La fabbrica dei dottorandi

di Francesco Migliaccio (Gruppo di Studio Vagante)

libro

illustrazione di Adelchi Galloni

Come ogni dottorando sono tenuto a pubblicare molti articoli per dare sostanza al mio curriculum. Spesso questi articoli sono inseriti in raccolte collettanee, magari gli atti di un convegno organizzato grazie alle risorse dei dipartimenti. Voglio fare un esempio concreto che mi riguarda. La raccolta di saggi in questione è: G. Cuozzo, Resti del senso. Ripensare il mondo a partire dai rifiuti, Aracne, Roma 2012. Il mio articolo s’intitola “Gomorra: il linguaggio, le merci, i rifiuti” e si dispiega dalla pagina 139 alla 152. Questa raccolta ha preso la forma del libro grazie al contributo economico pubblico elargito dall’università. Leggo sul frontespizio: “Questo volume è stato pubblicato con il contributo dell’Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’educazione”. Così i libri con i nostri articoli raggiungono il mercato librario in forma di merce: il sapere nato in un ente pubblico costituisce un oggetto dotato di valore di mercato. Tutti i soggetti coinvolti in questo processo ci guadagnano: noi ricercatori abbiamo le nostre pubblicazioni, la casa editrice non rischia alcun capitale, l’università ha modo di ampliare la sua visibilità. In verità non tutti traggono un vantaggio: i lettori, i cittadini che vorrebbero leggere il libro, devono pagare 17 euro.

