Canali umanitari

di Agnese Lorenzini e Corrado Borghi

illustrazione di Gipi

illustrazione di Gipi

Partito all’inizio del 2016 su iniziativa della Federazione delle chiese evangeliche (Fcei) e della Comunità di Sant’Egidio, il progetto pilota dei corridoi umanitari prevede mille visti, di cui 400 dal Libano e gli altri dal Marocco. Le persone sinora arrivate sono un centinaio, segnalate per lo più dall’Operazione Colomba dell’associazione Giovanni XXIII, che le ha incontrate e conosciute direttamente nei campi profughi del Libano e che ne gestisce anche l’accoglienza sul territorio italiano.
Un progetto fragile, circoscritto, con alcune zone d’ombra (come si selezionano le persone a cui si cerca di risparmiare la roulette russa del Mediterraneo?). Ma in un momento in cui le istituzioni di mezza Europa sono incapaci di reagire al flusso di esuli e sfollati che premono alle porte d’Europa o, quando reagiscono, creano le condizioni per uno sradicamento che contagia sia chi scappa che chi accoglie, la risposta solidaristica di una parte della cosiddetta società civile rimane l’unico fattore da cui partire. Ormai è chiaro: dopo i respingimenti, i fili spintati, la sospensione di Schengen, gli accordi con la Turchia, è solo grazie alle testimonianze di chi incontra personalmente il “pezzo di mondo che scappa” e alle impressioni che ne riporta che possiamo sperare di esercitare qualche pressione efficace, di restituire intelligenza all’azione politica, di influenzare le decisioni delle istituzioni e dei governi europei prima che tutto tracolli. (Gli asini)

 


