I giovani scout si raccontano

di Goffredo Fofi

illustrazione di Daniel Clowes

illustrazione di Daniel Clowes

Uno dei libri più emozionanti di queste settimane è uno strano libro collettivo che dovrebbero leggere soprattutto gli adulti che presumono di sapere come va il mondo e di avere qualcosa da dire, di conseguenza, a chi viene dopo di loro, ai loro figli reali o ipotetici. Loro, che questo mondo hanno contribuito a fare quale esso è o hanno accettato che fosse quale è diventato. Il libro è Quello che dovete sapere di me, sottotitolo La parola ai ragazzi (Feltrinelli) ed è un ottimo antidoto alle sciocchezze scritte da tanti adulti che pretendono di spiegare ai loro figli cosa dovrebbero essere o diventare.
Stefano Laffi, il sociologo milanese che ha scritto due anni fa per lo stesso editore La congiura contro i giovani, ha avuto l’incarico dall’Agesci di leggere e selezionare le risposte all’invito fatto ai giovani scout di dire cosa vorrebbero che gli adulti sapessero di loro, e ne ha ricavato un libro agile e impressionante, dove si afferma una volontà di dialogo che gli adulti troppo spesso non sanno recepire, smaniosi di imporre la loro visione del mondo e di dar consigli senza ascoltare e senza dialogare. Da che pulpito, poi, se si pensa a cos’è la società che hanno contribuito a fare qual è. […] Un “diario collettivo” chiama Laffi questa antologia di lettere di un’autenticità aperta e sofferta, che non sembrano nascondere niente nel racconto di sé, garantiti dall’assenza “di nomi e di foto”. C’è dentro tutto il “banale”, ma non per questo privo di significato, del “nessuno mi conosce davvero” che appartiene a un’età che vive la sua coscienza nel bisogno e nella paura della solitudine individuale e che sembra appartenere a tutte le generazioni soprattutto da quando la società non chiede più riti di passaggio (tranne quello risibile della laurea); ma c’è per fortuna dell’altro, ed è su questo che va posto l’accento. C’è il disagio di un’epoca, c’è l’assenza o miserabilità degli adulti e del loro esempio proprio in quest’epoca che vede l’estremo confronto, non solo nel nostro paese, tra figure come i familiari di Giulio Regeni e i familiari (inerti, o complici e per molti tratti ignobili) dei due giovani romani che, per divertimento, hanno ucciso di recente un loro coetaneo povero. Ma sono estremi, appunto, la normalità è altra, è amorfa, è “grigia”. Per questo conta così tanto l’extra-famiglia, oggi, sia perché a educare maggiormente bambini adolescenti adulti è un sistema delle merci e delle comunicazioni di tipo totalitario, sia perché, al positivo e in una chiave molto minoritaria, sono ben poche le organizzazioni come l’Agesci e altri formatori alternativi, almeno parzialmente non conniventi con il sistema di potere dominante e la sua ideologia. Nell’assenza di movimenti giovanili consistenti e forti, nella presenza di un modello e un’organizzazione unici nel loro genere come lo scoutismo, i giovani dell’Agesci hanno la chance di poter sperimentare l’extra-famiglia e l’inter-generazionale, ma senza rinunciare alla loro individualità, e con l’occasione di esprimerla attraverso le risposte all’invito che l’organizzazione ha rivolto loro. Dice Laffi: “nessuno ti è più di aiuto fra gli adulti che incontri: la scuola concepisce la cultura come passato e non dialoga con i progetti e le aspirazioni degli studenti, i genitori danno supporto materiale e morale ma non sanno cosa suggerire perché consapevoli che la loro esperienza non è la misura del futuro che attende i figli, le istituzioni vacillano e risultano sempre più inaffidabili, la retorica della crisi in cui questa generazione è cresciuta è la cornice cognitiva peggiore per prendere decisioni perché sembra suggerire l’insostenibilità di sogni e progetti quando la società ha invece bisogno di tutto il tasso di innovazione possibile. Molti passaggi delle lettere espressi in forma di domanda o di lamento suggeriscono questo stato di paralisi, di paura e di disorientamento, e provano a consolarsi con la stabilità dei propri affetti familiari o amicali a fronte dell’incertezza di tutto il resto.”
Avere paura, altalenare, cercare se stessi, credere, amare, imparare, avere coraggio sono le “voci” sotto le quali Laffi ha raccolto e diviso queste lettere. L’ultima afferma, nell’ultima riga: “io voglio fare qualcosa”. E piange il cuore a pensare come questa volontà viene sistematicamente negata o svilita dal mondo adulto in cui il suo autore sta per entrare. Non soffia nessun vento di rivolta in queste lettere, ma c’è una sconsolata constatazione della povertà di visione che gli adulti sanno offrire, e c’è la volontà nonostante tutto di costruire un proprio percorso, di trovare una strada interrogando se stessi e ragionando su ciò che li attornia, e dialogando con i coetanei. Queste ragazze e ragazzi cercano incertamente una risposta alle domande e alle inquietudini fondamentali, cercano di capire come con questa realtà sarebbe giusto fare i conti, cosa chiedere (e dovrebbero anzi dire esigere) e proporre. Ma sono lettere che nonostante tutto comunicano fiducia, perché espressione di una soggettività che si apre in modo attivo al contesto in un’età decisiva, e lo fa in un momento storico che non promuove di certo il bello il giusto il vero… Adulti frastornati spingono i nuovi arrivati su strade insensate, a misura del loro (del nostro) fallimento – adulti, dice Laffi, che vogliono dimostrare “l’insostenibilità di sogni e progetti quando la società ha invece bisogno di tutto il tasso di innovazione possibile”.

Potete leggere la versione integrale di questo articolo sul n.191, maggio 2016, de “Lo straniero”.

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