Il corpo animale della Ortese

di Matteo Moca

5626994458361856Era dal 2011, e precisamente dall’uscita della raccolta di scritti su arte e letteratura Da Moby Dick all’Orsa Bianca, che non veniva pubblicato un nuovo volume di Anna Maria Ortese. È anche per questo che la recente uscita di Le piccole persone (Adelphi), curato con precisione e scrupolo da Angela Borghesi (autrice anche del recente, e notevole, Una storia invisibile. Morante, Ortese, Weil), è un caso editoriale molto importante. Il libro, diviso in due parti, raccoglie numerosi scritti di Anna Maria Ortese, molti dei quali inediti, ed appartenenti ad un arco cronologico molto esteso, dagli anni ’40 al 1997. Dei trentasei pezzi che compongono la raccolta, solo tredici sono quelli già apparsi   a stampa – ma mai erano stati riuniti in volume – mentre i restanti risultano inediti, e selezionati appunto da Angela Borghesi tra i materiali del Fondo Ortese presso l’Archivio di Stato di Napoli (sulla ricchezza e vastità dell’Archivio, come sottolineato anche da Angela Borghesi, ci sarebbe molto da dire; la mole è facilmente comprensibile se si pensa per esempio anche alle “necessità” economiche di scrittura di Ortese). Anche a causa di questa complessa determinazione temporale (non tutti i pezzi sono datati), il libro è diviso in due aree tematiche, la prima che raccoglie testi di ampio respiro filosofico-naturalistico, la seconda invece che raccoglie testi di impronta militante a difesa degli animali.
Ma nonostante questa natura temporale eterogenea e la varietà del soggetto degli scritti, tra le pagine di questo libro si respira un’unità sistematica, ennesima traccia delle grandezza dell’autrice, che contribuisce in maniera molto importante alla definizione organica del pensiero di Anna Maria Ortese. Lo spirito nello stesso tempo riflessivo, animoso e venato dalla continua riflessione filosofica che muove questi scritti, si sofferma sui misteri di questo nostro mondo, sul presente e sul suo futuro. La riflessione che maggiormente circola tra i saggi qui raccolti, è quella sul dolore e questo è, se fosse ancora necessario, l’ulteriore conferma che quel “dolore degli animali”, di cui Ortese parla in una lettera molto interessante inviata a Guido Ceronetti, è uno dei motivi soggiacenti tutta la sua opera, centrale sia nella produzione narrativa (Alonso e i visionari per fare solo un esempio), che in quella saggistica (le riflessioni raccolte in Corpo celeste sono sempre assai vicine a questo tipo di pensiero). E usando la parola “animale”, probabilmente Ortese non restringe il campo solo al significato più diretto del termine, ma lo allarga a tutto lo spettro del vivere sulla Terra, dagli uomini fino alla natura, passando appunto attraverso gli animali.