All’aeroporto scendono stravolti dalla stanchezza e dalle emozioni e vengono assaliti dai giornalisti in cerca di “storie”. Due giornalisti si litigano la prima intervista al bambino senza una gamba, altri cercano qualcuno che si improvvisi traduttore. I siriani abbracciano i volontari di Operazione Colomba arrivati a prenderli, le poche facce note tra la folla che si è accalcata per l’evento.
È il primo viaggio in aereo per quasi tutti loro. Hanno poche valigie, circa una per famiglia, più qualche zainetto con le cose dei bimbi. In quella valigia c’è tutta la loro vita, tutto quello che possiedono. Ci sono vestiti, qualche foto, qualche documento. La famiglia di R. ha con sé anche un piatto di ottone: l’unica cosa che si sono portati dietro dalla loro casa in Siria. Hanno portato anche dei pacchi di erba mate, perché sanno che in Italia non si trova, e delle stecche di sigarette, perché abbiamo detto loro che qui costano il quadruplo rispetto al Libano. Non possiedono nient’altro, né qui con loro né da qualche altra parte nel mondo.
Sui giornali sono “i profughi” del primo canale umanitario italiano. Per noi sono amici, sono i nostri vicini di tenda.
Questa storia per loro inizia quattro anni fa, quasi cinque ormai, quando sono scesi in piazza per chiedere delle riforme al regime di Assad. Per noi invece inizia due anni fa quando li abbiamo incontrati in un campo profughi al confine con la Siria, in Libano. Da allora abbiamo vissuto insieme nel loro campo. Loro sono arrivati in Libano dopo essersi riparati dalle bombe nelle fogne di Homs e dopo essere scappati nelle periferie di Damasco.
Noi siamo arrivati con Operazione Colomba, Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXII, dopo aver lasciato i nostri lavori, per dedicare tre anni della nostra vita a questo Progetto a tempo pieno.
Là la situazione dei profughi siriani è drammatica anche perché il Libano non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati: lo stato non li riconosce come tali, ed essi non possono avere le tutele che lo status di rifugiati garantirebbe loro. Ognuno di loro si è dovuto organizzare e mantenere autonomamente con i propri risparmi e gran parte è andata a vivere in tende autocostruite formando i cosiddetti Its (Informal tented settlements). Campi profughi ufficiali non esistono, ma il paese è disseminato di questi insediamenti composti da poche decine di tende in legno, nylon e cartone.
La presenza fissa di Operazione Colomba in Libano è iniziata nell’aprile 2014, dopo alcuni viaggi esplorativi in tutto il paese. Ci siamo fermati in Akkar, una delle regioni più povere del paese e con il maggior numero di profughi, a soli cinque chilometri dal confine con la Siria. Qui, in particolare, in seguito a un’escalation di violenza tra gruppi jihadisti e militari libanesi, si sono verificate ripetute ritorsioni sia di civili che di militari nei confronti dei profughi siriani. Un campo di siriani è stato minacciato di incendio e le persone che vi vivevano, impaurite, hanno chiesto la presenza protettiva dei volontari. Abbiamo perciò costruito una tenda come le loro e abbiamo iniziato a vivere stabilmente nel campo.
La nostra quotidianità è fatta di condivisione e visite alle famiglie siriane, soprattutto a quelle più fragili e in difficoltà. Cerchiamo di ascoltare le persone e sostenerle affinché siano esse stesse le prime ad attivarsi nella ricerca di soluzioni ai loro problemi. Le nostre attività si sono strutturate pian piano a partire dai bisogni dei profughi. Ci siamo occupati di mediazione tra i profughi siriani e la comunità libanese, abbiamo fatto lezioni ai bambini, ma soprattutto siamo diventati il collegamento e i facilitatori fra i bisogni dei profughi e le realtà in grado di soddisfarli – Unhcr, ong, municipalità locale: unico gruppo internazionale a vivere stabilmente all’interno del campo profughi abbiamo una conoscenza in presa diretta delle necessità delle persone.
La loro quotidianità è fatta di ricerca di un lavoro per qualche giorno, anche se sottopagato o non pagato affatto; di attesa che passi qualche ong a distribuire gli aiuti umanitari rimasti; di giri infiniti per capire se qualcuno copre le spese mediche; di litri e litri di tè nero da bere insieme a qualcuno per passare un po’ il tempo; di ore e ore trascorse davanti alla televisione; di visite ai vicini di tenda o ai parenti.
