La scuola secondo Meirieu

di Maria Clara Pascolini

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È un libro che mi ha consigliato un collega più giovane, durante un viaggio in macchina: chiacchieravamo di scuola, come al solito. Tra uno scoramento istituzionale per la fatica di confrontarsi con la macchina burocratica e un provvido entusiasmo per un episodio di buona pratica didattica, il mio collega mi ha parlato di Fare la Scuola, fare scuola. Democrazia e pedagogia di Philippe Meirieu (Franco Angeli, 2015). Un libro di pedagogia che ricomincia a parlare della scuola come istituzione (instituere significa “metter su, porre come norma, regolare) non come impresa. Un libro che abbandona l’aziendalmediatese (offerta, skateholders, animatore digitale, piano di miglioramento, rapporto di autovalutazione, gruppi di livello…) e rispolvera un lessico inattuale (scuola della Repubblica, mondo solidale, emancipazione e promozione dell’umanità, speranza). Un libro con una linea di condotta chiara e lucida: tornare a cimentarsi con le teorie pedagogiche; tenersi lontani dai dogmatismi; essere contemporaneamente operativi e aperti agli imprevisti; coniugare strumenti teorici e consapevolezze didattiche.
Fare la Scuola contesta fin dall’inizio l’idea di una neutralità pedagogica super partes. La pedagogia si conquista spazio nel dibattito politico di ogni comunità, prende parte, possiede una visione del mondo, trasmette un’etica, è militante. Aiuta la scuola a riflettere sulla sua funzione: formare persone libere e critiche, non “cittadini” preda dell’imbonitore di turno. Questo è il suo compito: “lavorare instancabilmente per far emergere il pensiero” e fornire un modello alternativo all’impero meidatico in cui dominano manicheismi e caricature. Avvicinare all’universo della complessità attraverso l’attenzione alle sfumature, la scoperta di connessioni, la ricerca di senso.
Agli insegnanti non fa sconti: la preparazione teorica, disciplinare e pedagogica, è la base del lavoro. Gli autori consigliati aprono approfondimenti di campo e sottintendono l’assunzione di un habitus da lettore vorace e onnivoro. Comenio, Hannah Arendt, Paul Ricoeur, Calamandrei, Durkheim, Bachelard, Winnicott, Alfredo Giunti, Piaget, Toqueville, Itard, Erikson, Montessori, Merleau Ponty, Foucault sono solo alcune delle letture suggerite da Philippe Meirieu. Un’elencazione incompleta che serve a dare l’idea del ventaglio di ambiti presupposti come necessari alla preparazione (continua e mai raggiunta) di ogni docente.
Nella scuola dell’autonomia l’insegnante può contare solo su se stesso e sulla capacità di far fronte a situazioni in gran parte del tutto nuove. Ma Meirieu ci mette in guardia: libertà pedagogica e responsabilità personale senza un progetto federale possono provocare una deriva carismatica. Potremmo essere tentati di giocare la nostra autorità sul piano delle relazioni personali, non potendola esercitare in nome di qualcosa, potremmo sconfinare nel territorio dell’altro tentando di sedurlo o di catturarlo.
“Trionfano i rapporti di forza, positivi o negativi, faccia a faccia che diventano un braccio di ferro, se non un corpo a corpo. Questa è la vera natura della crisi dell’autorità degli insegnanti nelle società democratiche. Essa non è né la conseguenza del Sessantotto né il risultato di un complotto dei pedagogisti e degli educatori. Questa crisi dipende piuttosto dalla difficoltà costitutiva di ogni democrazia moderna, in cui il diritto di ogni individuo alla sua autonomia produce una frattura nelle istituzioni che dovrebbero lavorare per il bene comune”.
La citazione aiuta a comprendere lo scenario in cui il sistema dell’educazione si colloca e a ricordare, soprattutto a chi ci lavora, l’intreccio analitico di cui va ricercato il bandolo. Siamo sul terreno della politica, dell’antropologia, della sociologia, della filosofia, della psicologia oltre che su quello specifico della pedagogia e nessun insegnante può sottrarsi a questa complessità, non possiamo fare a meno della fatica del capire, non possiamo non cedere all’appassionata ricerca di un senso.
E Fare la Scuola ci aiuta anche in questo: cerca di sciogliere alcuni nodi legati alla difficoltà di decodificare il mondo in cui viviamo, interconnesso, ma reso frammentario dalla settorialità dei tanti linguaggi specialistici.
Nella prima parte elenca, commenta, apre piste di ricerca riguardo ai principi su cui poggia la Scuola come istituzione. Ne individua 14 e per ognuno suggerisce una bibliografia creativa oltre ad invitare, con domande mirate, a un cammino di riflessione.
La seconda parte è la più appassionante perché affronta le contraddizioni che caratterizzano l’attività educativa, le sue tensioni strutturali: educabilità e libertà, trasmissione di un sapere e libera scoperta, desiderio e vaglio critico, convivenza tra pianificazione e decisioni improvvise, conciliazione tra i bisogni di ciascuno e l’arricchimento di tutti, il già ricordato rapporto tra relazione e seduzione. Dopo la trattazione di ognuna delle 11 tensioni c’è un piccolo itinerario di lavoro che ci permette di passare dal piano teorico a un piano più pragmatico; un lavoro che può essere utile anche per portare più consapevolezza nelle dinamiche dei rapporti di potere, come è anche quello tra insegnante e alunno. Mi piacerebbe poter lavorare con i colleghi e le colleghe  partendo proprio da qui. Una lettura collettiva e una costruzione di laboratori che mettano in atto i problemi di base dell’educatore: come integrare senza manipolare, come trasmettere ed emancipare allo stesso tempo, come imporre ciò che è necessario insegnare sollecitando la libertà di imparare senza la quale non è possibile un vero apprendimento, come confrontarsi con la resistenza di chi non vuole accettare le indicazioni o con la preoccupazione (che l’autore definisce “lancinante”) che chi vi si adegua lo faccia in modo superficiale ed epidermico. È una riflessione che ci aiuta a ricollocare il lavoro di insegnare nell’area di una tensione etica che la scuola “mercantile”, digitalizzata e dematerializzata (come ci ritraggono circolari e dirigenti scolastici) troppo spesso ci fa dimenticare.
Nell’ultima parte vengono date le coordinate e le linee di lavoro per una pratica didattica basata su compiti chiari, su materiali concreti, con sequenze e fasi ben esplicitate. La materializzazione delle astrazioni che tutta la scuola attiva da Comenio alla Montessori, da Itard a Bruner, da Pestalozzi a Freire ha sempre raccomandato. All’inizio c’è sempre la sfida, la speranza di cambiamento, il presentimento di un possibile conflitto cognitivo che non può essere agito dall’insegnante. Si può solo predisporre l’ambiente e il materiale per permettere all’altro di lavorare riconoscendogli la responsabilità dell’apprendimento.
È un libro che cerca di reagire al clima efficentista di tanta normativa ministeriale, è un libro che non vede la scuola come ancella del mondo del lavoro né la considera asservita a logiche concorrenziali del mercato, che cerca di ricollocarla vicino alla politica (perduta?) del “fare città”. Un libro onesto che non cede agli estetismi delle risoluzioni definitive.

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