L’ambientalismo è impopolare

di Alex Giuzio

illustrazione di Adelchi Galloni

 

Tra le “GIF animate” che girano sulle bacheche di Facebook, nuova forma di intrattenimento fatto di immagini in movimento eterno che infettano i nostri pensieri, ce n’è una che poco tempo fa ha catturato la mia attenzione. Diversi contatti hanno condiviso un grafico sulla temperatura globale dal 1850 a oggi, che evidenzia un leggero aumento fino al 1945 per poi procedere con picchi sempre più elevati, soprattutto a partire dall’anno 2000 e con un impressionante divario nei primi mesi del 2016 – che infatti da gennaio ad aprile hanno fatto già registrare una media di +1,15 gradi rispetto all’era preindustriale, ben oltre le già intense anomalie degli anni precedenti.
Incantandomi sulla GIF che ha girato diverse volte davanti ai miei occhi, ho riflettuto non tanto sul preoccupante dato schiaffatomi in faccia, ma soprattutto sul ruolo che la questione ambientalista dimostra di avere ormai assunto. I pensieri ecologisti sembrano essere diventati l’ennesimo contenuto di quel chiacchierato e arredatissimo grande salotto che sono i social network, occupando le bacheche di pseudo-attivisti affetti da mobilitazione da clickCome tutte le opposizioni, anche questa è stata inglobata dal sistema capitalista che prevede l’alterità come parte di se stesso, rendendola innocua e annullando la contrapposizione e i conflitti tra le parti.Tale condizione si riflette anche nel mercato, dove la maggior parte dei prodotti è oggi presentata come ecologica (o spacciatper tale) al solo scopo di vendere. Le confezioni dei detersivi o degli alimenti sono diventate tutte verdi e piene di eco-claim, ancorandosi a qualsiasi minima o presunta riduzione dell’impatto ambientale per fare colpo sulla nuova sensibilità ecologista del consumatore medio. Una prassi che è tutta di superficie, un bel vestito messo intorno a uno stile di vita che continua a non cambiare, o cambia in maniera lenta e insufficiente, essendo sempre orientato a un’idea di progresso e di sviluppo che significa sfruttamento della natura per coccolare l’uomo inquinando l’atmosfera.
In verità l’industria se ne frega dell’ambientalismo e lo sfrutta per i propri interessi di profitto, il cittadino non è disposto a rinunciare ai suoi lussi e si sente giustificato dal momento che compra scatole verdi, i governi fingono di preoccuparsi dell’emergenza e spacciano accordi inetti per successi, come la recente Cop 21 di Parigi. Ma in mezzo c’è un pianeta sempre più prossimo all’implosione, da tempo a mio parere oltre la soglia del non-ritorno – anche se i potenti vogliono farci credere il contrario. E ancora, ci sono le associazioni ambientaliste che sempre criticano con dure parole, utilizzando una retorica spicciola che talvolta fa perdere loro credibilità, come nel referendum dello scorso 17 aprile sulle piattaforme petrolifere in mare in cui molte di loro hanno usato una grottesca comunicazione d’effetto basata su parole fuorvianti come “trivelle” e “petrolio”, nel disperato tentativo di raggiungere un quorum purtroppo molto difficile, dal momento che il governo Renzi ha abilmente manipolato i quesiti portando il voto a una questione facilmente spacciabile come marginale davanti agli occhi di un popolo già poco interessato alla questione. Ma invece di contestare nel merito e denunciare queste nefandezze, si è colpevolmente preferito combattere il governo con le sue stesse armi, quelle della disinformazione.
Va da sé che buona parte degli italiani pensa oggi agli ambientalisti più o meno come alla terza causa di blocco del nostro paese dopo la corruzione e la burocrazia: alcune sfilate di manifestazione, certi volantini pieni di slogan e le incoscienti partecipazioni ai talk-show televisivi sono complici più o meno inconsapevoli del sistema contro cui si pretende di opporsi. Da tempo, infatti, le organizzazioni ambientaliste hanno deciso di evitare le argomentazioni impopolari (ma urgenti e serieper individuare battaglie emotive (ma non sempre prioritarie) che portino larghi consensi tra la popolazione senza chiedere sacrifici a nessuno. È questa la loro più grande colpa: siamo giunti alla fase del drastico cambio di rotta, che richiede importanti rinunce al moderno stile di vita per evitare che vengano a mancare le necessarie condizioni vitali dell’atmosfera, e chi ha sempre lottato per la salvaguardia del pianeta dovrebbe essere il primo a diffondere questa consapevolezza, anziché rinunciarvi in nome delle tessere e del sostegno. E così, oltre a insistere (giustamente) con i governi e con le industrie sul calo dell’inquinamento e sulla conversione verso le energie rinnovabili, è forse il momento di sensibilizzare con più enfasi i cittadini sul necessario mutamento delle proprie abitudini di consumo. Per esempio, una conversione verso una dieta priva di derivati animali avrebbe un’importanza determinante, come ha proposto il direttore di Internazionale Giovanni De Mauro sul suo editoriale del 19 maggio: «Mentre intervenire sulle altre forme di inquinamento (trasporti, industria, produzione di energia, edilizia) richiede molto tempo ed enormi sforzi congiunti di governi e aziende, ridurre significativamente il consumo di carne, pesce, latte e uova non solo avrebbe un effetto rilevante e immediato sul cambiamento climatico, ma soprattutto è una decisione che può prendere chiunque, in ogni momento. È una scelta che pensavamo di poter rimandare ai nostri figli. Forse non è più così».
In effetti, il rapporto “Tackling climate change through livestock” pubblicato dalla Fao nel 2013 evidenzia che le attività connesse all’allevamento di animali sono responsabili del 14,5% delle emissioni di gas serra, più cioè di quanto facciano i trasporti (13,5%), e consumano immense risorse ambientali tra acqua, cibo ed energia. Calare drasticamente o abbandonare del tutto il consumo di carne assumerebbe dunque un’importanza politica oltre che etica. E come questo esempio ce ne sono altri, dall’abbandono delle comode automobili con cui possiamo andare ovunque in ogni momento, alla riduzione dell’utilizzo degli elettrodomestici che risparmiano le umane fatiche di casa. Si tratta di strade che implicano una concreta rinuncia allo stile di vita cui ci siamo così felicemente abituati, e per questo sono schivate dai predicatori dell’ambientalismo di massa. Ma con l’umanità che sta camminando verso una lenta autodistruzione, e con gli uomini al comando restii o impossibilitati a guidare una reale conversione planetaria, è tempo per chi ha un’autentica sensibilità ecologista di agire con queste pratiche di resistenza individuale e non-violenta, che rappresentano una vera appropriazione delle istanze ambientaliste. Pensando al mondo che sta soffocando, è facile rendersi conto come le sole parole, anche se belle, non possono più rappresentare un cambiamento – nemmeno queste righe.
Forse l’attuale periodo storico è comunque troppo complesso perché le sole pratiche individuali possano bastare, ma perché avvengano una concreta presa di coscienza collettiva e un’azione coordinata, mancano le necessarie figure carismatiche che facciano da guide, e di cui si sente la mancanza. La strada intrapresa singolarmente diventa allora l’unico inizio possibile di un futuro cammino comune, anche per abbandonare la possibile tentazione del nichilismo e dell’impotenza davanti a un mondo così gravemente ferito.

 

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Comments (1)

  • Ennio Abate

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    Buona l’intelligente e informata critica agli ecologisti, molti i dubbi sulla efficacia delle *pratiche individuali*

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