Qualcuno prova a reagire, a fare qualcosa invece di limitarsi ad aspettare gli aiuti. Qualcuno prova a fare comunità, nonostante tutto, mettendo insieme le poche risorse. Nel nostro campo un gruppo di famiglie si è messa insieme per costruire una piccola scuola. Una semplice baracca con tavoli e sedie e due ragazze che volontariamente insegnano matematica e arabo. Perché altrimenti la giornata diventa solo attendere gli aiuti umanitari. Spesso capita anche che l’arrivo degli aiuti diventi per i profughi un momento profondamente umiliante.
R. un giorno entra nella nostra tenda e ci dice: “Quelli delle ong sono pazzi. Hanno portato delle coperte sottili come lenzuoli e ora vogliono che li ringraziamo, a noi servono pesanti, per il freddo!” Un’altra volta è arrivato uno scatolone di vestiti totalmente inutilizzabili. Erano tutti abiti estivi mentre ci trovavamo in pieno inverno e la taniche di acqua dentro la tenda ghiacciavano ogni notte. Non sarebbero serviti nemmeno ad agosto perché erano corti e smanicati e nessuno di loro, né le donne né gli uomini, usa minigonne o pantaloni corti. Il fondo è stato toccato con l’arrivo di scatoloni di cravatte colorate che sono state usate in parte per fare foto ridicole per ridere un po’ e in parte come corde per legare i teloni di plastica che ad ogni bufera rischiavano di volare via lasciando le tende scoperchiate.
All’inizio chi è arrivato in Libano pensava che si sarebbe fermato qualche mese e sarebbe rientrato. Poi ha iniziato a capire che la guerra non sarebbe finita in fretta perché il regime non stava crollando come molti si aspettavano. Infine ha cominciato a serpeggiare l’idea, sempre più concreta, che non ci fosse più nessun posto in cui tornare. Sono iniziati ad arrivare i video dei villaggi e delle città rase al suole e le voci di quello che stava accadendo nelle zone da cui provengono la maggior parte dei profughi che noi conosciamo.
Un giorno andiamo in visita da M. e lo troviamo assorto con sua moglie a guardare il telefonino con le lacrime agli occhi. Ci accolgono come sempre con grande gentilezza offrendoci il tè, poi ci mostrano il video. È girato da un ragazzo su un motorino. Sta percorrendo una strada in un paesaggio di campagna. A fianco della strada principale ci sono cumuli di macerie. Va avanti per qualche minuto. Sempre cumuli di macerie a desta e a sinistra. Dietro le macerie il verde del prato. A un certo punto M. ci dice: “Ecco, li vedi questi mattoni messi così? Quella era casa mia”. Quello era il suo paese e non è rimasto più niente, non c’è nulla che sia più alto di mezzo metro. Il video va avanti ancora un po’, poi si ferma. Cala il silenzio. “Dove posso tornare?” 
Il dramma di M. è lo stesso di tanti suoi connazionali. Della vita passata non è rimasto più nulla. Il presente è in un garage dove piove dentro, in un paese in cui non è possibile vivere legalmente, perché il costo dei visti è inaccessibile. Il futuro sembra impossibile: indietro non si torna, fermi non si può stare, fuori non si può andare.
Un nostro amico che lavora all’Ansa a Beirut ci dice che secondo lui nessuno dei profughi che sono al campo di Tel Abbas, il campo dove viviamo, essendo sunniti, potrà verosimilmente tornare a casa. Sembra che il governo di Assad abbia costruito case da assegnare ad altri, sciiti e alawiti, sulle macerie di quelle distrutte. Il suo consiglio è di provare a salvarne il più possibile, facendoli uscire dal Libano.
È allora che decidiamo di attivarci per realizzare un’alternativa a questa situazione di stallo, con la speranza non solo di “salvarne il più possibile”, ma di creare un modello funzionante e ripetibile. Il responsabile di Operazione Colomba contatta il Sottosegretario agli Esteri, per raccontare della situazione senza via d’uscita dei profughi con cui stiamo vivendo. Riceve l’invito ad andare avanti e il consiglio di sentire la Comunità di S. Egidio, che sta lavorando al progetto di un canale umanitario dal Marocco e in prospettiva in Libano, per i cristiani che scappano dalla Siria.
Nel maggio del 2015 viene in visita il segretario della S. Egidio per pianificare un modo di aiutare le persone che vivono nel campo e verificare la possibilità di farle andare in Germania. Un mese dopo, all’improvviso, iniziano gli sgomberi di alcuni campi profughi da parte dell’esercito. Non si capisce bene con che logica, nemmeno negli uffici dell’Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati) i referenti dell’area sanno dare spiegazioni. Sembra che vogliano sgomberare i campi in prossimità di grandi strade che collegano il Libano alla Siria. Ma lo sgombero procede anche nei confronti di campi che non hanno questa caratteristica. L’impressione è che si stia usando il pugno di ferro per mandare un messaggio: non mettete radici qui, perché non c’è spazio per voi. E il messaggio arriva forte e chiaro.
