Le confessioni e la pseudo critica

di Bruno Montesano 


 

Non sappiamo che film abbia visto Eugenio Scalfari. Perché nell’appendice all’omelia domenicale della settimana scorsa apparsa sulla “Repubblica” del 7 maggio, la trama dell’ultimo lavoro di Roberto Andò, Le Confessioniinvece che essere riportata, è inventata in modo tale da esser meglio ricondotta all’articolo della settimana precedenteQuasi che, nel narcisismo di Scalfari, il film sia finalizzato a permettergli  la pubblicazione della sua riflessione genealogica sulla corruzione, tema cardine, a suo dire, del film. Eppure il film parla d’altro. 
A noi, infattisembra che la questione che il regista avrebbe voluto trattareseppur superficialmente, sia la critica del sistema, dell’attuale ordine economico. Con levità, si potrebbe dire. Mancano infatti sia il tono dell’invettiva sia della preoccupata analisi della contemporaneità. E c’è invece una certa attenzione per la composizione delle immagini e per la musica, quasi sempre a scapito del contenuto. Quel che vediamo è una serena presa di distanza da un sistema che si intuisce imponga con cinismo violente misure contro la vita. Ma il sistema è indistinto, i rapporti che lo segnano e le motivazioni che lo muovono sembrano imperscrutabili. Il sistema in ogni caso ha il volto della disumanità della tecnica e la rapidità della finanza e la figura del monaco protagonista serve a registrare questa distanza
Il monaco Servillo viene invitato a un summit del G8 in Germania a cui presenziano i soli ministri dell’economia delle otto potenze mondiali. Invitati, per dare un’idea di apertura all’opinione pubblica e alle richieste delle ong, sono anche un cantante dalla parte dei più deboli e una rappresentante dei paesi indebitati. Peccato che la prima notte il direttore del Fondo monetario internazionale muoia. Dopo essersi confessato al monaco chiamato appunto a svolgere questa funzione. Di qui le indagini sul decesso e la verità che lentamente emerge
Nel filmen passantsi succedono frasi sul tema della perdita di potere degli stati nazione, sull’ingiustizia dell’economia, sul formalismo matematico che cela devastanti scelte sociali e sull’asservimento della politica al potere della finanza. Altra questione affrontata è quella della debolezza degli uomini al potere che possono cedere, pur senza pentirsi troppo, come il suicida alter ego di Strauss Kahn, e che in qualche modo compiono delle rinunce (al mondo terreno nel nostra caso, ma si  potrebbe pensare ai propri incarichi, come avvenuto con l’epocale gesto di Ratzinger). Tutto questo è detto.
Il problema
 però, al netto di alcuni luoghi comuni, è la forma. Il film, all’inizio, ricorda l’ultimo terribile film di Sorrentino. Sia per l’ambientazione che per alcune sontuose scene (per non parlare delle scene e dei dialoghi prevedibili, anche se su questo Youth è un modello insuperabile). Su tutte, tra le prime immagini, quella dei ministri in attesa della foto nel giardino dell’hotel cinque stelle. Anche i due personaggi macchiettistici del cantante impegnato che ricorda l’antipatico Bono e l’algida scrittrice impegnata che dovrebbe essere un’attivista à la Susan George bella come l’umanitaria Angelina Jolie rimandano alle stereotipate figure che si muovono in Youth. E non pare che la critica sia all’imporsi al posto dei subalterni di vip in cerca di buone azioni da compiere per coprire la prostituzione nella cultura, o, più prosaicamente, il mancato pagamento delle tasse come nel caso del cantante degli U2.
Ma l’altra cosa che non convince è la rappresentazione dei politici. Qui non si vuole dire che questi siano tutte profonde figure che si interrogano su difficili scelte, sempre 
più impegnate, incupite e oppresse dal peso che portano sulle spalle. Ma francamente appare ridicolo pensare che i ministri dell’economia delle otto potenze industriali del globo possano fare da investigatori tra dei canti di gruppo delle canzoni di Lou Reed intorno al falò, delle nuotate con minaccia e delle relazioni sessuali tra colleghi come in campeggio al liceo.
I ministri dell’economia del G8 che rifiutano il crudele piano approvato qualche giorno prima lo fanno per magia 
(o meglio, per tentare di vivacizzare il film con colpi di scena) più che per delle maturazioni politiche.
In definitiva, il tono evocativo copre le debolezze di un giallo macchinoso in cui i nessi sono forzati.
Che il film faccia parte della categoria “film d’autore con Toni Servillo” per il gruppo di clienti dei consumi culturali che 
votano Pd, leggono Francesco Piccolo e ogni tanto vogliono dire due parole, lievi, contro lo stato di cose, così per fingere di non essere totalmente d’accordo con tutto?   

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