatto pensare che forse c’è lo stesso rapporto con lui che decide proprio ora di scrivere un libro su Pulcinella… questa cosa mi colpisce perché a me della letteratura, dei libri interessa molto l’aspetto umano. Quando leggo Rimbaud mi appassiono e voglio sapere come è continuata la sua vita. Leggo Sherlock Holmes e mi interessa il fatto che il suo autore non lo voleva scrivere e suo malgrado ha avuto successo. Tutti questi aspetti sono delle cose che mi hanno sempre intrigato, questo in equilibrio tra reale e immaginario, che è un po’ quello che succede nel mio lavoro con Pulcinella.

L’altro aspetto che Agamben ha accennato, e poi quando ne abbiamo discusso l’abbiamo approfondito, è il fatto che Pulcinella non sta ne di qua ne di là, è veramente al di fuori di certe categorie che lo vogliono imprigionare… lui diceva fuori dal tempo, io sostengo non solo fuori dal tempo ma anche dallo spazio. In quanto Pulcinella ha una storia analoga nei luoghi più disparati: a parte l’Inghilterra e la Francia, in Europa, anche in luoghi lontani come l’Iran. Quando ho fatto spettacoli con gli indiani d’America sentivo che loro riconoscevano quello che vedevano come una cosa che gli apparteneva non come una curiosità, una cosa estranea. Questo significa essere fuori dallo spazio e dal tempo. Non si sa a che epoca appartiene, ma è fuori anche da una categoria culturale. Non si sa a quale cultura appartenga Pulcinella. Si potrebbe dire genericamente che appartiene alla cultura popolare, e che le culture popolari si somigliano, ma questo secondo me è in parte vero e in parte no. È al di fuori di ogni parametro culturale.

Tante volte dicono Pulcinella è rivoluzionario. In un certo senso lo è ma lui non è rivoluzionario per ideologia o per convinzione politica, ma semplicemente perché ama la vita e questo sconvolge i sistemi di potere e quindi può, suo malgrado, diventare rivoluzionario anche non è sua intenzione fare la rivoluzione. Lui vuole semplicemente vivere e questa cosa a volte non va bene.

 

Vuole talmente vivere che quando tu lo animi nel teatrino, quando lo agisci, lui ti fa fare quello che vuole.

In un certo senso sì, ed è da qui che nasce il conflitto. Si potrebbe dire che c’è uno scambio, perché Pulcinella mi fa fare quello che vuole nel momento dello spettacolo, perché alle volte ha delle risposte a sorpresa… ovviamente c’è anche della complicità perché Pulcinella mi aiuta a fare tante cose, a trovare delle vie di uscita, a trovare rapporti diversi con le persone, a conoscere gente nuova… E in cambio io aiuto lui, perché lo aiuto ad essere, perché lui senza di me non può esistere come non può esistere senza nessun interprete, chiaramente. Chiunque ne parla ne scrive o lo rappresenta in qualche modo lo fa esistere. E poi si deve accontentare di come gli altri lo fanno esistere. Nel mio caso si deve accontentare.

A volte ci sono delle polemiche, vengo accusato da altri artisti di fare un pulcinella intellettuale non abbastanza villico. Io accetto la critica, probabilmente è vero, io forse rappresento solo una parte, ma Pulcinella è una cosa talmente ricca che alla fine rende giustizia a tutti. Anche nel film Bella e perduta di Pietro Marcello ho visto di questo non-attore che fa Pulcinella, Sergio Vitolo, che mi piaceva molto perché dava l’idea che lui con il vestito e la maschera, in maniera semplice, e senza ricorrere alle le capriole o chissà quale artificio, rappresentasse Pulcinella. E poi, è strano quando poi si toglie la maschera si vede che è perduto.

 

Il tuo Pulcinella ha anche una caratteristica particolare che è quella di usare la pivetta, quella specie di trombetta che gli da una voce molto particolare. Mi ricordo di Nunzio Zampella, che la usava e di cui tu sei l’allievo.