Bisogna fare un discorso più sottile, capace di gettare lo sguardo oltre la contraddizione appena emersa. Di fatto quando stendiamo le nostre righe i “cittadini” non esistono più, non sono contemplati nel cielo della nostra coscienza; nessuno di noi immagina davvero un pubblico che trascenda i membri dell’accademia. Infatti il mio articolo è rivolto solo agli altri studiosi del mio campo disciplinare affinché essi ne ponderino il valore scientifico. Io faccio carriera qualora la comunità accademica cui appartengo valuti positivamente la mia produzione. Ma è altrettanto probabile che il mio sia un articolo scritto in fretta e furia per rimpolpare il mio curriculum e giustificare un avanzamento di grado. In entrambi i casi la mia finalità prima – più che la dedizione alla scoperta e alla sua condivisione – concerne l’ottenimento di uno status accademico migliore. Da queste considerazioni consegue che la produzione universitaria nel migliore dei casi è autoreferenziale, ovvero interna alla comunità scientifica e ai suoi paradigmi; nel peggiore dei casi è di scarsa qualità. Poiché non credo nelle opposizioni nette e vedo nella realtà un articolato mescolamento dei fattori, ritengo che la produzione umanistica è di norma autoreferenziale e scadente. Spero di aver chiarito le ragioni materiali di questo esito.
Ho deciso di citare una mia produzione perché voglio far intendere che io non critico da fuori un sistema. Io parlo dal dentro delle cose. La mia voce non è pura ma nasce dalle contraddizioni che sto vivendo. Quindi questa introduzione “soggettiva” nasconde un metodo di pensiero: cerco una critica che nasca nell’immanenza delle cose e che non si ponga fuori.
Dal mio esempio si vede come il pubblico e il privato siano strettamente interconnessi. Tuttavia io provengo da quel movimento che nel 2008 urlava in piazza “Università pubblica” e provo adesso a procedere separando i due termini del problema.
Di fatto la ricerca non si sostiene più sui finanziamenti statuali, ma sulle erogazioni di capitale concesse da fondazioni bancarie, enti privati internazionali e Comunità Europea. Ho appena partecipato a un corso di formazione organizzato dall’Università di Torino e dedicato a noi dottorandi. Esiste nel nostro dipartimento un Centro dei Servizi di Supporto alla Ricerca, ovvero un’istituzione deputata a guidare e migliorare la stesura dei progetti che i membri del dipartimento presentano ai privati. Si tratta di un ente nato per amministrare al meglio il fundraising. Se si vuole comprendere come il neoliberalismo si è introdotto nell’università bisognerebbe tracciare la genealogia di enti come questo. Alcuni membri di questo ente hanno impartito un corso per insegnarci a scrivere progetti di ricerca per i bandi. Ci hanno disciplinato alla competizione nel mondo odierno. Per esempio abbiamo imparato che è importante stringere conoscenze anche nelle pause caffè dei convegni, che dobbiamo vendere sul mercato le nostre idee, che la scrittura del progetto deve essere accattivante e deve seguire strategie di marketing e che dobbiamo immaginare sempre le ricadute economiche dei nostri progetti di ricerca.
Sono aspetti, questi, abbastanza conosciuti. Ho intuito tuttavia un aspetto più profondo e meno visibile. Nelle esercitazioni ci hanno fatto scrivere progetti di gruppo, perché spesso tali progetti sono presentati dal dipartimento e coinvolgono diversi ricercatori. Quindi abbiamo costituito gruppi di ricerca immaginari e abbiamo finto di partecipare a un bando europeo. Dovevamo stabilire gli obiettivi e le ricadute della ricerca, definire quanti ricercatori intendevamo coinvolgere e quanti contratti esterni volevamo attivare. Ogni contratto esterno di ricerca deve essere scritto seguendo un “Timesheet”, ovvero una tabella oraria che definisce l’impiego giornaliero delle ore da parte dello studioso a contratto. A questo punto mi sono smarrito, perché non ho capito la direzione che prendeva questo corso. Noi dottorandi, una volta ottenuto il titolo, saremo soggetti solitari intenti a cercare contratti post-doc e trascorreremo anni precari in attesa di diventare ricercatori. Saremo singoli e lotteremo come tali per un bel po’ prima di essere strutturati in un dipartimento. Dunque perché – anziché prepararci ad affrontare la nostra imminente condizione di solitari in dispersione – ci hanno addestrato come se fossimo parte di un dipartimento?