Chi sta provando a rialzarsi in piedi e ad agire in qualche modo per non lasciare la propria vita e la propria dignità in balia delle ong e degli aiuti non regge il colpo. Abu R. ci dice: “Ho perso tutto, va bene… adesso vivo qui, fa schifo ma posso accettarlo. Ma non posso accettare di vivere in un posto dove ogni giorno potrei perdere di nuovo tutto. Non ce la farei a ripartire da zero un’altra volta.”
La sensazione è quella di non avere vie d’uscita, di essere in trappola. È chiaro, anche in seguito alle nuove leggi del gennaio 2015 che rendono impossibile registrarsi come profughi anche presso l’Unhcr locale, che non c’è nessun futuro per i siriani in Libano.
È anche in situazioni come queste che in molte persone prende vita seriamente l’idea di partire con i barconi. Le partenze dal porto di Tripoli aumentano vertiginosamente in breve tempo.
Il dialogo con la gente del campo è sempre lo stesso: da un lato noi che elenchiamo tutti i rischi e i pericoli di un viaggio via mare; dall’altro loro che ci dicono come qualsiasi cosa sia meglio del vivere senza speranza. Non è la fatica quotidiana a spingere a partire, ma è la certezza di non avere un futuro, né per sé, né soprattutto per i propri figli. “Bambini che non vanno a scuola non saranno mai adulti capaci di ricostruire un paese. questo significa che se continuiamo così la Siria e i siriani sono morti”.
Qui la scelta di emigrare è davvero frutto della disperazione perché non c’è il mito dell’Europa e dello stile di vita occidentale. Ripartire da zero in un paese straniero mette più paura che entusiasmo. Se un mito c’è è quello della Siria che, nonostante tutto, è descritta come un posto meraviglioso in cui si vorrebbe tornare. L’unica condizione che viene chiesta è la sicurezza che attualmente non viene garantita né nei territori controllati da Assad né in quelli controllati da Isis. Quindi insieme a S. Egidio e alle Chiese Evangeliche, ipotizziamo di iniziare il canale umanitario proprio con i siriani con cui viviamo in Libano. 
A noi spetta il lavoro sul campo con i profughi e la gestione dell’accoglienza in Italia per questo primo gruppo di persone. Il finanziamento per il viaggio vero e proprio è coperto dall’8 per mille della Chiesa Valdese, mentre S. Egidio con le Chiese Evangeliche segue tutto il lavoro politico per ottenere dal Governo italiano i visti umanitari e il via libera dalle forze di sicurezza libanesi. Lo stato italiano è completamente sgravato dal punto di vista economico sia per quanto riguarda il viaggio che per l’accoglienza. 
La conferma che i visti ci sono arriva verso fine 2015. Fino a che non abbiamo la certezza che si possa davvero realizzare questo progetto non parliamo apertamente con i profughi della possibilità di viaggiare verso l’Italia. In questo contesto dove l’equilibrio emotivo delle persone è molto precario abbiamo il terrore di creare false speranze, ma da quando iniziamo a proporlo per alcuni di loro è stato come se ricominciasse la vita, perché dopo tanto tempo possono di nuovo pensare al futuro.
Una ad una visitiamo le famiglie con più problemi (soprattutto di salute), le famiglie che sappiamo in trattativa per prendere i barconi e infine le famiglie più motivate che ci hanno chiesto, ripetutamente in questo anno, di aiutarle a partire. Non tutti vogliono partire. In realtà proprio quelli che secondo noi ne hanno più bisogno ci dicono di no. Chi riesce a partire sono le persone con più strumenti e con una grande voglia di vivere e di rimettersi in gioco.
Ci dice di no M., mamma sola di due bimbi talassemici che, a detta dei medici, in Libano avranno vita breve a causa dello scarso accesso alla cure. Eppure lei non ce la fa a pensare di ripartire in un paese nuovo dove non conosce nessuno, dove non sa la lingua e soprattutto lontano dal marito che aspetta sperando sia ancora vivo, nonostante non ne sappia nulla da tre anni.
Ci dice di no anche Sheik A. perché il suo posto è in Libano per continuare ad aiutare la sua gente. Ha desiderato molto scappare perché è stato perseguitato prima in Siria e poi in Libano a causa del suo attivismo. Lo hanno incarcerato più volte con futili pretesti e l’ultima volta ha veramente temuto di non essere più rilasciato. Per lui era intervenuta direttamente anche la responsabile Unhcr della zona, ma invano. Sheik A. è conosciuto nell’area perché ha messo in piedi una scuola per i bimbi siriani esclusi dalle scuole locali e delle cliniche gratuite per i profughi perché le spese mediche nel sistema liberale libanese sono molto alte (anche l’accesso al pronto soccorso dei bambini avviene previa dimostrazione di poter pagare le cure). L’Unhcr ha avviato per Sheik A. il percorso per il resettlement (ricollocamento in un Paese straniero disposto ad accoglierlo). I posti per il resettlement sono offerti dagli stati accoglienti all’Onu, e sono pochissimi. Dopo le tre interviste d’obbligo la sua pratica è andata in stand-by. Ci hanno detto che il suo profilo è troppo “scomodo”, troppo politico, per i paesi che hanno dato le quote. Preferiscono invece accogliere situazioni più semplici: malati o giovani coppie abili al lavoro con figli piccoli facilmente integrabili.