Nunzio lo asseriva in maniera categorica. Per lui il vero pulcinella doveva avere la pivetta. Tanto è vero che era in polemica con alcuni burattinai che la usavano male o solo in parte oppure non la usavano affatto. In un certo senso sono abbastanza d’accordo anche se sono più liberale di lui e tutti possono fare quello che vogliono. Però la forza che ha Pulcinella con la pivetta non la può avere con nessuna altra voce, perché la pivetta da questa estraneità, questa suono artificiale dove il burattino sembra vivere una vita propria e non è più riconoscibile o riconducibile all’interprete. A me è capitato di avere spettatori che vedevano lo spettacolo fatto da più burattinai con la pivetta e non sapevano se l’animatore ero io o era l’altro. Questo secondo me è una cosa bellissima perché da una forza enorme alla maschera, al personaggio che va al di là dell’interprete.

E in realtà questo forse succede con gli attori che indossano la maschera: immagino che il Pulcinella di Petrolini sia diverso da quello di Petito, e sicuramente però c’è qualcosa che li accomuna nonostante siano abbastanza lontani tra loro. Con il Pulcinella delle guarattelle questa cosa è ancora più vera perché la pivetta diventa la voce di Pulcinella: a parte che non è riconoscibile, non appartiene più a un soggetto, e nello stesso tempo impone un modo di essere proprio del burattino. Inoltre per il tipo di respiro che richiede, obbliga a dei tempi teatrali molto particolari: non puoi fare dei discorsi lunghi, ad esempio, ma devi sempre stare sul botta e risposta e devi avere sempre la risposta pronta oppure trovare il modo per prendere tempo. Tutte queste cose impongono anche un carattere diverso, che non è solo un fatto tecnico.

 

Sono tanti anni che stai a Napoli, anche se hai girato moltissimo: come è cambiata Napoli in questi anni e, di seguito, come è cambiato anche Pulcinella?

Questo è un punto un po’ dolente perché in effetti, non so se dipende da me o da altro… Napoli per me è sempre stata una specie di ricarica… facendo gli spettacoli in strada battibecco continuamente con gli scugnizzi che anticipano lo spettacolo, rispondono, interloquiscono e questo è sempre stato uno stimolo, una forza. Ultimamente ho fatto uno spettacolo con dei bambini di una scuola di quartieri popolari che ha funzionato molto bene, però sempre più spesso capitano fenomeni di antagonismo con il pubblico giovanile, però di un antagonismo senza risultati, non positivo, perché alcune volte i ragazzi hanno un atteggiamento provocatorio ma, proprio nel momento in cui sento che stanno per cedere alla partecipazione, alla curiosità, abbandonano la battaglia, rifiutano il confronto e, in effetti, se ne vanno. Non accettano il dialogo.

Questo è un fenomeno recente che forse corrisponde al disfacimento delle situazioni familiari, di quartiere… non so neanche io bene come interpretarli. Rispetto a questo sono un po’ disorientato: la prima reazione è di tristezza perché non sono riuscito a trovare una risposta adeguata e questo è pericoloso perché Pulcinella dovrebbe trovare, proprio in queste situazioni estreme, una risposta adeguata.

Ultimamente anche i ragazzi che seguo a vico Pazzariello vogliono vedere scene nuove. Noi abbiamo fatto più o meno tutto il repertorio ma loro continuano a chiedere nuove scene. E questa è una cosa che in passato con i bambini non accadeva, loro amavano vedere la stessa scena e ti chiedevano di ripeterla.

Non so bene come rispondere a questo tipo di domanda, potrebbe anche essere una richiesta interessante che fa mutare pulcinella in senso positivo, provando ad ampliare il repertorio.