La risposta è semplice: il modo migliore affinché un dottore di ricerca possa sopravvivere è quello di scrivere un bando per il suo professore o per il suo dipartimento. Il disciplinamento del corso consisteva in questo: scrivere progetti per ottenere soldi a vantaggio di un dipartimento dove noi non siamo strutturati. Il dottore di ricerca inserisce nel progetto le collaborazioni esterne, e una di queste è ritagliata a puntino sul proprio profilo scientifico. Dunque il dottore di ricerca scrive il progetto perché sa che se vince l’assegnazione dei finanziamenti ottiene un posto di lavoro. Questo però comporta alcuni effetti ulteriori: il dottore di ricerca lavora gratis per il suo docente o per il suo dipartimento, il dottore di ricerca riconosce e rafforza le gerarchie accademiche, il dottore di ricerca svolge un lavoro di ordine contabile e amministrativo estraneo alla sua formazione, il dottore di ricerca è colui che scrive il proprio contratto precario e definisce la griglia oraria a cui si dovrà attenere. Contemplo la bellezza di questo sistema: noi stessi disegniamo la nostra gabbia, noi scriviamo la nostra condizione precaria. Questo ci hanno insegnato in università.
Ho avanzato alcune obiezioni durante il corso e le risposte sono state di questo tenore: “purtroppo è così perché la ricerca non è più pubblica, ma finanziata dai privati”; “non è il caso di lamentarsi ma di reagire al mondo contemporaneo dimostrando il valore economico delle scienze umane”; “non v’è ragione per rimpiangere la scienza pura del topo di biblioteca”. Mi interessa ponderare meglio questo discorso: al dualismo fra pubblico e privato corrisponde un secondo dualismo, quello fra ricerca pura e ricerca applicata. Dal modello di università statuale discende la ricerca “disinteressata” e fine a sé stessa, dal modello di università a finanziamento privato s’origina una ricerca “utile”, capace di rispondere alle richieste del tessuto socio-economico. Non dico che l’università pubblica moderna sia stata la roccaforte della scienza pura, ma affermo che in tal modo adesso è descritta nei discorsi più comuni. Di solito accettiamo questo dualismo e chi di noi è critico con il sistema vigente domanda allo Stato maggiori finanziamenti a garanzia di una ricerca disinteressata, umanistica e non asservita alla tecnica. Così i critici del sistema neoliberale spesso si appellano all’antico modello di Welfare State, magari costruendo gruppi di rappresentanza e reti nazionali. Auguro loro di prendere il potere grazie a una maggioranza parlamentare e di avere la forza per presentare in Europa politiche economiche alternative. Io, meno ambiziosamente, mi chiedo se non sia necessario decostruire questi dualismi fra pubblico e privato, fra ricerca pura e ricerca applicata.
Ho letto un intervento molto bello tenuto da Jacques Derrida, filosofo, nel 1998: L’Université sans condition (Galilée, 2001). Derrida esordisce dicendo che «l’università moderna dovrebbe essere senza condizioni». Ovvero dovrebbe godere di una «libertà accademica» come «libertà incondizionata». Derrida si concentra soprattutto sulle scienze umane e sostiene che gli stessi valori dell’umanesimo – la storia dell’uomo, i diritti umani, i crimini contro l’umano, la democrazia – devono trovare nell’università una discussione libera da condizioni. Nell’università si deve dunque criticare la stessa idea di uomo, e criticare per Derrida significa interrogare i fondamenti, quindi fare opera di decostruzione. Ne consegue che l’università deve essere un luogo di resistenza incondizionata a ogni forma di potere: «ai poteri dello Stato, ai poteri economici, ai poteri mediatici, ideologici, religiosi e culturali». Eppure, riconosce Derrida, questa «incondizionalità» è sempre stata «de jure» e mai è stata «effettiva». L’incondizionalità è dunque un’idea di «invincibilità astratta» e poiché si dimostra impossibile, l’università automaticamente si rivela esposta a «debolezza e vulnerabilità». Forte di una condizione impossibile, l’università si ritrova alla mercé dei poteri «che la comandano, l’assediano e tentano di conquistarla». Essa pertanto è costretta ad «arrendersi senza condizioni». Qui si chiarisce il gioco di Derrida: l’università si vuole pura e indipendente – libera e senza condizioni – e mancando questo suo obiettivo si scopre vulnerabile e sottomessa ai poteri – una resa senza condizioni.
Il discorso di Derrida ragiona su un problema fondamentale: come assicurare l’indipendenza dell’università e dei suoi lavoratori pur nella consapevolezza che questa non è mai del tutto possibile? L’indipendenza è impossibile perché di fatto ogni affermazione scientifica nasce sempre in un contesto determinato, ogni azione di ricerca s’innesta in un campo energetico, e non può essere pura. Così avanzo una nuova domanda: come l’università può essere allo stesso tempo autonoma da e aderente alla società? Secondo Derrida bisogna in qualche modo abitare la contraddizione: egli difende «l’idea che questo spazio di tipo accademico debba essere simbolicamente protetto da una sorta di immunità assoluta, come se il suo interno fosse inviolabile» e crede «che noi la dobbiamo riaffermare, la dobbiamo dichiarare, professarla senza sosta – anche se la protezione di questa immunità accademica […] non è mai pura, anche se essa può sempre sviluppare de processi pericolosi di auto-immunità, anche e soprattutto se essa non ci deve impedire di rivolgerci al di fuori dell’università – senza astensione utopica».