Sheik A. ci dice che per ora vuole restare per continuare a fare la sua parte e ci chiede se al suo posto possiamo far partire un’altra persona. Ci presenta Y. che in Siria era diventato un bersaglio per il suo lavoro di dialogo tra le fedi e di ponte tra confessioni diverse. Ospitava in casa sua a Mitras incontri di molti membri di fede diversa che più volte sono stati interrotti o aspramente criticati da parte delle forze di polizia, fino al giorno in cui è stato arrestato e torturato per due settimane. In Libano vive con due sorelle sorde e un figlio di pochi mesi che per motivi di omonimia è già ricercato dalla polizia.
Oltre a Y. altre persone sono disposte a partire e a ripartire da zero, da soli in un paese straniero. Tra di loro quasi tutti coloro che abitano nel campo con noi. Di fatto li fermiamo mentre cercano di prendere il barcone. Sono pronti a vendersi tutto per pagarsi il viaggio, anche se “tutto” (i quattro pali della tenda, il telone di plastica, qualche materasso, le coperte e il fornello a gas) non basterebbe comunque. Avrebbero fatto i passeur, gli “scafisti”, per pagarsi il viaggio.
Abu R. viene a ringraziarci con le lacrime agli occhi poco tempo dopo la nostra proposta per avergli impedito di partire in quel modo. Da poco la sorella di sua moglie col marito e i sei figli hanno preso un aereo per raggiungere la Turchia, con l’idea di arrivare in Grecia con un barcone. Non è da tutti riuscire a racimolare i soldi e i documenti per potersi permettere un viaggio in aereo. Sembrano quelli che ce l’hanno fatta. Ma poi è arriva la notizia che il barcone è naufragato. Il marito è morto e la moglie si trova ora sola con i figli in un campo in Turchia.
Abu R. ci ringrazia per avergli risparmiato il rischio di finire come il cognato. Lui viaggerà in aereo con la moglie incinta di 7 mesi e i tre figli. Con lui partiranno i suoi fratelli con i loro bimbi, tutti piccoli. Partirà anche la famiglia di M . e Y. con la moglie, i figli, le sorelle e il nipote fuggito dalla Siria di nascosto e vittima di minacce di arresto giorno e notte da parte del regime. In Libano lavora senza contratto dieci ore al giorno in una fabbrica di pane, sfruttato e a rischio delazione da parte dei suoi direttori. Ora vorrebbe ricominciare a studiare.
Adesso che questo viaggio è stato realizzato molti si fanno vivi per chiedere se possono partire. Sapere che, forse, una possibilità diversa esiste, permette di prendere tempo, di fermarsi e di non buttarsi per disperazione sul barcone. Perché chi sa di poter avere accesso al resettlement non ci pensa nemmeno un attimo a salire su una barca.
Ora la sfida è vedere se è possibile e funzionante un altro modello di accoglienza che sia preparato per tempo, non sull’emergenza, ma ad hoc su persone conosciute personalmente. I siriani segnalati da Operazione Colomba sono stati accolti in tre realtà (a Torino, a Reggio Emilia e a Trento) dove erano presenti dei volontari che si sono attivati in prima persona collaborando con la Caritas, le parrocchie, le associazioni e a Trento con la Provincia. Noi abbiamo seguito l’accoglienza a Reggio Emilia dove prima dell’arrivo degli sfollati abbiamo incontrato la Caritas per spiegare e raccontare chi sono queste persone, da dove arrivano, com’era la loro vita in Libano e prima ancora in Siria, cosa gli è mancato nell’ultimo periodo e cosa li ha fatti soffrire di più.
È una sfida. Per ora possiamo dire che sta funzionando e che è una ricchezza anche per le comunità accoglienti. Ci piacerebbe poter ripetere questo modello e soprattutto ci piacerebbe poter fermare altre famiglie che hanno già un piede su un barcone offendo loro un’alternativa. Perché non saranno i muri o i fili spinati a fermare questa gente, che non ha nessuna prospettiva, ma offrire un’alternativa reale alla loro disperazione.

Questo articolo uscirà sul prossimo numero de Gli asini. Abbonati ora per ricevere la versione cartacea. 

 

 

Trackback from your site.

Comments (1)

Leave a comment