Il problema è che ci sono degli elementi universali all’interno degli spettacoli che difficilmente possono cambiare anche se cambiano le scene, perché certi elementi rimangono invariati. È una questione che mi pongo. Mi farebbe piacere che nascessero nuovi artisti capaci di rispondere a queste domande, io sono aperto alle novità, con l’idea di non tradire un certo spirito più che la tradizione. Non muterei di certo Pulcinella per commercializzarlo o per andare incontro a certe richieste oppure facendone il messaggero di un’ideologia… significherebbe tradirne l’idea, però il problema si pone, bisognerebbe capire come rispondere a certe domande.

 

Ma con questo pubblico “nuovo” in strada gli spettacoli abituali, anche quelli più rodati, funzionano ancora?

In questo momento di crisi sono tornato molto al repertorio classico, perché sono spettacoli che funzionano sempre e mi danno una maggiore sicurezza. Ultimamente ho fermato le sperimentazioni, perché non voglio pensare ma voglio fare gli spettacoli.

Il vero pubblico, quello classico, quello che apprezza il teatro delle guarrattelle, è quello che l’ha visto più volte e che entra subito nel meccanismo. Mi ricordo che dove lavoravamo con Zampella c’era un venditore di palloncini che si metteva vicino a noi e vedeva tutti i nostri spettacoli, questo signore era capace di vedere anche dieci spettacoli e si divertiva tutte le volte.

Il teatro delle guarrattelle regge su uno strano meccanismo, su una relazione molto forte… e come è possibile far vivere questa tipo di relazione nei tempi in cui viviamo? E se non è più possibile, come può essere sostituita? E varrebbe la pena sostituirla?

Io non voglio darmi per sconfitto, ma sono momenti bui per questo tipo di arte anche se comunque penso che rappresenti il futuro e una possibile soluzione a un sistema che, a lungo andare, non può funzionare. Il fatto che tutto si consuma lascia un vuoto, lo spettacolo di Pulcinella non si consuma, ma con lui si cresce, in un certo senso. È come se uno avesse una pianta e la vede crescere, sapendo che magari ’sta pianta non si consumerà e vivrà anche oltre la tua vita stessa. Tutto questo è, in effetti, in contraddizione con un sistema generale ed economico dove tutto deve essere consumato altrimenti non ha ragion d’essere. Oggi è difficile far accettare una cosa che non si consuma.

Chi fa quest’arte ha il dovere di conservarla, nel senso di non farla sparire perché un domani ci salverà. Un domani speriamo non troppo là…

 

I ragazzi che mollano, come reagiscono?

Quelli che mollano sono quelli dell’ambiente estremo, delle baby gang di Banchi Nuovi, che hanno un atteggiamento aggressivo, rifiutano a priori… però se entrano nel meccanismo riescono a seguire ma immediatamente ti rifiutano. È come se non si sentissero più protagonisti.

Questi ragazzi sentono di essere dei rifiuti. Ma vogliono rientrare nella società, come dire, sancendo in maniera forte questo loro modo di essere. Nel momento in cui rischiano di non essere più come immaginano di essere, dei rifiuti, se ne vanno.

La situazione è difficile da risolvere, ma forse il fatto che se ne vanno significa che potrebbero riavvicinarsi, che qualcosa li mette in crisi… ma comunque loro non vogliono farsi irretire da idee diverse dalle loro convinzioni, e questa cosa la rifiutano perché non vogliono cambiare.

Io ho fatto un doposcuola con i ragazzi cosiddetti a rischio, e con loro è diverso, perché scassano tutto, però non se ne vanno, vogliono distruggere tutto, però stanno lì che aspettano qualcosa. Da un lato non riesci a costruire uno spettacolo, ma dall’altro lato vorrebbero farlo. È comunque una situazione che io non sono riuscito a risolvere.

Con i ragazzi di Scampia… qualcosa cominciava a vedersi, perché lì c’era più attenzione e rispetto, con i ragazzi del centro storico è la situazione peggiore che ho trovato. Con questi è più difficile che con quelli delle periferie. Nel centro è come se quotidianamente fossero costretti a vivere il loro mondo come se fossero degli estranei, e di questa estraneità fanno un punto di forza per diventare dei criminali che sparano e non guardano in faccia nessuno.