I termini della contraddizione vibrano fra il dentro e il fuori: il dentro come spazio autonomo, il fuori come necessaria aderenza della conoscenza ai contesti sociali. Dice Derrida: «si sfiora allora il limite stesso, fra il fuori e il dentro, ovvero la frontiera dell’università stessa, e in lei, delle scienze umane». Si afferma dentro all’università la necessità che le scienze umane vivano e operino nel suo fuori, che non siano confinate soltanto al suo interno. Si tratta di un attraversamento: un autonomia del dentro che rompe la frontiera con il fuori e si confronta con i poteri, resiste alle loro pressioni. Così si dissolve ogni dualismo. Ancora il filosofo: «è là che l’università è nel mondo che essa cerca di pensare. Su questa frontiera essa deve allora negoziare e organizzare la sua resistenza». Come attraversamento della frontiera fra il dentro e il fuori, l’università non deve per forza sussistere nel complesso istituzionale accademico: «essa ha luogo, essa cerca il suo luogo laddove questa incondizionalità possa annunciarsi. Laddove essa si dà, forse, a pensare». Io intendo queste parole così: l’università deve uscire da sé, stare nel mondo pur affermando la sua autonomia.
Quello di Derrida è un discorso filosofico. Io ho incontrato le sue parole dopo una serie di esperienze e di pratiche. L’incontro con Derrida mi ha permesso di vedere le mie azioni da un punto di vista filosofico. Ho detto “le mie azioni”, ma preferirei dire “le nostre”. Dal 2014 ho fondato insieme ad altri dottorandi e studiosi indipendenti il Gruppo di Studio Vagante. Il gruppo nasce dentro l’università per riuscire a raggiungere il suo fuori. Il movimento della vaganza vorrebbe realizzare il superamento del dualismo statico. A oggi il gruppo è costituito da letterati, antropologi, filosofi, scienziati giuridici, scienziati politici, storici. Abbiamo organizzato due seminari autogestiti aperti a chiunque fosse interessato. I nostri seminari non avevano nulla di istituzionale, non consentivano l’ottenimento di crediti e non riconoscevano alcuna gerarchia. Durante ogni sessione si presentavano delle relazioni pertinenti con il tema e queste relazioni venivano discusse dal consesso. Ci siamo impegnati a rendere sempre pubbliche le bibliografie minime di lettura una settimana prima di ogni sessione, così da ridurre il divario fra i sapienti e i discenti. Il primo anno abbiamo studiato il concetto di “autonomia” in Gobetti, il secondo invece ci siamo dedicati alla geografia di Farinelli. L’ultimo percorso è stato realizzato in vista di un lavoro critico sullo sviluppo urbanistico di Torino. Vorremmo organizzare un sapere che nasca dall’osservazione dei quartieri, vorremmo divulgare questo sapere in sessioni che vaghino sul territorio urbano e non siano solo interne all’università.
Devo ammettere che al momento non abbiamo trovato il modo di dare una dimensione economica autarchica al nostro gruppo ed è probabile che, nonostante la buona volontà, presto verranno i tempi in cui ci dissolveremo.
Non nutro quindi molte speranze. Eppure sono ancora convinto che sia necessario proseguire lungo una strada che non nasce certo con noi, né in questi anni. E così concludo con gli anni Settanta. Nel ’77 a Bologna l’università era occupata e le lezioni erano state fermate. Un professore di letteratura inglese, però, organizzò un seminario indipendente, gestito insieme ad alcuni studenti. Il professore era Gianni Celati e il gruppo studiò il disorientamento di Alice. Esiste un libro che testimonia questa esperienza: Alice disambientata (L’Erba Voglio, 1978). Vorrei proporne un estratto: «cercavamo di impostare un’autogestione dello spazio universitario (apertura serale, disponibilità dei locali anche per gli estranei, assalto ai docenti-sceriffi, scelta autonoma dei temi di studio). Si è parlato di produzioni scritturali che non nascono dal lavoro dello studioso isolato e poi vengono propinate allo studente come l’ostia santa dopo la confessione. Si è parlato della figura dello studioso che analizza nella sua separatezza una realtà di cui non gliene frega niente, preoccupato soprattutto di tenersene distante attraverso il suo sapere, di non cascarci dentro e di non mettere in crisi il suo ruolo». Io credo che la vaganza sia un movimento verso il fuori affinché non si sia separati dalle cose, affinché si dissolva la distanza. A differenza della ricerca sostenuta da fondazioni ed enti privati, tuttavia, il movimento vagante trova in sé stesso e nelle sue esigenze la giustificazione ultima della sua esistenza.

Questo intervento è uscito sul n.31 de Gli asini. Abbonati ora per ricevere la versione cartacea.

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