Il testo di apertura della raccolta (dall’evocativo e programmatico titolo Ma anche una stella per me è Natura), analizza come questo il rapporto con la Natura subisca variazioni nel corso della vita dell’uomo, trovando nel tempo dell’infanzia e prima giovinezza il legame più rispettoso ed autentico, in quella porzione di umanità racchiudibile nel mondo dei più umili e degli offesi, portatori di un’autenticità nei rapporti che Ortese ha sempre difeso (“Il fanciullo o l’adolescente capisce ciò che l’adulto non capisce più” scrive Ortese in Corpo Celeste). La Natura corrisponde, scrive Ortese, “a una forza e un respiro grandioso, a un evento senza origine, a un ritmo senza riposo, come quello del mare, a una corrente fantastica, incomprensibile, di cui a ciascuno di noi non è dato scorgere che un punto, quello dove si affaccia, per subito sparire, il suo ‘io'”, ma lo scrittore adulto configura questo rapporto attorno allo scetticismo, senza alcuna speranza, anzi con il dolore, per una ferita che è uno strappo rispetto all'”altrove raggiante” ormai sfuggito. Però, senza questa memoria, non si può essere scrittori, aggiunge Ortese, perché scrivere è “cercare ciò che manca, dappertutto”. E la scrittura di Ortese sta proprio in questo tentativo di cercare ciò che manca, di ritrovare la posizione dell’uomo nel mondo, di arrivare a conoscere la sua vera posizione.
Ma l’attenzione più grande, in questi scritti, Ortese la dedica agli animali, simbolo di quella perdita di posizione nel mondo che porta l’uomo ad un estremo, ed immotivato senso di superiorità (“Che sarebbe dell’uomo, se già alla nascita, egli sapesse qualcosa – solo qualcosa – della sua vera condizione? (…) Che ne sarebbe della sua iniziale allegria, esuberanza, decisione? Delle speranze degli umili, come delle glorie e l’arbitrio de potenti?”), simbolo della perdita di un’armonia universale di cui ogni vegetale o minerale è parte.
Attraverso questa raccolta sembra di veder nascere una sorta di compagno ideale di Corpo celeste; ma se in Corpo celeste la riflessione era in primo luogo sull’uomo e sulle conseguenze del suo comportamento verso la natura, in questi saggi l’attenzione primaria va alla natura, agli animali, ed è attraverso il loro stare nel mondo che si può valutare quello dell’uomo. La prima parte della raccolta, come detto, accoglie temi più generali, come la posizione dell’uomo nel sistema della Natura, l’immortale ferocia dell’uomo nei confronti del creato, che ha “già completato il suo trucco ed è entrata a far parte con molti vezzi della vita civile” e altri temi di carattere generale, mentre la seconda è invece più centrata e basata quasi esclusivamente sulla questione degli animali, consegnandoci anche un ritratto inedito di Anna Maria Ortese lettrice assidua di giornali e riviste, sempre in dialogo con fatti di cronaca e cittadini (forse anche lei fedele, come Elvio Fachinelli, alla cronaca perché sfera pubblica in cui ha spazio “chi lacrima e chi sanguina”). Il primo bersaglio critico di Ortese è l’Italia, che “da secoli non dà segni di vita interiore”, un paese dominato dalla ferocia della natura umana e dalla mollezza, ma le critiche sono rivolte anche alla scuola, dove Ortese invoca un’ora di morale e dove, soprattutto, predica un ritorno ad un insegnamento di base, “una scuola che formi le generazioni alla conoscenza della Terra, e ai doveri dell’uomo verso tutta la terra. Non ho altra politica. Né altra cultura, forse, se non – aggiunge Ortese – che leggere nel libro della vita terrestre è la prima strada e scuola per un uomo nuovo”. E se nelle pagine del libro si incontrano violenti scontri con il carattere politico del pontificato di Wojtila, denunciato per l’eccessivo antropocentrismo di una religione che dimentica “la terra e tutti i suoi figli”, la vicinanza di queste pagine con quelle dell’enciclica di Papa Francesco Laudato sii, appare, come nota Angela Borghesi nella sua Appendice, evidente. E questo è particolarmente interessante almeno per due motivi: innanzitutto perché si vede ancora una volta come il pensiero minoritario di Ortese sia in anticipo sui tempi, predicando un animalismo e un vegetarianismo prima che esso diventasse pratica estesa e diffusa, e in seconda battuta per il carattere quasi religioso che assume questo rispetto; se infatti Francesco nella sua enciclica predica il rispetto verso una trinità composta da Dio, l’Altro e la Terra, Ortese non devia molto da questo triangolo, e al posto del Dio di cui parla Francesco, si potrebbe mettere la Ragione (intesa in chiave weiliana), come principio ordinatore e guida nelle azioni.
La Ragione di Ortese non riesce a spiegare il dolore del mondo e allora prova a scavare in tutti i luoghi della vita, dall’uomo, alle piante, dai minerali, alle stelle, ma sono soprattutto gli animali ad urlare il loro dolore e a chiamare Ortese, sono gli uccelli che lei sente al mattino, con le loro voci, “una nota accorata, un’alta e trepida malinconia”, sorta di tramite tra l’uomo e l’Eterno: “Mi ricordo improvvisamente degli uccelli che un tempo popolavano la mia casa e, non vedendoli più, mi domando con stupore: ‘Dove sono, dove sono volati?’. Non posso credere che siano morti”.

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