Con i ragazzi di periferia una strada si riesce a trovare, con quelli del centro storico e difficilissimo: aggrediscono gli studenti, si aprono conflitti… E con ogni cambio di generazione devi cominciare da capo è come se tra loro non vi fosse comunicazione.

 

Negli ultimi trent’anni com’è cambiata Napoli vista da dentro il teatrino?

Io ultimamente sto lavorando poco perché mentre prima appena montato il teatrino si creava il gruppo di persone per sentire lo spettacolo adesso devo faticare a fermarli… riesco ad avere un pubblico solo quando sono arrivato quasi alla fine dello spettacolo, per questo faccio sempre meno spettacoli di strada.

Le ultime uscite a Piazza del Gesù le ho fatte duo o tre anni fa, volevo far tornare Pulcinella nelle strade in maniera libera, ma… mi è passata la voglia…

Adesso non lo so se continuerà così, è come se ci fosse una chiusura delle persone a fermarsi.

Questo lo vedo con gli altri artisti di strada, le persone passano sempre spedite… è vero che uno può anche avere da fare, però… Se l’accoglienza fosse stata diversa, avrei lavorato di più in strada, in effetti dovrei rifare altri tentativi…

Oggi a Napoli vedi le strade piene di persone, sembra che ci siano segnali positivi, invece poi ti accorgi che non è così, perché c’è sempre un modo di comportarsi che “segue le mode”, ma potrei anche sbagliarmi.

Con gli ultimi spettacoli fatti a piazza del Gesù facevamo dei cappelli irrisori. Se penso che negli anni Ottanta i cappelli erano decisamente più consistenti. Addirittura, quando facemmo la raccolta per la Bosnia, a Piazza San Domenico, io feci otto spettacoli in un giorno a e incassammo un milione, in un giorno! Non so se oggi potrebbe succedere una cosa simile, ormai anche la solidarietà non funziona… Oggi la solidarietà per chi la fai? Per tutto il mondo? Ci sono tante di quelle guerre… la gente è come se non volesse più sentire parlare neanche di solidarietà.

Comunque questo è il mio punto di vista, non è quello di Pulcinella, magari Pulcinella la pensa diversamente.

L’ultimo spettacolo che ho fatto a Vico Pazzariello, ho invitato una signora anziana che abita nel mio quartiere e che vedeva le guarrattelle da ragazzina, oggi tiene 85 anni, e aveva desiderio di rivederle.

Lei mi ha raccontato un episodio che vedeva da bambina e che non conoscevo, Pulcinella e la mosca. C’era una scena dove arrivava una mosca che ronzava intorno a Pulcinella e lui combatteva contro la mosca… e lo spettacolo finiva con un piccolo funerale alla mosca, e così ho appreso questa cosa che non sapevo e che ora voglio inserire nel repertorio.

 

E i tuoi allievi, tu hai fatto un sacco di corsi…

Attualmente noi abbiamo una scuola di guarattellari con dieci allievi, ora sto collaborando in maniera abbastanza stretta con due di questi allieve Irene e Selvaggia che sono in società con me.

Mentre gli ultimi allievi stranieri sono due cubani che hanno fatto spettacoli di guarattelle a L’Avana. Hanno lasciato Pulcinella con gli stessi caratteri del Pulcinella napoletano, maschera nera e vestito bianco, io gli avevo suggerito di adattarlo, ma loro hanno voluto conservare la figura di Pulcinella. Ci sono bravi burattinai, non solo allievi miei ma anche allievi di allievi, anche in Costa Rica, Messico, Guatemale, Argentina… in America Latina per esempio c’è una grossa diffusione

 

Adesso tocca a te tornare per strada…

È quello lo devo fare. Assolutamente. La notte sogno spesso di farlo quindi è una cosa che desidero profondamente.

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